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Alfred Blaschko, che ha visto l’origami

La pelle che si stende liscia e tesa come la crema che si forma sul latte, il sottile lenzuolo che racchiude il tuo corpo e che io liscio i giorni e le notti con i palmi delle mie mani, solcando ogni buca e segnando ogni curva, quella pelle è un origami steso.

C’è stato un tempo in cui tu non eri quello che sei ma eri solo l’embrione di te stesso. Eri un’idea, tutto perfetto nello stato platonico del tuo prima. Il big bang prima del big bang, senza tempo e senza luce, un punto di singolarità tutto da scoprire. Quando eri embrione eri piccolo e inconsapevolmente felice e infelice, non-ancora-vivo-ma un-po’-sì.

Poi sei passato da embrione a feto: ti sono venute le mani, i piedi, gli occhi, i capelli, ecco, e poi l’apoptosi ti ha dato le dita, le piccole cellule che tenevano insieme il tuo corpo si sono in parte suicidate e sono nate delle fessure: la bocca, le orecchie, anche le palpebre. Come ti sembra normale spalancare gli occhi, ora. Sai che puoi farlo perché un tempo quell’embrione ha programmato che una parte di te si lasciasse morire? Non è una cosa strana da dire e da pensare?

Allora ecco a te un’altra cosa strana da pensare: l’embrione che eri, era un origami. Tu sei un origami: una superficie stesa che un tempo era piegata su se stessa, contratta, una stellina di neutroni piena zeppa di vita da svolgere e srotolare. Lo ha scoperto una sacco di tempo fa un tizio che si chiamava Alfred Blaschko ed era un dermatologo. Ad inizio Novecento spiegò alla comunità medica che tutti gli esseri umani erano completamente ricoperti di linee invisibili che altro non erano che lo schema con il quale le cellule epidermiche dell’embrione si distribuiscono con la crescita. Le pieghe dell’origami. Sei tu, prima di tutte le cose. Quando eri una tabula rasa di sogni tutti da inventare, tutti da perdere e incendiare in un falò di aspettative perdute; quando eri tutti gli orgasmi della tua vita racchiusi in una capocchia di spillo. Non ti ricordi? Certo, come potresti? non avevi un passato né un futuro, non eri neppure memoria corporea.

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Linee di Blaschko, rappresentazione tipica

Non puoi vederle ma le hai pure tu, le linee di Blashko. Qualcuno nel mondo può vedere le proprie: succede se si è colpiti da alcune patologie particolari, come il Lupus, per dirne una (il Lupus è quella malattia che in ogni puntata del Dott. House ad un certo punto qualcuno dice “potrebbe essere Lupus“, e invece poi non è mai Lupus). Tu non ce l’hai e infatti la tua pelle è perfetta da vedere, ma il nocciolo duro di quello che eri e sei rimane. E le linee che segnano l’embrione che eri, se non si possono vedere, si possono immaginare. Io le posso intuire, tra le tue spalle, che si muovono lente su di te ad ogni movimento.

Allora senti cos’ho pensato: è tutta una linea di Blashko. Ogni cosa che accade è il parto di una linea diversa. È tutto un immergersi e fondersi del “noi stessi sviluppato” con il “noi-stessi degli esordi”. Ci sono stati i primi sette secondi del tuo big bang che hanno definito quello che eri, sei e sarai e tu te li porti dietro volente o nolente, questi sette secondi. Essi contengono ogni cosa che ti distingue da qualsiasi altra persona: contengono i tuoi desideri più intensi, le tue vere e uniche abilità, la tua forza più autentica.La tua sopravvivenza e la tua auto distruzione. Il vero te è lì. Nessuno di noi dovrebbe avere paura che il male porti alla vista la mappa geografica del nostro Io, qualora capitasse. Ogni violenza che ci si abbatte addosso la fa venire allo scoperto, ne fa scoprire le curve, le ampiezze, le convessità. Gli angoli che ci rappresentano. Che ti rappresentano. Non devi aver paura di perderti, anche se la vita e la fisiologia delle cose hanno fatto sì che la tua essenza si stiracchiasse e stendesse come pasta frolla divenendo sottile, poi sottilissima e poi invisibile. Sei ancora lì, anche se pensi di aver accantonato pezzi di te. Siamo ancora tutti lì, a diventare le coperte gentili dei nostri sistemi nervosi.

Da embrione sei diventato feto, poi bambino, poi ragazzo, poi uomo. E adesso che sei il lenzuolo steso e liscio che la sera tardi si agita sul divano, cosa è rimasto dell’embrione che eri?

Non temere: tutto.