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ANF, PUFF, PANT.

Come dire, che qui non ci si riesce a fermare.

Volontariamente, consapevolmente, insensatamente ma senza alcun pensiero al rimpianto mi sono costruita una vita che necessiterebbe l’uso di cocaina in grandi quantità ma la cocaina costa e quindi picchissime. Ormai totalmente piegata al nomadismo-pendolarismo, viaggio con gli averi sparsi ai quattro venti (by the way: ma la mia gonna nera con la fibbia dove sta?) tra tre città le quali presentano le seguenti caratteristiche;

-la prima è grande, è bella ma ci vado a fare un lavoro che detesto;

-la seconda è media, umanamente gradevole anche se urbanisticamente detestabile ma ci vado a fare il lavoro che adoro;

-la terza beh, è piccola e lontana ma ci sta qualcuno che amo quindi ha anche lei il suo.

Manco a dirlo non distano una dall’altra cinque minuti ma tre quarti d’ora, all’anima, e la borsa del computer pesa. E giro con le maglie con le macchie di cibo, ma va bene anche quello.

Ma parliamo di cose serie, ovvero il numero di lavori contemporanei che un essere umano può fare. Per ora siamo a due e mezzo, laddove il mezzo è quello che ti elargisce soldi più sporadici e fai la sera prima di darti al letto-barra-diletto. Uno dei due principali serve a darti il pane, l’altro pure e magari un giorno ti nutrirai solo di quello ma devi diventare ancora un po’ più brava. È quello per cui hai studiato, ci è voluto un po’ ma eccoti qui, a fare quello che, sostanzialmente, stai facendo anche in questo momento. E adesso? adesso ti tocca farlo. E ti tocca farlo bene. E farlo una volta per tutte. Tanto, dì la verità, non ti costa molto farlo bene, che per come ti piace ti dimentichi pure di fare pranzo. Hai i vestiti sudati, perché per farlo corri da una parte all’altra della provincia, ma alla fine i vestiti sono fatti per essere sporcati dalla vita, no?

Accumuli cose buone, momenti caldi e morbidi, una mano ti rimbocca le coperte mentre ti stai addormentando. Accumuli cose buone e fai una scoperta: un tempo avevi paura ad accumularne, di robe felici, perché pensavi che il mondo avrebbe reagito con una sorta di meccanismo di contrappasso e per ogni dolce fetta di bene e coccole di vita ti avrebbe inflitto un sciabolata di malignità. Invece forse no, e per una semplice ragione: ogni dolce fetta di bene e coccole di vita ti costa il doverti fare un culo così per guadagnartela.

Ah, ecco dove stava il trucco.

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copyright Chiara Bautista, as usual

Cammino ancora scalza ma al di là di quello…

Sono entrata l’altro giorno e ci ero già entrata diverse volte, da quella volta tempo fa, e tutte le volte mi ero chiesta “che effetto mi farà? Che effetto mi dovrebbe fare?” e ogni volta, sorprendentemente, non mi aveva fatto un grande effetto. Non certamente il grande effetto che temevo.

Ma l’altro giorno, inaspettatamente, sulla porta mi attendeva l’insopportabile mole di piccoli mefistofelici fantasmi. Dove si erano rintanati finora? Dove eravate? Vi nascondevate dietro le tende? sotto i mobili? tra le pagine dei libri? Dove vi acchiocciavate silenti e meditabondi? Sono entrata e un pugno di sensazioni mi ha riempito la bocca, bloccando le vie respiratorie. Sì, era come l’avevo immaginato, proprio come l’avevo immaginato ed aspettato per settimane. Gli odori, quelli che mi portavo a casa e in giro per la città; il profumo che mi rimaneva attaccato ai capelli, eccolo lì concentrato nel pugno. Dove sei stato fino a questo momento? E perché proprio ora, quando non ha più senso? Ti ho temuto ed aspettato. E non sei comparso mai, finora.

Ed ora mi insegui per le stanze, in bagno, te ne torni a casa con me e ora, tornando a casa, ho trovato briciole di te tra le pieghe della federa del cuscino. Ad ogni inspirare un fremito di ricordi. Ho rivisto me stessa nella luce fioca della notte scivolare su un pavimento gelido, in punta di piedi. Pulirmi le piante prima di toccare di nuovo il materasso. Calore-gelo-calore. Ho rivisto la mia schiena girarsi al contrario in più punti, in più modi. Chi è quella tizia che diventa un ciglio all’indietro? Sono morbidi i suoi capelli riversi a terra? E’ felice? Cosa sta guardando fuori dalla finestra? Perché fissa un muro che, apparentemente come sostanzialmente, non ha proprio niente da dire?

Il mio fantasma camminava in mutande e io non potevo non vederlo; si versava un bicchiere d’acqua, si lavava le mani, si preparava un té. Che stai facendo, adesso, qui? Ci stiamo salutando? Sei arrabbiata con me, ragazzina senza pigiama? Mi manchi? Ti manca? Ad un certo punto lei è diventata, per poco, più forte di me; un po’ come,in quel periodo, tutto al mondo era più forte di lei. Tutto.

Mi prende per il collo e mi sbatte la testa contro il muro del bagno. Ho visto una cosa, che mi ha ricordato un’altra cosa. Che mi ha ricordato un’altra cosa, eccetera. Si è trattato di un momento; l’ho lasciata vincere, come si fa con i bambini.

“Muori”.

“Muori tu”.

La ragazza senza pigiama era felice, me lo ricordo. Nel momento in cui era in mutande, con le braccia incrociate sul petto, con i piedi nudi sul pavimento, mentre si puliva le piante con fare impaziente, era felice. Ma la realtà era più grande e pesante di un materasso e la notte non dura secoli. Alla fine non è bastato. Non è la storia più banale che abbiate mai sentito, la storia della sveglia che suona e della notte che finisce? La storia dei momenti perfetti incastrati in una vicenda piena di difetti? Non è disperatamente, pateticamente, meravigliosamente una storia del cazzo che potrebbe aver vissuto chiunque?

E’ stato un bel tentativo, bambina, quello di provare a riagganciarmi così. Ti lascio lì, a cicciaccare con le dita tese sulla superficie fredda, a bere acqua gelida, a dormire e dormire e dormire. Mi basterebbe allungare una mano e riuscirei a sentire il tepore del tuo fiato immaginario – e poi non tanto, immaginario.

Lo rifarei mille volte e poi altre mille, se fossi ancora te. Ma non sono più te; e non posso più farlo.

Che cosa triste e meravigliosa.

(Illustrazione di copertina di Chiara Bautista) .

.”