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Tutto sommato

Le hanno puntato un’arma alla tempia e le hanno ordinato di inserire il codice di apertura delle porte. Poi l’hanno obbligata a salire con loro e solo quando si sono trovati nella redazione di Charlie Hebdo si è potuta mettere in salvo dietro a una scrivania: l’hanno lasciata andare. Poi hanno aperto il fuoco ed hanno ucciso 12 persone: giornalisti, editorialisti, collaboratori. Uscendo, hanno ucciso poliziotti. Scappando, hanno ucciso ostaggi in un supermercato e altri poliziotti.

Il 7 gennaio, poco dopo che Corinne Rey ebbe digitato il codice d’apertura, le schiene di tutto il mondo – ma soprattutto quelle europee – sarebbero state percorse dal brivido del grave presentimento: non era un anno che cominciava bene, questo 2015, con la morte cruenta di fumettisti che indossavano le camicie sotto pullover colorati come spesso fanno i genitori di quelli che sono nati con me. I 30enni di oggi hanno padri con gli occhiali e i capelli sale pepe, uomini di mezza età che sono cresciuti con Schulz e la satira fumettistica, proprio come Charbonnier e Cabut. Insomma, quella gente lì che non ha fatto le guerre mondiali e si è vissuta il Maggio Francese, gente che tutto pensava meno che di morire trivellata da un kalashnikov.

Loro un po’ sì, veramente. Gli avevano incendiato la sede qualche anno prima e non collezionavano ammiratori tra gli estremisti e i fanatici religiosi, e lo sapevano. Ma se lo aspettavano? Non credo. Non se lo aspettavano loro e non se lo aspettava Parigi, che era talmente poco pronta che ha reagito con una dimostrazione di incompetenza e di falle nella sicurezza che gli sarebbero costate care sul piano “opinione pubblica” e non solo: tutti devono aver pensato, “guarda quanto è facile far casino in quella città”.

E io? io ero a casa, ho sentito la notizia e non ne ho scritto. Io che ho scritto sempre. Già ne scrivevano tutti e non c’erano che matite disegnate sulle bacheche facebook di chiunque e una decina di disegni di Bansky che in realtà aveva fatto un’illustrazione sola, però Bansky tira. E io sono qui e io sono Charlie, e se lo meritavano, e se la sono cercata, e sono dei martiri. Tutti con una propria granitica risposta e una pallottola da mandare in qualche direzione. Lì abbiamo scoperto tutti quanti che la sapevamo lunga sugli attentati, e gli attentatori, e come sarebbe stato giusto reagire, e le frontiere, e bla bla bla. Tutti bravissimi, sarebbe stato un anno di bravissimi e intelliggentissimi strateghi solo che in quel momento non lo sapevamo ancora. Più del solito, intendo. Io in tutto questo mi ambientavo in un lavoro strano e che mi calzava scomodo nel quale però conoscevo persone molto belle e mi adagiavo in una quotidianità buffa e fatta di troppe cose a cui pensare. Charlie Hebdo era un motivo per organizzare il 21 Marzo antirazzista a Torino e parlare del tema razzismo e discriminazione in modo diverso; però passavano i giorni e il fatto in sé diventava meno pauroso, passavano i mesi ed era sempre più innocuo.

Poi è arrivato Marzo e c’è stato l’attentato al Museo del Bardo a Tunisi. Altri morti. Io a Tunisi c’ero stata durante uno scambio culturale ai tempi del Liceo. Paolo aveva visitato la Tunisia appena il Natale prima, imparando ad amare qualcosa che non sapeva sarebbe stato brutalmente stuprato e mutilato così poco tempo dopo.  Più volte. Il giorno in cui le salme dei dipendenti del Comune di Torino sono tornate a casa io ero in Piazza Palazzo di Città, proprio dove sarebbero state portate, a coordinare il 21 Marzo. Faceva freddo e ci hanno mandato via prima che le bare arrivassero, avevamo organizzato un evento festoso per la Giornata Mondiale Contro il Razzismo e stavano arrivando i corpi di cittadini morti per mano degli estremisti islamici. Strideva assai. Non era ancora molto chiaro quanto e se ci stessimo spaventando, anche se organizzare un viaggio non era più una cosa che progettavamo con tranquillità assoluta: però eravamo ancora incolumi. Eravamo ancora salvi. Per me, solo per me, dalla sera dopo sarebbe cominciato un mese strano, traumatico, rivoluzionario, decisivo ed importante e non mi sarei preoccupata dei terroristi né di morire per mano loro per un bel po’.

Tre mesi dopo cadde la prima sicurezza che tutti abbiamo dal 2001, ovvero: “Se hanno colpito lì, è il posto migliore in cui andare perché sicuro non vanno a colpire di nuovo nello stesso posto”. Questa volta arrivano dal mare: con una mossa da kolossal scendono nell’acqua bassa e, ancora coi piedi a bagno, cominciano a sparare alla gente che prende il sole sulla spiaggia di Sousse. Dove? in Tunisia. E la regola del “se hanno colpito qui allora…” eccetera? Non esiste più. Tedeschi ciccioni coi corpi aperti e l’immagine di un uomo in nero che ciondola come annoiato sul lungomare del posto più turistico e detestabile della nazione: incede mirando prima qua, poi là. Gente che si nasconde dietro i muretti.

TUNISIA-UNREST-TOURISM

Poi l’uomo in nero viene colpito e la sua testa aperta in due finisce in mondovisione: a quel punto, forse, cominciamo ad avere paura. Questa gente che mette in conto la propria morte al servizio della genesi del terrore in modo così sfacciatamente noncurante ci fa pensare di essere invincibile. Non li puoi minacciare, morire è parte integrante del loro progetto. Ricomincia la tiritera mediatica: parliamo parliamo e parliamo, sui social, con gli amici, e io continuo a stare zitta, non so niente, non voglio dire niente, ho molta paura a dire qualcosa.  Ho avuto un nonno fascista, ho avuto un fidanzato di estrema destra, so che la testa delle persone può essere come un tubero incandescente: dentro può avere un filone di oscurità che forse non è del tutto marcio, però è di sicuro una carie che non estirpi. E non sai chi ce l’ha e chi no. Il mio pensiero va spesso a Corinne Rey, che ha digitato il codice e ci avrà ben riflettuto, per quanto sia possibile riflettere con un mitra alla tempia. Se mi rifiuto mi uccidono. Però almeno gli altri sono salvi. E per quanto? un uomo con un’arma trova il modo di aprire una porta. E se lo digito sono salva io. Per quanto? finché non saliamo. E poi? poi magari mi ammazzano lo stesso. Sto decidendo la sorte di tutti i miei amici e colleghi? Forse sì. Forse no. Penso a cosa debba essere vivere pensando che potrebbe capitarti di dover prendere una decisione del genere. Intanto è giugno, la mia vita è molto cambiata, non è stato facile – no, anzi: è stato fottutamente difficile – ma per una volta è successo l’inimmaginabile, si è avverato un desiderio. Adesso lo coltivo, mi ci addormento insieme la sera e mi ci sveglio la mattina. Ci parlo al telefono e lo annaffio di gesti. Ci tengo, è la cosa bella sotto la campana di vetro in un mondo che ci si sta distruggendo attorno.

Comunque non è finita perché, come si dice nei film? Parigi è sempre Parigi. È il 13 novembre e io sono al pub a bere con tutte le mie amiche. Festeggiamo il fatto che a mezzanotte compirò 29 anni ma soprattutto festeggiamo il fatto che siamo riuscite a vederci tutte in una stessa sera, con un sacco di birra e dei motivi per essere contente. Un nuovo lavoro, per me, per qualche altra. Sembriamo in procinto di uscire dalla fase dell’incertezza terrificante e immobilizzante, ci siamo impegnate tanto per uscire dalla crisi: la nostra, non quella economica. Ridiamo, beviamo e ascoltiamo musica. Anche a Parigi ridono, bevono e ascoltano musica: ma all’improvviso lì dal nulla (non è spaventoso questo? Che non esista nella testa di nessuno di noi che una cosa del genere si verifichi davvero? È questo il significato di “dal nulla”?) entrano delle persone e cominciano a sparare con i kalashnikov. E tu, che hai 30 anni e sei ad un concerto, pensi che sia parte dello spettacolo. LO SPET-TA-CO-LO. Ad un tratto capisco, mentre leggiamo poco dopo la mezzanotte le news su Twitter, con le nostre teste ancora intere e i cervelli al loro interno ancora intonsi: capisco che il vero orrore è nel fatto che una cosa così la si concepisca solo come parto di una finzione grottesca. Bello quando sono entrati i tizi armati… poi boh, il concerto un po’ ripetitivo. E invece no, stai proprio stringendo il corpo del tuo ragazzo, che è dilaniato in due dai proiettili. Ma è il mio ragazzo. Noi vogliamo solo comprare casa e avere un contratto a tempo indeterminato. La mia vicina di casa porta il velo e mi prepara i dolci al miele. Gli metti una mano in un punto dove ti sembra sanguini di più, poi sollevi gli occhi e ti stanno puntando un’arma contro. Non sai perché, ma lo stanno facendo. Ragazzi, non siamo in guerra, cosa sta capitando? Ma a un tratto hai una sola certezza, ancora uno o due secondi e sei morto anche tu. Forse userai il corpo tuo fidanzato per parare i colpi. Forse ti parerai insensatamente davanti a lui, per proteggerlo.

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Ecco, è successo questo, mentre io bevevo la mia media scura e ascoltavo i Nickelback pensando: mi piacciono abbastanza, i Nickelback. Non suona come una bestemmia? Beh, è stato anche l’anno dei pensieri innocentemente orrendi, di cui ci siamo un po’ vergognati.

Da allora no, è stato mostruosamente chiaro che non era un anno buono, anzi, era un anno orrendo. Era l’orrore, era “due volte Parigi”. Era “due volte la Tunisia” e in un attimo è stato “in vacanza avevamo progettato di andare lì ma non possiamo più, non è il caso“. Tre settimane dopo ho preso 4 aerei in 4 giorni per una conferenza a Budapest, passando per Charles de Gaulle. Per tutte le 4 volte mi ha sfiorato il pensiero che potesse succedermi qualcosa e, subito dopo, l’urgenza del dover scacciare il pensiero. Non puoi fermarti. Nessuno può fermarsi. Lo ripetono in continuazione sui giornali, alla televisione, sui social, e allora perché non siamo andati in vacanza in Tunisia a dicembre come avevamo progettato?

In questo 2015 mostruoso, su queste vicende io non ho mai scritto una parola se non le ultim’ore su Parigi che dovevo scrivere per il giornale. Non ho mai espresso la mia opinione fino a questo momento e anche adesso, a ben vedere, non sto esprimendo nessuna opinione. Credo che le mie idee in questo frangente non contino minimamente. Il 2015 è stato l’anno delle foto di corpi e sangue, di piedi nudi ritorti sulla sabbia di una spiaggia, di persone che si sono finte morte accogliendo in bocca il sangue caldo che colava dal corpo di qualcuno che gli era caduto addosso e che ora, a terra, sulla pista di un locale, era diventato lo scudo morto che garantiva la salvezza di qualcun’altro. Le brutture sono arrivate, eccole qui. Il piccolo corpo di un bambino in maglia rossa a testa in giù su un bagnasciuga è affar nostro in un modo che non avevamo mai considerato prima.

E per contro, per me è stato l’anno del calore, dei profumi, delle gite, delle canzoni in macchina, della novità delle novità che primeggia su qualunque altra novità, insomma, io avevo qualcosa di nuovo da proteggere. Qualcosa di molto importante solo e unicamente per me, a cui il resto del mondo – giustamente immagino – non importava. Avevo qualcosa da proteggere su un pianeta ostile e che oramai sputa fuoco a destra e a manca, soprattutto sulle cose belle e serene.

Immagino che l’unica alternativa sia continuare a proteggere i paradisi che abbiamo, finché sarà possibile, e continuare a stare in silenzio per il resto del tempo (perché ogni parola detta su ogni bruttura, mi spiace, ma è stata totalmente e pateticamente inutile per chiunque).

Buon 2016.

 

 

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Volente, nolente, inevitabilmente.

L’anno è cominciato in maniera un po’ problematica, ovvero con troppi massacri all’interno di redazioni giornalistiche: per troppi intendo uno in più del necessario, laddove il necessario è zero.

Ora ho una cosa in più da giustificare quando spiego cosa faccio e voglio fare nella vita, perché adesso ti possono anche dire che se scrivi cose oltraggiose o ritenibili tali, o pericolose, magari finisci mitragliato con un kalashnikov. Oltre ai pochi soldi, al non avere orari, alle spesso magre soddisfazioni. Mi ricordo perfettamente che circa dieci anni fa dicevo a me stessa che mai, mai, mai avrei fatto un lavoro che mi avrebbe reso povera solo perché era la mia passione; i soldi sono stati determinanti nella mia vita – soprattutto quando non c’erano – e mi ero ripromessa che no, io giammai mi sarei fatta condizionare dalla mancanza degli stessi. Credo che sia stato anche un po’ per questo che l’ambito legale mi affascinava e mi sono messa a bazzicare gli avvocati e tu guarda, la vita alla fine mi ha risposto, facendomi cadere rovinosamente con il deretano giù da un burrone facendo andare a rotoli i due studi per i quali ho lavorato. Se credessi in Dio direi che mi stava dicendo “tutto, cazzo, fai qualunque cosa, ma l’avvocato no!“.

Me l’ero ripromesso, ma da te stesso non scappi e me stessa è questa cosa qui, che mi piaccia o no, e la Me a cui mi sono arresa scrive e lavora per pochissimi soldi e riceve tante smorfie celate dalla diplomazia quando dice cosa fa, perché purtroppo io lavoro a casa, non ho una busta paga mensile dal Corriere e mi bruciano sempre gli occhi e la gente trova inconcepibile, credo, che io voglia vivere così. Anche quando non lo dice, intendo. E non ci posso fare niente perché quando ho deciso di far uscire il dentifricio dal tubetto non lo sapevo che non si può tornare indietro ma adesso lo so e dopotutto devo ammettere che non me ne pento. Alla fine sono il tipo di persona che NON sceglie di anteporre il guadagno al resto. Il che è un po’ una sorpresa che mi porta anche a una riflessione sul fatto che non sai chi sei finché non sei costretto ad esserlo. Prima puoi pontificare su te stesso quanto vuoi ma volente o nolente, inevitabilmente diventi Te Stesso, ad un certo punto. Io ho avuto un sacco di notizie su me stessa nell’anno appena passato. Tipo, che avevo sempre pensato:

-che non mi sarei mai più permessa di smettere di scrivere, a meno di attacco nucleare diretto alla mia persona circoscritta;

-che non sono un’idealista;

-che non avrei mai e poi mai accettato un compromesso con me stessa o con un’altra persona a livello sentimentale, a prescindere da quanto potessi tenerci;

-che non sono un tipo vendicativo perché la vendetta è un atto sterile.

Sono stata smentita su tutta la linea in tutti i modi possibili. Tutto ciò che credevo di saper fare non lo sapevo fare, e ciò che credevo che non fosse adatto a me lo era. Perciò mi chiedo, cosa accadrebbe se un giorno diventassi brava davvero e scrivessi un libro in cui denuncio le attività della malavita a livello europeo e una squadra di mostruosi delinquenti rapisse l’uomo che amo, o i miei genitori? Probabilmente darei fuoco all’hard disk, getterei i miei libri, farei una conferenza stampa in cui dico che mi ritiro a mungere vacche sulle Alpi Graie basta che mi ridate i miei cari vi prego vi supplico. E se invece non arretrassi? Se nonostante tutto, anche dopo aver ricevuto un mignolo di mia nonna in una busta di carta e aver visto la mia macchina andare a fuoco, continuassi a dire e fare cose oltraggiose e pericolose in nome della giustizia e della libertà? E in quest’ultimo caso quanto mi sentirei una merda, ma senza riuscire a smettere di essere come dimostrerei a quel punto di essere? E se a essere sequestrata fossi io, direi “fate qualsiasi cosa ma liberatemi” o direi al mio capo, ai miei colleghi, alla mia famiglia “continuate a fare quello che state facendo?”

Perché leggo i giornali, ascolto i tg e mi pare che tutti siano molto sicuri sul come si conducono le cose e su quali scelte siano giuste e quali sbagliate. Ma il fatto è che non sai quanto l’acqua è fredda finché non ti sei tuffato, ed è così in tutto; e nella vita, in generale, su qualsiasi scelta, mi pare che tutti si conoscano molto bene, si autopremoniscano da Dio, mentre io ormai viaggio nella paura che il mio subconscio mi riveli che ho la stessa struttura psichica del mostro di Marcinelle o di Madre Teresa. Per questo da Dicembre mi sento come se fossi all’interno di una bolla di sapone che mi contiene tutta ed è resistente abbastanza da non esplodere se ne tocco la superficie. Le mie amiche dicono che ci viaggio pure, dentro la bolla, come i criceti nelle ruote. Che stronze.

Ed è comunque estremamente interessante – per così dire, interessante – scoprire che non puoi evitare di volere le cose che vuoi e sentire le emozioni che sei fatto per sentire, anche se vorresti il contrario. Non ho ancora deciso se la consapevolezza sia una cosa buona o cattiva; per ora nel dubbio la studio, la vivo, le permetto di mettermi i piedi in testa e la accarezzo tutta come se fosse un corpo umano e io stessi scoprendo la consistenza dei suoi arti, o i dettagli dei suoi lineamenti.