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Panama, ma non in senso geografico.

La prima domanda che mi ha fatto il venditore di cappelli di una delle innumerevoli bancarelle poste davanti agli scavi di Pompei è stata: “Italiana?”. Sì, sono italiana, signore dei cappelli. Ho caldo e mi sta andando la testa in fiamme, cosa che non succede mai perché ho una chioma nidiforme in testa e se li raccolgo bene i capelli mi proteggono ottimamente dal sole. Ma siamo a Pompei in un giorno del mese più caldo dell’estate più rovente degli ultimi anni, ho addosso la protezione 30, ho due bottiglie d’acqua nella borsa e sì, sono italiana, quindi capisco quando parli e non mi fare un prezzo indecente per quel cappello bianco, ok?

“Per bella signorina italiana 20 euro”.

Grazie, signore dei cappelli. Per la giapponese dopo di me hai fatto 35 euro, guarda che ti ho sentito.

Con in testa il mio nuovo Panama raggiungo il prode cavaliere mollato a far la fila sotto il caldo – e senza un goccio d’acqua – e ci accingiamo, copricapo-dotati, a darci dentro con la prima esperienza ai limiti della sopravvivenza umana di quelle vacanze.

Io dico solo, che senza il benedetto cappello non sarei sopravvissuta. Dalle undici alle quattro di quel primo martedì abbiamo trottato per le terrose e aride vie di una Pompei più salvaguardata di quanto uno si aspetti con il solo ausilio di un vestiario evanescente, una roboante determinazione alla visita approfondita e le periodiche allucinazioni a stampo divinatorio di santi e di Madonne che ci sussurravano che ce l’avremmo fatta. Ogni venti metri una fontana, squisita novità pompeiana, e turisti giapponesi che ci si tuffavano sotto. Bambini che venivano refrigerati ripetutamente. Io, un paio di lavaggi integrali della chioma.

Poi, dunque, quali altre prodezze. Si è ritrovato catapultato a Napoli, sballottato tra le valigie e gli zaini, stropicciato insieme al giornale sotto il mio braccio. È rimasto sette ore infilato tra un sedile e il sudicio finestrino dell’aliscafo, rimanendo comunque intonso e bianco. Tra le mie sudatissime mani è sceso a Lipari, pronto per salire su una macchina verde metallizzata e giungere, dopo venti minuti di stradine stradette straducole salite discese asfalto sassi sterrato cemento poi ancora sali poi scendi poi traballa sul terreno impervio, dicevo per giungere a una casa fatta a rettangolo basso in mezzo al nulla: solo fichi d’India, sabbia, sassi e piante poggiate sul letto di un cratere vulcanico spento. Una ciotola di verde nel nulla e, sul bordo della ciotola, questo agriturismo pieno di gatti e di inaspettato colore. Un paradiso di uccellini e piatti di pasta infiniti, una cucina povera, stupefacente, pesce che alla fine ti esce dalle orecchie e comunque, a mezz’ora di passeggiata da lì, gli arancini più caldi e croccanti del mondo e le mie dita unte di olio che stringono il Panama, poverino.

Lì, sottoposto ad ulteriori angherie: divenuto seggiola per i gatti che ci si sedevano sopra, dimenticato su ogni sdraio e ogni amaca e poi recuperato ogni volta. Portato in testa da me, occasionalmente da qualcun’altro. Bagnato di pioggia temporalesca e imprevista, una pioggia rara per isole aspre come i limoni che partorisce la terra. Una pioggia che rimbalza su terra dura come la sua ostinazione a non cambiare, come i suoi abitanti dai visi bruni e mangiati dal vento, che sfioravo la lava e non la temono.

Poi vere torture, una dopo l’altra: oltre al sudore che colava dalla mia testa durante e dopo ogni maledettissima camminata in salita per tornare a piedi all’agriturismo, o durante le violente e rocambolesche discese in paese a ritmo di slavina, gli capitano la terra, la sabbia e la salsedine. In spiaggia, a raccogliere mare e crema solare, a essicare al sole e con un sasso dentro per evitare che volasse via. Poi portato sullo Stromboli, tre ore di camminata sulla schiena di questo sfogo cutaneo del mare, un bubbone sempre arrabbiato ma non troppo che ti manda a fuoco le caviglie appena ci poggi piede sopra, a ricordarti che è vivo e comanda lui – se per caso avessi dubbi sulla questione. Volato via più volte e rotolato sulla distesa di sabbia nera come inchiostro – sabbia mai toccata da mani umane o zampe animali, lieve e vergine come neve all’alba; comunque sia il cappello è sempre stato recuperato, anche in cima al vulcano, dove folate di zolfo e pietruzze ne hanno minacciato continuamente la sopravvivenza. Sempre più sporco, sempre più giallo, sempre più intoccabile, è stato infilato – sì, un Panama – arrotolato nel mio zaino per consentirmi la discesa nel buio con le mani libere: giù a fare surf sui sabbioni pieni di sassi, a tagliarmi i piedi.

Il giorno dopo liberato dallo zaino, tutto ancora stropicciato, a riposare come noi, esausti, shackerati come pomice eruttata dritta nel mare, a godere del silenzio della cima vulcanica coltivata, tra i miagolii dei gatti e il rumore di un getto d’acqua della vasca in giardino.  Poi una gita in barca, anzi due, facciamo tre, il vento è forte e lo tengo in basso perché non cada in acqua: mi serve ancora la sua protezione da un sole che non accenna a smettere se non un giorno in cui prendiamo tanta di quella pioggia che non distinguiamo l’acqua che ci bagna nel mare da quella che ci bagna dal cielo. Proviamo a rimanere a mollo, ma ci sono i fulmini e dobbiamo uscire. Piove ma non uso il cappello per coprirmi, è un cappello da sole, ho paura che il clima piovoso lo traumatizzi.

Poi è il penultimo giorno, lo faccio dondolare tra le mani tra le sale silenziose di un museo. Ci aspettavamo di nuovo brutto tempo e invece no, fa caldo, ci confortano solo i ventilatori in ogni sala. Poso il Panama, lo dimentico, torno indietro a prenderlo. Cambiamo edificio, lo lascio nel guardaroba, penso che non lo ritroverò e invece lo ritrovo. Come quando entro in un’edicola e per sfogliare i giornali lo poso su una pila di riviste, poi me ne vado: al ritorno mi accorgo che ho la fronte calda e mi rendo conto che non ho il cappello. “L’ho perso” “L’avrai posato da qualche parte” “Mi pare in edicola”… giro la testa e guarda un po’, senza accorgermene siamo proprio davanti ad essa. Entro ed è ancora sulla pila di riviste, dove l’avevo abbandonato come una disgraziata. “Ti ha chiamata”. Mi sa di sì. Ha dei poteri magici: quando lo lascio da qualche parte diventa invisibile e nessuno se lo prende, poi arrivo io e ridiventa visibile, così lo posso portare via.

Ultimo viaggio, ultima barca, ultima gita: salire su Vulcano, nell’Isola di Vulcano. Di nuovo portato su controvoglia, ma il sole è letale e le fumarole fanno salire un calore infernale: sono gialle e verdi, dei pazzi disperati ci camminano in mezzo nonostante sia pericoloso. Il cratere è a portata di piedi, ti ci potresti calare dentro ma non lo fai perché se ci provi svieni. La puzza di uovo marcio è incredibile, ti sfonda i capillari del naso: impregna noi, i nostri vestiti e il cappello che ormai vuole solo essere lasciato in pace, ne ha viste troppe, fatemi morire in pace, vi prego.

Torniamo puzzolenti e stanchissimi, ci godiamo il penultimo tramonto. Questo Panama è un cappello fortunato, ha visto il cielo diventare viola, rosso, azzurro e grigio nell’arco di un’ora, una sera, grazie ai favori di un temporale lontano. Ha visto nuvole scorrere veloci come macchine da corsa ed è stato posato ai piedi di rocce mutlicolori, striate come pasta sfoglia, friabili come biscotti ma alte e inesorabili come giganti. C’è Polifemo, lì da qualche parte, e lancia sassi a Ulisse, come mi ricorda Paolo. “Dove sta il cappello?” “lo hai lasciato sul divano”. O in bagno. O sull’amaca, o sul letto, la poltrona, la sala da pranzo, nello zaino, sullo scoglio, al bar, per strada, su quella panchina, è la cartina tornasole della mia sbadataggine. Il cane da guardia del mio intelletto. Lasciato ovunque, recuperato sempre,come ogni dialogo e ogni silenzio riposato tra noi due. Addormentato come noi, rilassato come le nostre gambe, caldo come i nostri colli sotto la brace delle due di pomeriggio, bagnato sempre, come le nostre schiene dopo ogni sgroppata giù per qualche sentiero o su per qualche mulattiera.

Poi si va.

Sono le sei di mattina e non ci credo che riusciamo a svegliarci davvero. Noi non ci svegliamo mai seriamente quando suona la sveglia, nei weekend come durante la settimana: la sveglia è un consiglio, la prendiamo come una suggestione filosofica, se vuoi, ecco, sono le sette, le sette e mezza, sarebbe opportuno cominciare a prepararsi, dovresti, potresti…vorresti? Però, guarda, fai tu che sai.

Invece ci alziamo e andiamo all’aliscafo delle sette.Il cappello è stremato e vuole dormire, come noi, e fa freddissimo per colpa di un’aria condizionata letale. Siamo al sud: siamo morti di caldo fino a quel momento ma a bordo di quel maledetto coso se avessimo una copertina di pile la useremmo. Il cappello rimane lì, appeso allo schienale, non serve a niente con quel gelo.

Dormiamo, anzi sonnecchiamo. Ascoltiamo i dialoghi superficiali, cretini e insopportabili di una famigliola romana antipaticamente borghese che è stata a Panarea. Moglie altissima, marito altissimo, due figli maschi, una bambina. Tutti bruni di sole, un po’ incartapecorita lei, stile olio solare stimolatore dell’abbronzatura. I maschi tutti in camicia bianca, pare si usi così, piace alla gente che piace e cazzate annesse. Discutono di vestiti da settecento euro e locali alla moda. La madre bacia e coccola il primogenito, il suo palese preferito: bocca da Cupido e viso da wasp all’italiana, snobismo da re dei fighi della compagnia fighetta di adolescenti, un guidatore di Mercedes allo stato larvale. Ce n’è abbastanza per invocare l’arrivo di una delle piaghe d’Egitto a mangiarseli tutti vivi, compresa la bambina bionda che saltella coi piedi sulla sua poltrona noncurante del fatto che sta ripetutamente pestando l’Ipad della madre.

Arriviamo con un’imprevedibile ora di anticipo e ci schiantiamo verso l’uscita dal mezzo, che recuperare i bagagli già sappiamo che sarà un casino: e poi non ne possiamo più di star seduti e ci girano le palle perché è finita la vacanza. La allungheremo passando la notte successiva a Lucca – bellissima di sera, calda ma non troppo, le nostre mani sulle colonne a baciare con le dita i marmi freddi; io insopportabilmente ubriaca come spesso accade, lo costringo a sbagliare strada e per punizione mi becco i racconti nerd sui cosplay e i personaggi di Warhammer. Ma a turbarmi un po’ mi torna talvolta in mente che no, il cappello non è più con me perché è rimasto appeso allo schienale dell’aliscafo. Me n’ero accorta mentre andavamo a recuperare la macchina. “No, il cappello! l’ho lasciato sull’aliscafo!” “No, sull’aliscafo no! Proprio all’ultimo!” “Dovrò procurarmene un altro!” “Noooooo!”

Insomma, non mi sopportava più, non ci sopportava più. Ha usato la sua magia e si è fatto invisibile di nuovo, stavolta per me. Non ha voluto scendere a Napoli: sentire il suo caldo davvero incredibile, superiore a qualsiasi altro caldo fino a quel momento sopportato. Non ha voluto sedersi ai tavoli di una pizzeria, essere lanciato sulla sedia di plastica, ammirare il parcheggiatore del locale che adescava clienti da tutti gli angoli della piazza. Quello porgeva un menù, gli dava un tavolo e loro manco capivano che stesse succedendo. Il cappello ha dichiarato: basta, per me va bene così. Ho ascoltato le vostre chiacchere ovunque, ho fatto la guardia mentre dormivate sotto le rocce, vi ho visti cambiare girovagare e tirare fuori acqua su acqua dagli zaini, mi avete costretto a fendere l’aria rotolando a velocità inaudita giù per una montagna. Ho guardato con voi ogni tramonto e ogni temporale. Ho sopportato i gatti e i momenti in cui tu, screanzata, mi usavi come portaoggetti, appallottolando il costume bagnato e ficcandomelo dentro. 

Ora basta, tornate a casa, io resto qui.

E noi siamo tornati a casa, all’eco delle telefonate di lavoro e dell’essere ripartoriti alla nostra stessa vita, risputati in una quotidianità senza infradito ai piedi. Una vita di pelle liscia e capelli setosi, e telefono, e computer. Con la testa al fresco.

(nell’immagine: una testimonianza fotografica del cappello, che è esistito)

cappello