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Tutto sommato

Le hanno puntato un’arma alla tempia e le hanno ordinato di inserire il codice di apertura delle porte. Poi l’hanno obbligata a salire con loro e solo quando si sono trovati nella redazione di Charlie Hebdo si è potuta mettere in salvo dietro a una scrivania: l’hanno lasciata andare. Poi hanno aperto il fuoco ed hanno ucciso 12 persone: giornalisti, editorialisti, collaboratori. Uscendo, hanno ucciso poliziotti. Scappando, hanno ucciso ostaggi in un supermercato e altri poliziotti.

Il 7 gennaio, poco dopo che Corinne Rey ebbe digitato il codice d’apertura, le schiene di tutto il mondo – ma soprattutto quelle europee – sarebbero state percorse dal brivido del grave presentimento: non era un anno che cominciava bene, questo 2015, con la morte cruenta di fumettisti che indossavano le camicie sotto pullover colorati come spesso fanno i genitori di quelli che sono nati con me. I 30enni di oggi hanno padri con gli occhiali e i capelli sale pepe, uomini di mezza età che sono cresciuti con Schulz e la satira fumettistica, proprio come Charbonnier e Cabut. Insomma, quella gente lì che non ha fatto le guerre mondiali e si è vissuta il Maggio Francese, gente che tutto pensava meno che di morire trivellata da un kalashnikov.

Loro un po’ sì, veramente. Gli avevano incendiato la sede qualche anno prima e non collezionavano ammiratori tra gli estremisti e i fanatici religiosi, e lo sapevano. Ma se lo aspettavano? Non credo. Non se lo aspettavano loro e non se lo aspettava Parigi, che era talmente poco pronta che ha reagito con una dimostrazione di incompetenza e di falle nella sicurezza che gli sarebbero costate care sul piano “opinione pubblica” e non solo: tutti devono aver pensato, “guarda quanto è facile far casino in quella città”.

E io? io ero a casa, ho sentito la notizia e non ne ho scritto. Io che ho scritto sempre. Già ne scrivevano tutti e non c’erano che matite disegnate sulle bacheche facebook di chiunque e una decina di disegni di Bansky che in realtà aveva fatto un’illustrazione sola, però Bansky tira. E io sono qui e io sono Charlie, e se lo meritavano, e se la sono cercata, e sono dei martiri. Tutti con una propria granitica risposta e una pallottola da mandare in qualche direzione. Lì abbiamo scoperto tutti quanti che la sapevamo lunga sugli attentati, e gli attentatori, e come sarebbe stato giusto reagire, e le frontiere, e bla bla bla. Tutti bravissimi, sarebbe stato un anno di bravissimi e intelliggentissimi strateghi solo che in quel momento non lo sapevamo ancora. Più del solito, intendo. Io in tutto questo mi ambientavo in un lavoro strano e che mi calzava scomodo nel quale però conoscevo persone molto belle e mi adagiavo in una quotidianità buffa e fatta di troppe cose a cui pensare. Charlie Hebdo era un motivo per organizzare il 21 Marzo antirazzista a Torino e parlare del tema razzismo e discriminazione in modo diverso; però passavano i giorni e il fatto in sé diventava meno pauroso, passavano i mesi ed era sempre più innocuo.

Poi è arrivato Marzo e c’è stato l’attentato al Museo del Bardo a Tunisi. Altri morti. Io a Tunisi c’ero stata durante uno scambio culturale ai tempi del Liceo. Paolo aveva visitato la Tunisia appena il Natale prima, imparando ad amare qualcosa che non sapeva sarebbe stato brutalmente stuprato e mutilato così poco tempo dopo.  Più volte. Il giorno in cui le salme dei dipendenti del Comune di Torino sono tornate a casa io ero in Piazza Palazzo di Città, proprio dove sarebbero state portate, a coordinare il 21 Marzo. Faceva freddo e ci hanno mandato via prima che le bare arrivassero, avevamo organizzato un evento festoso per la Giornata Mondiale Contro il Razzismo e stavano arrivando i corpi di cittadini morti per mano degli estremisti islamici. Strideva assai. Non era ancora molto chiaro quanto e se ci stessimo spaventando, anche se organizzare un viaggio non era più una cosa che progettavamo con tranquillità assoluta: però eravamo ancora incolumi. Eravamo ancora salvi. Per me, solo per me, dalla sera dopo sarebbe cominciato un mese strano, traumatico, rivoluzionario, decisivo ed importante e non mi sarei preoccupata dei terroristi né di morire per mano loro per un bel po’.

Tre mesi dopo cadde la prima sicurezza che tutti abbiamo dal 2001, ovvero: “Se hanno colpito lì, è il posto migliore in cui andare perché sicuro non vanno a colpire di nuovo nello stesso posto”. Questa volta arrivano dal mare: con una mossa da kolossal scendono nell’acqua bassa e, ancora coi piedi a bagno, cominciano a sparare alla gente che prende il sole sulla spiaggia di Sousse. Dove? in Tunisia. E la regola del “se hanno colpito qui allora…” eccetera? Non esiste più. Tedeschi ciccioni coi corpi aperti e l’immagine di un uomo in nero che ciondola come annoiato sul lungomare del posto più turistico e detestabile della nazione: incede mirando prima qua, poi là. Gente che si nasconde dietro i muretti.

TUNISIA-UNREST-TOURISM

Poi l’uomo in nero viene colpito e la sua testa aperta in due finisce in mondovisione: a quel punto, forse, cominciamo ad avere paura. Questa gente che mette in conto la propria morte al servizio della genesi del terrore in modo così sfacciatamente noncurante ci fa pensare di essere invincibile. Non li puoi minacciare, morire è parte integrante del loro progetto. Ricomincia la tiritera mediatica: parliamo parliamo e parliamo, sui social, con gli amici, e io continuo a stare zitta, non so niente, non voglio dire niente, ho molta paura a dire qualcosa.  Ho avuto un nonno fascista, ho avuto un fidanzato di estrema destra, so che la testa delle persone può essere come un tubero incandescente: dentro può avere un filone di oscurità che forse non è del tutto marcio, però è di sicuro una carie che non estirpi. E non sai chi ce l’ha e chi no. Il mio pensiero va spesso a Corinne Rey, che ha digitato il codice e ci avrà ben riflettuto, per quanto sia possibile riflettere con un mitra alla tempia. Se mi rifiuto mi uccidono. Però almeno gli altri sono salvi. E per quanto? un uomo con un’arma trova il modo di aprire una porta. E se lo digito sono salva io. Per quanto? finché non saliamo. E poi? poi magari mi ammazzano lo stesso. Sto decidendo la sorte di tutti i miei amici e colleghi? Forse sì. Forse no. Penso a cosa debba essere vivere pensando che potrebbe capitarti di dover prendere una decisione del genere. Intanto è giugno, la mia vita è molto cambiata, non è stato facile – no, anzi: è stato fottutamente difficile – ma per una volta è successo l’inimmaginabile, si è avverato un desiderio. Adesso lo coltivo, mi ci addormento insieme la sera e mi ci sveglio la mattina. Ci parlo al telefono e lo annaffio di gesti. Ci tengo, è la cosa bella sotto la campana di vetro in un mondo che ci si sta distruggendo attorno.

Comunque non è finita perché, come si dice nei film? Parigi è sempre Parigi. È il 13 novembre e io sono al pub a bere con tutte le mie amiche. Festeggiamo il fatto che a mezzanotte compirò 29 anni ma soprattutto festeggiamo il fatto che siamo riuscite a vederci tutte in una stessa sera, con un sacco di birra e dei motivi per essere contente. Un nuovo lavoro, per me, per qualche altra. Sembriamo in procinto di uscire dalla fase dell’incertezza terrificante e immobilizzante, ci siamo impegnate tanto per uscire dalla crisi: la nostra, non quella economica. Ridiamo, beviamo e ascoltiamo musica. Anche a Parigi ridono, bevono e ascoltano musica: ma all’improvviso lì dal nulla (non è spaventoso questo? Che non esista nella testa di nessuno di noi che una cosa del genere si verifichi davvero? È questo il significato di “dal nulla”?) entrano delle persone e cominciano a sparare con i kalashnikov. E tu, che hai 30 anni e sei ad un concerto, pensi che sia parte dello spettacolo. LO SPET-TA-CO-LO. Ad un tratto capisco, mentre leggiamo poco dopo la mezzanotte le news su Twitter, con le nostre teste ancora intere e i cervelli al loro interno ancora intonsi: capisco che il vero orrore è nel fatto che una cosa così la si concepisca solo come parto di una finzione grottesca. Bello quando sono entrati i tizi armati… poi boh, il concerto un po’ ripetitivo. E invece no, stai proprio stringendo il corpo del tuo ragazzo, che è dilaniato in due dai proiettili. Ma è il mio ragazzo. Noi vogliamo solo comprare casa e avere un contratto a tempo indeterminato. La mia vicina di casa porta il velo e mi prepara i dolci al miele. Gli metti una mano in un punto dove ti sembra sanguini di più, poi sollevi gli occhi e ti stanno puntando un’arma contro. Non sai perché, ma lo stanno facendo. Ragazzi, non siamo in guerra, cosa sta capitando? Ma a un tratto hai una sola certezza, ancora uno o due secondi e sei morto anche tu. Forse userai il corpo tuo fidanzato per parare i colpi. Forse ti parerai insensatamente davanti a lui, per proteggerlo.

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Ecco, è successo questo, mentre io bevevo la mia media scura e ascoltavo i Nickelback pensando: mi piacciono abbastanza, i Nickelback. Non suona come una bestemmia? Beh, è stato anche l’anno dei pensieri innocentemente orrendi, di cui ci siamo un po’ vergognati.

Da allora no, è stato mostruosamente chiaro che non era un anno buono, anzi, era un anno orrendo. Era l’orrore, era “due volte Parigi”. Era “due volte la Tunisia” e in un attimo è stato “in vacanza avevamo progettato di andare lì ma non possiamo più, non è il caso“. Tre settimane dopo ho preso 4 aerei in 4 giorni per una conferenza a Budapest, passando per Charles de Gaulle. Per tutte le 4 volte mi ha sfiorato il pensiero che potesse succedermi qualcosa e, subito dopo, l’urgenza del dover scacciare il pensiero. Non puoi fermarti. Nessuno può fermarsi. Lo ripetono in continuazione sui giornali, alla televisione, sui social, e allora perché non siamo andati in vacanza in Tunisia a dicembre come avevamo progettato?

In questo 2015 mostruoso, su queste vicende io non ho mai scritto una parola se non le ultim’ore su Parigi che dovevo scrivere per il giornale. Non ho mai espresso la mia opinione fino a questo momento e anche adesso, a ben vedere, non sto esprimendo nessuna opinione. Credo che le mie idee in questo frangente non contino minimamente. Il 2015 è stato l’anno delle foto di corpi e sangue, di piedi nudi ritorti sulla sabbia di una spiaggia, di persone che si sono finte morte accogliendo in bocca il sangue caldo che colava dal corpo di qualcuno che gli era caduto addosso e che ora, a terra, sulla pista di un locale, era diventato lo scudo morto che garantiva la salvezza di qualcun’altro. Le brutture sono arrivate, eccole qui. Il piccolo corpo di un bambino in maglia rossa a testa in giù su un bagnasciuga è affar nostro in un modo che non avevamo mai considerato prima.

E per contro, per me è stato l’anno del calore, dei profumi, delle gite, delle canzoni in macchina, della novità delle novità che primeggia su qualunque altra novità, insomma, io avevo qualcosa di nuovo da proteggere. Qualcosa di molto importante solo e unicamente per me, a cui il resto del mondo – giustamente immagino – non importava. Avevo qualcosa da proteggere su un pianeta ostile e che oramai sputa fuoco a destra e a manca, soprattutto sulle cose belle e serene.

Immagino che l’unica alternativa sia continuare a proteggere i paradisi che abbiamo, finché sarà possibile, e continuare a stare in silenzio per il resto del tempo (perché ogni parola detta su ogni bruttura, mi spiace, ma è stata totalmente e pateticamente inutile per chiunque).

Buon 2016.

 

 

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Cose che si possono trovare nel magazzino di Fogola

La libreria Fogola, istituzione appartentemente intramontabile di Torino, nonché luogo polveroso e mostruosamente sabaudo (leggi: tappezzeria di velluto, controsoffitto in legno secolare, puzza di polvere e chiuso, ecc…) sta chiudendo per problemi economici. Il magazzino è stato ripulito (o meglio, ri-disordinato) ed è stato dato libero accesso alla clientela, di modo che la medesima aiuti a fare sgombero e pulizia portandosi via libri o simili.

Per accedere al magazzino di Fogola servono casco con luce incorporata, tuta ignifuga e scarpe antinfortunistica. Scendi le scale e ti trovi qui:

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Che è poi un posto noto, visto che è stato utilizzato per riprodurre le segrete di Hogwarts nel secondo Harry Potter.

Massì, si scherza. Però serpenti a parte l’atmosfera è quella, e forse non ci trovi il basilisco ma ci puoi trovare:

– Numero 4 papere di legno ad uso soprammobile;

– Un Babbo Natale di quelli che si appendono ai balconi a grandezza naturale;

– Una Olivetti verde oliva sacramente impolverata;

– Una calcolatrice di bellezza incommensurabile MECCANICA che ho pigiato fino a stancarmi i polpastrelli ed il cui tli-tlic è capace di essere udito a chilometri di distanza;

– Venti chili di copie di Biografia di Giacomo Casanova, autore mai sentito nominare e prontamente dimenticato;

-Copie sparse e rovinate di calendari Pirelli con donnine nude;

– Una collezione di bottigliette mini (alte circa dieci centimetri) di superalcolici, per intenderci il classico formato di Cynar da montagna, quello che ti scoli quando arrivi in cima;

– una mongolfiera grande più o meno come una Silvia e mezzo (quindi come una persona molto molto alta) fatta di carta regalo, carta crespa e bastoncini, appesa alle travi del soffitto;

– Un enorme candelabro ebraico a sette bracci (ovviamente);

– Spartiti musicali che volacchiano per le sale e si posano sui pavimenti (uno, di Haydn, musica per pianoforte, l’ho comprato);

– una befana porta dolcetti;

-Una copia di Euripide in polacco;

– una scatola piena di magliette della Lonely Planet;

– Cinque o sei valigette di cuoio portadocumenti, del tipo che usano i professori del liceo;

– Fotografie di Aida Yespica nuda, in modalità cartolina A6 (inspiegabile, davvero inspiegabile);

– Un calendario del 2011, attenzione attenzione, dedicato a Benito Mussolini. Ogni mese ha la sua frase propiziatoria, tipo ” Molti nemici molto onore“, “Chi osa vince” o simili. Testimonianza storica dell’imbecillità del genere umano che non potevo evitare di recuperare per mostrarla, un giorno, ai miei nipoti. Sono andata da Mister Fogola e gli ho chiesto “Quanto mi chiedi per questo?” e lui mi ha risposto “No, portatelo solo via”. Sono arrivata a casa e quando mio padre l’ha visto ha quasi preso fuoco. Dopo aver portato a casa un computer che non è un Mac, pure questo. Sempre più vicina al cancellamento dal testamento.

Consiglio vivamente visita da Fogola, che fino a a mercoledì ha le porte aperte e potete trovarci, oltre alle meraviglie che vi ho elencato, un sacco di libri quasi aggratis e la meravigliosa presenza della conventicola fogolasca, ovvero di Mister Fogola e signora che si fanno un té su sedie pericolanti, tra vecchie stampe buttate per terra, terriccio che gronda dalle pareti e lingue di tappezzeria che penzolano dalle pareti e sembrano deridere il loro romantico decadentismo.

Non più una mela al giorno

Mio padre è un graphic designer; ha un Mac.

Mio zio insegna fotografia; ha un Mac e un Ipad.

I loro amici sono fotografi o pubblicitari ed hanno solo Mac.

A casa mia e nella mia famiglia tutta non esiste memoria di un computer che non fosse Apple.

Mele dappertutto. Per quanto ne so, sono stata una delle pochissime bambine che a otto anni possedevano un personale Machintosh Performa; prima del 2000 l’idea di un computer senza un disco rigido del peso di sessanta tonnellate non era considerata, ed io invece ce l’avevo. Ci giocavo a Toy Story. Un-due-gioca a dadi con Ham il maialino salvadanaio.

hamm

Ecco.

E infine era arrivato lui, il mio Mac Book, anche detto oggetto-tecnologico-più-resistente-del-globo. Memorabile la volta in cui cadde dal sellino della cyclette (Cristo, non chiedetemi perché l’avessi posato lì) e dopo una spaccata sul parquet, senza una piega, si era riacceso. Io nel giro di cinque minuti feci in tempo a morire e rinascere quattro volte e lui niente, “che è successo? avverto uno strappo all’inguine, ho esagerato con lo yoga, forse?” . Che Dio lo benedica.

Poi ha subito angherie varie ed eventuali, la mia tesi, l’uso matto e disperato, un gatto di abnormi dimensioni che ci passeggiava sopra, un paio di altre botte, ed è sempre sopravvissuto. Sempre. però ultimamente aveva certi problemini, tipo:

-il fatto di avere…boh, sette anni?

– il tasto della “d” che non funzionava;

-dopo le quattro ore di lavoro consecutive emetteva rumori tipo pianto neonatale e motore di locomotiva stanca;

– la metà delle cose che i computer oramai san fare, lui non sapeva neanche cominciarle. Come un vecchietto! indistruttibile ma incapace di usare il telecomando della televisione, o di pronunciare in modo corretto i nomi delle serie televisive!

Insomma, non potevo più permettermi di tenerlo con me. D’altronde faceva parte della famosa lista di cose che andavano rottamate. Per dire, scrivevo un post per il blog e non mi accettava i link, le foto, niente, insomma una tragedia.

Quindi, per arrivare al punto, l’ho fatto: essendo che una nuova mela non me la potevo permettere causa prezzo proibitivo, sono andata a comprarmi questo portatile, confermandomi per l’ennesima volta causa di terrore e squilibrio all’interno del nucleo familiare.

Il nuovo arrivato è giunto ed è stato guardato male per un lungo lasso di tempo, poi ha caricato con successo il trailer di I Pinguini di Madagascar ed è calata la pace. Un video senza scatti, che non si interrompe, che si può vedere. Ha fatto calare le braghe a tutti, ed aveva ancora la pellicola protettiva sullo schermo.

Io sono facile da accontentare, eh, sono il genere di persona a cui se si dice “dentro questa chiavetta USB entra tutto il tuo archivio” ci rimane secca senza proferire parola per dieci minuti. Però sono contenta, ce l’ho fatta, ho rimesso a posto un altro pezzo. Le cose intorno a me cambiano, piano piano, e riesco ad aggiustare qualcosa.

Dài, se io sono riuscita a procurarmi un nuovo computer, qualsiasi impresa è possibile. Ma proprio qualsiasi.

Toh, adesso ci metto un’altra foto, così, per il gusto di vedere che adesso WordPress mi funziona bene. E in omaggio ai defunti, a questo punto.

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Foreste fuori e dentro

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“Bestia stanca, uno staffile di fiamme mi colpisce le reni. Ho ritrovato il vero senso delle metafore dei poeti. Mi sveglio ogni notte nell’incendio del mio stesso sangue.”

(Marguerite Yourcenar, Fuochi)

Ci sono periodi in cui la vita non è propriamente vita; assomiglia più a una foresta nera e inospitale, piena di burroni, fiere e piante velenose e tu incedi di notte, con la testa infossata tra le spalle e la schiena ricurva, nella certezza assoluta che ogni passo in avanti potrebbe essere un passo nel vuoto e che il tuo avanzare sarà interrotto prima o poi dall’arrivo di un qualche genere di pericolo devastante che metterà fine alla tua esistenza – sopravvivenza? – da un momento all’altro.
Io nella foresta ci sono stata per molto tempo e forse ci sono ancora, non lo so. Però penso di esserne uscita, dopo più di un anno; ho trovato un sentiero e c’era qualcosa, forse un palmipedone, che mi indicava la direzione.
O forse ho avuto solo fortuna.
C’è però da dire che quando tu avanzi e avanzi, e avanzi in mezzo ai rovi e ai tronchi che galleggiano in un buio angosciante e infinito i tuoi occhi diventano felini e acuti e i tuoi riflessi affinati e sovrumani; non sono più i riflessi di un animale diurno e ti accorgi che non ti servono a molto, mentre percorri il sentiero illuminato. Ti fanno, invece, sentire fuori luogo e le persone ti guardano stranite e anche un po’ spaventate, dal tuo saper acchiappare le mosche al volo con pollice e indice.
Sono uscita dalla foresta ma la selva mi è rimasta dentro: aggrappata alle sillabe del mio nome, avvinghiata alle mie costole frantumate, determinata a riempirmi le narici; è lì, nei miei scatti repentini, nei morsi che dò senza riuscire a fermarmi e che vengono da un impulso ormai estraneo e molto lontano che non sono ancora capace di controllare.
Ogni tanto qualcosa mi calma e mi rende serena: un profumo – ormai conosciuto e riconoscibile – caldo, umano e confortante o la sensazione di essere esattamente dove voglio essere e di fare ciò che voglio fare, che sempre più spesso mi invade tutta.
L’agio di un risveglio tranquillo, una notte priva di incubi e scossoni. A Maggio, a Giugno, mi ricordo che ancora mi scuotevo nel sonno e non c’era maniera di svegliarsi.

Mi sto riabituando all’essere qui alla luce del sole ma ancora càpita che mi prenda un sopito terrore: ho paura di distrarmi, di aver perso i riflessi e temo che la foresta mi risucchi ancora, magari tirandomi per i piedi e riportandomi a balzare in equilibrio precario da una roccia all’altra, tra i versi di animali che non vedo e non voglio vedere.
Capita che scambi grotte che danno riparo per caverne piene di vipere; a volte, addirittura, mi si scatena una bestia dentro e per fermarla fatico e lotto finché non mi compaiono gocce di sudore sulla fronte ma, con gioia, posso dire che sempre più spesso vinco io e lei giace sconfitta sul pavimento.

In certi momenti devo semplicemente allungare la mano: sento il contatto con qualcosa che voglio e resisto all’impulso di distruggerlo per la paura che da motivo di serenità diventi un’arma contro di me. Sembra comunque che anche questo mi sia diventato più facile, ora.

Forse sono al sicuro.
Forse perderò ogni cosa da un momento all’altro, di nuovo.
Cerco di pensare al fatto che, nonostante tutto, ho sviluppato occhi felini e riflessi da falco e se anche ricadessi giù, ho ormai imparato a incedere nel buio più glaciale con la massima disinvoltura.

GLI SPINOSI AIUTI DELLA VAMPIRA

(N.D.A.: Il blog è maledettamente trascurato in questo periodo, ma c’ho da fare. Per dire che questo post voglio scriverlo da martedì, MA: martedì sera avevo il corso di maglia, mercoledì sera lavoravo e giovedì pur’anche, venerdì sera sono uscita sentenziando “sì ma io torno a casa presto” e poi a sorpresa siamo andati a ballare e i dischi li metteva Turi Megazeppa e che fai, non rimani ad ascoltare Turi Megazeppa? Sabato c’era lo spettacolo teatrale di Freda e poi mi son fermata a fare duemila chiacchere con gente che non vedevo da un secolo e gente che non avevo mai visto prima d’ora e durante il giorno, ogni giorno, lavoro assai. Insomma, capitemi.)

Tra le figure femminili che più hanno segnato la mia crescita personale c’è, ovviamente, la Vampira, anche detta la Strega, anche detta mia madre.

Noi la si chiama vampira perché da vent’anni è misteriosamente uguale, fisicamente, e mio padre dice che ciò è dovuto al fatto che ella lo vampirizza nutrendosi della sua linfa vitale. Ed è anche la strega perché 1) è nata la notte di Halloween 2) ha dei superpoteri, tipo leggere nella mente e predire – con discrezione e facendo finta di niente – il futuro.

In quest’ultimo periodo ho pensato spesso a come doveva essere mia madre alla mia età: da quello che mi è stato detto a ventisette anni si era da poco messa con mio padre (con una certa dose di inconsapevolezza da parte di quest’ultimo, da quanto ho intuito), lavorava, si divertiva, diceva cose strane e rideva da sola. Insomma, aveva un grado di mattitudine superiore alla media ma del tutto nella norma secondo i target della mia famiglia.

Da giovane la Vampira non aveva, fisicamente, molto in comune con la me di oggi: era androgina, portava i capelli corti, vestiva sportivamente, si curava molto. Non siamo molto simili, io e la Vampira, però abbiamo entrambe dovuto affrontare una realtà legata alla nostra natura caratteriale che spesso ha messo in difficoltà le nostre vite, ovvero la spontanea tendenza a fare scelte che non assomigliavano in niente alle scelte che facevano gli altri. In altre parole, lei a vent’anni inoltrati desiderava che la sua vita includesse cose, persone ed esperienze che non erano quelle che avrebbero voluto per lei i suoi genitori e che non sarebbero state scelte dai suoi amici e conoscenti. Aveva scelto un uomo ostico, aveva priorità che non comprendevano l’acquisto di bomboniere di tulle, talvolta non le piaceva ciò che piaceva a tutti gli altri. Abbracciava la solitudine e la preferiva a opzioni ovvie e semplici. Tutto questo, trent’anni fa, già la rendeva vergognosamente stregosa e vampiresca e, per quanto di buono si possa dire sul fascino delle vampire come lei, è pur vero che si tratta di gente ritenuta comunemente bislacca.

Anche dopo i trent’anni la Vampira ha continuato a fare scelte strambe e a pitturare la sua vita a tinte molto poco ortodosse e, beh, ha dovuto dare un sacco di giustificazioni su come conduceva la sua vita e come cresceva sua figlia e, vi dico, credo che incedere lungo il filo della propria quotidianità seminando estemporanee giustificazioni a persone che non si giustificano mai per nulla di quello che fanno, ecco, sia abbastanza frustrante. Poi  ti viene su una figlia che ne combina di dieci volte peggio di quelle che combini tu, e figurati te che casino.

Ciò che di veramente arricchente è venuto fuori, per me, da tutto ciò, è stato il fatto che io ho potuto grazie a lei e alle sue esperienze giovanili non sentirmi mai irrimediabilmente sconfortata ogni volta che mi sentivo troppo fuori dal coro per essere accettata, in primis da me stessa e in secundis dal resto dell’universo; ogni occasione di imbarazzo e disagio nei confronti della mia persona e delle mie decisioni era attutita dalla protezione che quello che lei era stata (le sue scelte, il suo dover attraversare deserti di solitudo per colpa di queste, il riscatto di aver vissuto una vita che lei aveva preferito consapevolmente a mille altre) e questo mi ha portato, pian pianino, a sopravvivere più o meno a qualunque cosa.

Io, al contrario di lei, ho avuto una fortuna ulteriore ad incrementare la fortuna creata dal sostegno della sua esperienza personale: il fatto, cioé, di essermi potuta scegliere dei compagni di vita (amici, fidanzati, pseudo fidanzati, compagni di malefatte, sorelle, cani, gatti) che potessero capire quello che facevo, non me ne chiedessero le ragioni e perfino approvassero le mie azioni. Tutto ciò che poteva somigliare a me è rimasto, mentre il resto, negli anni, ho permesso che mi abbandonasse. Lei, se non consideriamo il tizio che non conosce l’uso del pettine che ha deciso di sposare e un paio di amici di numeor, non so quanto sia riuscita ad avere un dono del genere dalla vita.

Ecco, tutto questo in un periodo come quello che sto vivendo mi è estremamente utile, un po’ come un mantello di tessuto pesante in un paese dal clima ostile: non è facile, non è consueto, ma ti salva la vita e ti riscalda le ossa. Non è semplice, ovviamente, come ogni altra cosa, ma per quanto le mie giornate siano devastanti e devastate e talvolta io mi addormenti ripetendo il mantra ” voglio una vita normale dei genitori normali un lavoro normale un uomo normale un conto corrente normale”, il mio ultimo pensiero è sempre, sempre, sempre: “Ma non dire cazzate. Non vuoi affatto niente del genere”. E dormo un po’ più tranquilla, lasciando abbandonare la mente ai miei incubi ristoratori.

Intendiamoci, non è stato facile capire tutto questo, e non è facile accettare comunque gran parte dei sentierini scivolosi che devo percorrere ogni giorno e la mia vita, vista da fuori, immagino abbia realmente un che di devastato, se non mi si conosce. D’altronde, la Vampira non ha mai voluto insegnarmi, credo, ad essere meno che devastata, in senso buono come in senso non buono.

Perché, capiamoci, la Vampira non è stata una madre per nulla facile, ma d’altronde è stata la madre perfetta per me e niente di “facile” mi è mai appartenuto veramente. Mai.

 

Caldo, guasti meccanici, piccoli principi.

Boh, è arrivato il caldo a Torino. Ho già parlato di Torino con il caldo? è normale, è una città medio grossa con un numero di fiumi che garantisce abbastanza zanzare da competere con la Luftwaffe. I torinesi con il caldo vanno al Valentino, si costumano e si rotolano nell’erba come i cani. Se hanno tra i venti e i venticinque anni ti dicono “vado a studiare al Vale che fa fresco”: è ovviamente una cazzata, si capisce.

Per quanto mi riguarda io il caldo lo percepisco dai capelli perché raggiunta una certa temperatura prendono a farsi in strane onde, che dopo qualche giorno diventano boccoli e rimangono tali fino a Settembre, quando ritornano lisci. Il capellometro è lo strumento numero uno, seguito dall’incombenza della cecagna perenne pomeridiana (per l’ìultima volta: “cecagna” è un termine dialettale, vuol dire “abbiocco”, la “piomba”, insomma, avere sonno sonno sonno all’imrpovviso, non obbligatemi a tornarci su).

Oggi Punto Nazzareni, la mia macchina, ha deciso di contribuire al disagio da canicola dando il meglio di sé (pensavate che il meglio di lei fosse stato spegnersi in mezzo a corso San Maurizio? anime innocenti). Oggi, all’una, in una condizione di traffico modalità San Paolo in Brasile, si spegne (e non si riaccende più) sulle rotaie del tram, tra il viale e il controviale in Corso Vittorio. Ho solo pensato: “ok, hai superato te stessa”, poi la mia attenzione si è focalizzata sul tram che stava per venirmi addosso. Sì è fermato. Grazie, tram. L’esperienza in sé è stata interessante: senza che io capissi come e perché quattro tizi sono accorsi e mi hanno aiutato a spostare l’auto (con la sottoscritta placida in macchina che diceva “sì, vai così, andate bene, ancora qualche metro“) e solo un’ora dopo ho realizzato che, ehi, erano quattro esemplari di maschio italico degni di nota. Ma, si sa, se sto litigando con Punto per me chiunque altro poco importa, quindi sul momento non ci ho fatto caso: però sembrava una pubblicità della Coca Cola: tizia in vestito succinto (ah, forse era per quello che erano quattro maschi, ah, io che mi credevo) che ha la macchina in panne, uomini piacenti che le vengono in soccorso, poi tutti insieme vanno a bersi una Coca Cola ghiacciata. Ultima inquadratura: i cinque ad un tavolo ombreggiato e la macchina, sullo sfondo, allegramente in fiamme.

Comunque. Concentriamoci.

I tizi e io non abbiamo bevuto niente assieme, io volevo solo 1)odiare il mondo 2)picchiare la macchina 3)andare alla riunione a cui stavo recandomi 4) mangiare moltissimo cioccolato fondente, che è un po’ che non ne mangio e mi manca. In compenso uno dei tizi era proprietario di un’officina ma non aveva carro attrezzi, ha esaminato la paziente, ha detto “è la pompa della benzina“, mi ha offerto il suo aiuto, ha detto “il carro potrebbe essere sugli 80 euro“. Io ho ringraziato, mi sono segnata il suo numero, lui se n’é andato, io son rimasta lì. Poi ho capito come risolvere la questione: ho aspettato un po’ che il mio vestito si asciugasse dal mio sudore, poi sono entrata in macchina, ho inserito la chiave e le ho detto – a voce alta, chiara e imperativa: “Io non ho i soldi per il carro attrezzi“.

Ho girato la chiave.

La macchina è partita.

Venite ancora a dirmi che io e quella fottuta auto non abbiamo un buon rapporto. Eh. Fatelo.

Comunque a me cose simili succedono di continuo: cose che si rompono e poi si aggiustano da sole, senza che si capisca perché si rompono e perché si riaggiustano. Ogni tanto qualcuno prova a trovare spiegazioni logiche (o ingegneristiche, o meccaniche, o tecnologiche) ma io ho smesso di chiedermi perché accadono. Accadono e basta. Tante cose accadono e basta e io ho smesso di farmi domande e le cose mi sono scivolate di mano in modi tanto inaspettati e così tante volte, che non ho più trovato motivi per avere paura che succedesse. Tanto, poi, si riaggiustano da sole (quelle che devono ripararsi, quelle che è giusto che si riaggiustino) oppure muoiono. E se muoiono, tanto io non potevo salvarle. Ho eliminato l’ansia, anche se ho ancora paura di essere sola, ma ho visto che quando la vita mi va in panne le persone spuntano, se è giusto che spuntino ed io, io ho imparato a chiedere aiuto, che non è mica poco.

Sono giorni di pensieri, e pensieri, e pensieri e meno male che ho cose da fare, gente da vedere, parole da dire, perché a volte il mio cervello sa essere una lavatrice zeppa di calcare, fa rumore, se va in centrifuga esce dal bagno e cammina da sola fino alla cucina, insomma, sa essere un peso.

Ho pensato a come riesco a essere ancora mostruosamente razionale ma non mi riesce più bene come una volta: sono diventata morbida, accogliente, positivamente cedevole e le posizioni granitiche non mi vengono più così spontanee, devo impormele e poi dominarle dentro di me, facendo di loro i gargoyles a guardia di una cattedrale di emozioni che in questo momento, no, ho bisogno che se ne stiano raggomitolate da qualche parte, perché ho tante cose da fare e da scoprire e mi merito una mente libera per tutto questo, per qualche giorno almeno, per quanto riesco.

Ho considerato l’ipotesi che un giorno potrei non essere una buona madre come pensavo: ogni volta che Dod-O balza sulla ringhiera del balcone perché vuole vedere il mondo -e per lui vedere il mondo vuol dire volare giù e scoprire cose nuove- lo sgrido per impedirgli di farsi male: il punto è che io non vorrei sgridarlo, io so che lui vuole fare questa cosa emozionante e pericolosa e io voglio lasciargliela fare, ma non è giusto. Giusto? Il punto è che un giorno magari io potrei arrivare a dire a Manfredi (il mio figlio immaginario si chiama Manfredi) “Certo, amore, buttati dal balcone, è bello fare cose nuove”. Ecco, magari questo non fa di me la madre più fica del mondo, mi sa.

Ho riletto il Piccolo Principe: da piccola l’avevo mezzo leggiucchiato e non mi era piaciuto. Questa volta non mi è piaciuto uguale, ma per motivi diversi: troppi insegnamenti, troppi, troppo giusti, troppo adamantini, troppo saggi, perché mi piaccia davvero. La profondità non può essere infinita, sennò è un baratro: dovrebbe essere accennata, un po’ qui e un po’ là, perché possa sorprendere: ma come si può essere sorpresi dagli insegnamenti di un libro che vuole continuamente dirti qualcosa di fondamentale? Io non ci riesco. E poi la rosa è antipatica.

O forse la cosa che mi sta più sulle balle di quel libro è che è pieno di verità e purezza e io, nella verità pura, non mi trovo a mio agio: o forse è il fatto che, effettivamente, dopo averlo letto ti sembra che tutto possa essere rivisto in nome di uno degli insegnamenti del Piccolo Principe e mi viene da dire “questo è come per i baobab, che spaccano il pianeta…” “questa è la cosa che diceva la volpe”…e poi penso a quanto è bello “prepararsi il cuore”, in effetti, o “trovare la propria rosa” e mi dà un po’ fastidio che tutti lo sappiano, perché la Feltrinelli sono dieci anni che punta tutto il suo merchandising per pubblico femminile su ‘sto principe e quindi, ha anche un po’ rotto e non è neanche colpa sua.

Insomma, ho il cervello pieno di cose e non riesco a fare ordine: in questo momento vorrei farne così tante, e dirne tante, e scriverne tante, e immaginare posti in cui andare come raramente mi è accaduto e invece per una serie di questioni mi sento IO come se fossi caduta con un aereo in un deserto e non riuscissi a rimettere a posto il guasto. E sono bloccata nella sabbia sconfinata.

C’è sempre la possibilità che le cose migliorino se gli dico (all’aereo) “Non ho i soldi per il carro attrezzi”. Chissà.

Cose che vi pregherei di ricordarmi quando avrò l’Alzheimer (per favore).

SEGNI PARTICOLARI – Il tatuaggio sulla spalla è un disegno fatto da Christine: è il suo simbolo, o la sua metafora, insomma è lei che ti controlla dal lato sinistro della tua testa. L’hai fatto a diciassette anni circa e tutti ti chiedono quando ti conoscono: “E se litigate”? e tu rispondi sempre “Che cazzo c’entra”. Continua a rispondere così.

Le cicatrici sulla schiena sono dovute al fatto che quando sei nervosa ti artigli la pelle nella zona dei dorsali con le unghie e, siccome hai una soglia del dolore molto alta, non ti accorgi di farti male. Il pezzo del tatuaggio che manca te lo sei tolto così. Non prendertela con le persone che ti prendono a schiaffi le mani quando ti vedono intenta a prendertela con le tue spalle, sei tu che le hai autorizzate a farlo.

Per quanto riguarda le tue intolleranze alimentari (nel caso ne avessi ancora): il motivo per cui le hai è contenuto in qualche cartella clinica, buttata da qualche parte. Cerca ‘ste cartelle e goditi la lettura. E’ roba vecchia, quindi non fare drammi.

I tuoi capelli sono rosa, sì. Sei vecchia e non somigli a Natalie Portman, ma hai sempre desiderato un giorno farti i capelli rosa e da vecchia ti è parsa una buona idea.

SCRIVERE – hai sempre scritto, ma hai conservato pochissimo. Per fortuna c’è chi ha salvato la tua roba, anche quando tu hai cercato di distruggerla. Tutte le scritte sui muri di casa tua sono brani di tuoi racconti. La poesia scritta in modo strano sopra il letto non è scritta in modo strano, ma segue delle leggi matematiche. Ti annoiavi, forse.

Quando eri in terza elementare hai scritto un racconto su un porcellino che scopriva come muoiono i porcellini e si interroga sulla vita e sulla morte mentre osserva il suo padrone pulire gli arnesi che serviranno a scotennarlo. Non ti hanno ricoverato per questo, ma la maestra ti ha guardato male. Parecchio male. Ti sei offesa molto e per questo non hai scritto quello che volevi per molto tempo.

Quando non hai soldi regali racconti. Continua a farlo, anche se non hai idea di quello che stai facendo perché, diciamolo, sei una vecchia rincoglionita.

Se vuoi ricordarti qualcosa della tua giovinezza, attacca a leggere il blog. O i racconti. O le poesie. Ti faranno schifo perché a te fa sempre schifo tutto quello che scrivi, se lo rileggi dopo un po’ di tempo. Porta pazienza con te stessa.

VISITE – la tizia con i boccoli che ti porta fuori a prendere il gelato la conosci e puoi fidarti di lei. Risulta ipercritica nei tuoi confronti ma lo fa per il tuo bene. Porta pazienza.

Non diffidare dei bambini che ti avvicinano: molto probabilmente sono imparentati con te, hai sempre voluto dei figli, potrebbero essere i tuoi nipoti. I bambini ti piacciono, li trovi affascinanti: passa del tempo con loro anche se non sai come si chiamano, a loro non importerà.

Chiunque sia l’uomo che passa le giornate con te, anche se non ricorderai neanche il suo di nome, pensa al fatto che se è lì è perché è una gran brava persona che ha abbastanza forza interiore da aver diviso la sua esistenza con te. Anche se non lo conosci, sei in debito con lui per questo.

FOBIE E FISSE – è umiliante da dire e da provare, ma sei palloncinofobica. Non ti piacciono i palloncini, non ti piace che possano scoppiare e, che iddio li maledica, scoppiano sempre. Sei autorizzata a nasconderti dietro la spalla della tizia coi boccoli se vedi un palloncino per strada, lei ci è abituata e non trova la cosa strana. Sì, la trova strana, ma non te lo dice.

Hai delle modeste compulsioni, come il fatto di ordinare gli ingredienti nei piatti. Evita di farlo, se puoi, perché è una cosa che sfinisce la gente che ti sta accanto, soprattutto se fai durare un piatto di farfalle mezz’ora (le farfalle non devono per forza essere girate tutte nello stesso verso per essere mangiate, dico davvero).

Siccome sei esageratamente maldestra e tendi a perdere le cose, hai pochi oggetti importanti e sono tutti contenuti nella tua borsa. Quando senti necessità di qualsiasi cosa di fondamentale importanza guarda nella borsa. Se ci trovi del cibo surgelato: è normale. Se ci trovi un cacciavite: è normale. Se ci trovi l’occorrente per la doccia: è normale.

Hai la fissa di metterti a cantare, ma non è piacevole. Tu pensi di saperlo fare ma, credimi, non è così, e tutti quelli che ti stanno attorno probabilmente non te lo dicono perché sei una vecchia rincoglionita ecc… ma, se puoi evitare, evita.

Il motivo per cui non porti un reggiseno é: tu odi i reggiseni. Sono fastidiosi e i ferretti tendono a uscire dalle cuciture per conficcartisi nella pelle ed hai deciso che dai 50 in poi, basta push up. Non ne cercare in casa, stai sicura che non ne terrai più, a settant’anni.

 

LOVE & CO – sei stata capace di amare fortissimo. Qui nel blog qualcosa puoi trovare, qualcosa dedicato a quello che provavi per una persona e che, pensavi, non sarebbe mai andato via. Indovina un po’? Invece è andato proprio via e tu ti sei fatta tutta nuova, pur rimanendo la stessa di sempre. E sei stata bene. Nel caso, per maggiori info, chiedere al tizio che ti tiene testa in casa, chiunque egli sia.

Probabilmente hai un gatto..o un cane…o un’iguana. In ogni caso amalo a dismisura e non avere la fissa del peso, non tutti i tuoi animali devono essere per forza obesi. Tu hai l’Alzheimer, quindi non ti ricordi di quando gli dài da mangiare e quando no, quindi nel dubbio non dargli da mangiare mai e lascia fare al tizio che abita con te. Se non c’è nessun tizio – è un’eventualità – regala il cane, il gatto o l’iguana che sia al vicino di casa. Ti prego, prima che finiscano in una speciale clinica per animali ciccioni, ti prego.

 

OGNI ALTRA COSA– Io scrivo, annoto tutto, la genetica la combatto. Voi riordinate i fogli, salvate i file (che io non lo so fare, si sa) e se alla fine l’arterio piglia voi, giuro che vi racconto tutto quello che abbiamo fatto di importantissimo insieme. Ma se piglia me, beh, avrete di che leggermi, mi sa.