Perdere e trovare

Cosa c’era, di più importante, ogni giorno ad ogni ora da subito dopo esserti infilata quel biglietto in tasca, fino a poco fa?

Un anno fa trascinavi gambe accaldate in piazza e, per caso, ascoltavi la presentazione di un suo libro. Lui ne stava leggendo dei passi con voce sentita. Parlava dell’ambiguità della bontà, della vera anima degli spiriti umanitari, della realtà che cambia mentre viaggia tra i monti dei nostri palmi, mentre la teniamo tra le mani.

In quell’occasione gli hai fatto un devasto di domande, tanto che un paio di signori nelle file avanti si sono girati per capire chi era l’importunatrice del caso. Non hai smesso, volevi fare domande scomode ma non ne esistevano, avevi davanti qualcuno che non aveva paura di vergognarsi. “Lei non pensa che la bontà sia egoismo, che lo spirito umanitario sia gratificazione dell’ego? Lei si sente, a volte, meschino nel fare del bene?” e lui rispondeva sì, certo, sono cattivo ed egoista. E tu non facevi che pensare a quanto ti stava simpatica questa cosa.

Dopo, quando la gente ha cominciato a diradarsi, gli sei andata vicino. Non avevi borse né portafogli. Ti piace così, uscire di casa senza pesi, quando puoi, però quella volta per questo motivo non hai potuto comprare il suo libro. Lo hai comprato tempo dopo. Gli hai detto sentiamoci, mi piacerebbe intervistarla, io lavoro su questi temi, se le fa piacere. Lui ha detto sì, le scrivo la mia mail, si metta in contatto con me. Ti ha dato un pezzo di carta con la mail, ha ripetuto “mi chiami, davvero” e poi sei tornata a casa. Eri allegra perché eri uscita per una granita ed eri tornata a casa con un accordo per un pezzo di attualità.

Poi non si sa bene, altri lavori, altre cose. Sei partita per le vacanze. Hai litigato con la persona sbagliata nel momento sbagliato. Hai avuto troppe grane in troppo poco tempo, e i giorni, le settimane, ti hanno investita e fatta loro come fieno in una rotoballa.

Poi, come spiega Antoine de Saint-Exupery – anche detto Il Melenso – anche una volpe non addomesticata come te può imparare a creare legami e può trovare il Piccolo Principe su qualche piccolo pianeta. “Conoscerò un rumore di passi che sarà diverso da tutti gli altri. Gli altri passi mi fanno nascondere sotto terra. Il tuo, mi farà uscire dalla tana, come una musica”. Così ecco, eri lì, portata a uscire dalla tua tana di diffidenze, in un paradiso di fiori e farfalle che si posano sulla punta del tuo naso e accettano il rischio di morire per il movimento maldestro di una tua mano, tra brezze di vento gentili e pelle morbida e conosciuta, eri lì con il piccolo principe a sfidare le vertigini in alta montagna quando hai saputo che Luca Rastello era morto e tu no, non avresti potuto più chiedergli un’intervista.

Cosa c’era, di più importante, ogni giorno ad ogni ora da subito dopo esserti infilata quel biglietto in tasca, fino a poco fa?

Se hai imparato una lezione, ultimamente, è questa: a volte dai per persa una cosa, ti mentalizzi sul doverci rinunciare, e proprio in quel momento diventa tua. O il contrario: scopri ogni giorno quanto tutto può andar perso con facilità inimmaginabile. Come i biglietti.

Pausa

Innanzitutto annuncio il manifestarsi di un fenomeno sorprendente: al 20 del mese, nonostante io abbia dovuto pagare le vacanze, nonostante abbia speso soldi in cene e vino più del normale, nonostante gli abbandoni spericolati in sessioni di food porn in pausa pranzo, ecco, ho ancora dei liquidi sul conto corrente.

paperon-de-paperoni

Il che significa che sì, ce l’ho fatta, dopo anni sono riuscita nella mia missione più ambiziosa: insegnare ai soldi a riprodursi da soldi. Figata, non dovrò mai più procurarmi uno stipendio, di questo passo! vai con la partenogenesi inconsapevole della Lira!

In secondo luogo domani mare, molto bene, mare, in giornata ma si può fare. Ho la protezione trenta ed un costume verde comprato a caso in una bancarella di Tirrenia ( “mi dia due costumi, uno da uomo e uno da donna” “come li vuole?” “uno dev’essere da uomo, uno invece da donna”) e ci vado -anche- con La Gente del TFA. Per chi non lo sapesse per TFA si intendono quelle forche caudine per cui pare si debba passare per diventare insegnante. Per diventare insegnante, in soldoni, ve lo spiego, bisogna:

-fare tre esami, due scritti e un orale, ad altissima selettività;

-considerare il fattore CAOS dato dalla disorganizzazione burocratica della macchina del TFA che perde date, perde inscrizioni, perde persone (murate vive in segreteria studenti, suppongo), perde battiti cardiaci altrui;

-sganciare duemila e rotti euro per fare un corso in cui lavori gratis come un servo della gleba cocainomane;

-dare degli altri esami, ventimila (i famosi Ventimila Esami sotto Stress) tutti rigorosamente nello stesso momento, perché uno dei requisiti prìncipi richiesti agli insegnanti è il dono dell’obiquità (un giorno ti troverai a dover spiegare filosofia e, al contempo, a controllare che le coppiette di liceali non si mettano a ciulare nei gabinetti, forse?);

– morire d’infarto e poi se resusciti puoi insegnare. Precario.

Ecco, alcuni miei amici fanno questa cosa qui e per riprendersi (farli riprendere) da un anno di traumi, domani si va al mare. Poi domani sera si torna dal mare e ci si fa mangiare dal weekend, come sempre.

La vita continua a essere come una giornata sugli sci, la sera crollo a letto esausta ma dopotutto contenta.

Fatemi gli auguri per una buona e proficua ustione da (secondo) sole.

Del preservare il caos

Dopo attente esaminazioni, riflessioni e definitivi momenti di consapevole epifania interiore, posso ufficialmente dichiarare che il caos governa dittatorialmente la mia vita attuale.

Non riesco a definire i confini del mio lavoro che di giorno mi guarda negli occhi, la sera mi ammica dallo schermo del computer e di notte mi fa BUH! da dietro i cassonetti delle vie percorse in sogno. Sono indietro su tutto e son sempre in moto e per di più non ho capito come sia successo ma i lavori che mi stanno sulle balle hanno il sopravvento su quelli che mi piacciono (perché la prospettiva di riavere un dialogo sano e costruttivo con la mia adorata direttrice di banca, lo ammetto, è allettante, diamine).

I weekend sono buchi neri, ci entro e il Signore solo sa se ne uscirò. Vengo inghiottita da piumoni che tengono sempre più caldo man mano che le settimane passano, bevute mastodontiche, orologi che camminano avanti e indietro – ho sempre pensato che gli orari fossero convenzioni inutili e infatti non hanno più significato, oramai, tra venerdì e Domenica – respiri saputi a memoria e comunque sempre nuovi.

Perdo gli oggetti, ora più che mai. Ho perso memoria di un paio di magliette, di bottigliette d’acqua, di pettini, di lenti a contatto che lancio nell’aria a mezzanotte e finiscono sul legno di un parquet innocente. Le mie scarpe colonizzano macchine mie e non, se giocassimo a Risiko e fossero carri armati avrei già conquistato l’ Eurasia tutta.

Dormo a casa mia ma spesso anche no e quando torno a casa il gatto, incazzato, fa la coda a procione e mi mutila le dita, che in felino vuol dire “puttana traditrice senza istinto materno vattene da dove sei arrivata però visto che sei qui ora giochiamo ho giusto nascosto parte dei tuoi indumenti intimi sotto i mobili di casa facciamo a chi li trova prima”. 

La mia psiche è gradevolmente instabile come sempre e pure un po’ di più: mi han detto che son stata cattiva, che gioco sporco e mi prendo cose non mie e io ho incassato tutto con la classe di un boxeur all’angolo. Io non ho ancora individuato il mio vero grado di colpevolezza ma nutro il forte sospetto che la mia macchina interiore di sensi di colpa – produttiva e inarrestabile come una catena di montaggio Ford – questa volta abbia esagerato e sia anche onestamente il caso di spegnerla e smetterla di flagellarsi solo perché si decide di vivere la vita che ti chiama.

Le mie colleghe mi vengono in soccorso sull’immediato e superficiale vivere quotidiano: mi portano il pranzo che io dimentico di prepararmi ogni fottutissimo giorno – grazie per l’insalata di riso, amica volenterosa – e mi tirano schiaffetti sulla nuca quando vedono che mi sto torturando la schiena con le unghie, come faccio quando sono concentrata e sotto stress. La riccia mi tiene a bacchetta e mi porta in giro per centri commerciali a comprare regali di compleanno, cinque – centri commerciali, intendo – in un giorno.

La macchina fa dei rumori di peste peggio del solito, credo sia l’invocazione definitiva al suicidio assistito, io replico “tira avanti fino ad Agosto che sennò non ce la faccio coi soldi” e lei risponde “iiiiiiieeeeeeech” in retromarcia, che credo significhi “fanculo i soldi voglio solo morire” o simili.

Rischio ogni giorno di perdermi in un fluido malefico di sirene abbraccianti e calde e di momenti che dicono “annùllati” e io so che devo ricordarmi chi sono, cosa faccio, cosa mi rende individuale; so che devo preservare me stessa perché se perdo l’una dimensione – l’individualità – perdo sicuramente anche l’altra – l’abbandono al nulla e alle sirene, con annessi abbracci caldi – e quindi capiamo bene che è fondamentale, la faccenda del preservarsi.

Insomma, il caos.

Comunque, è bellissimo.

Molto nuda

Accadono cose di cui non si può scrivere e di cui anche parlare, pare, causa esplosioni e smottamenti cardiaci. Ma il mese è stato pieno di novità ed alcune vanno assolutamente rimarcate in uno di quegli elenchi a punti che tanto ci sono mancati – #nonèpernientevero:

1) Ogni certezza riguardo ai propri limiti esiste al mero scopo di essere smentita;

2) 48 ore possono rivelarsi un tempo lunghissimo;

3) In situazioni di sbalzo emotivo il mio olfatto si affina a livelli tali che potrei competere per il premio Cane da Tartufo Edizione 2015;

4) Se è vero che una madre in situazioni di forte tensione sarebbe capace di sollevare di sole braccia la macchina sotto la quale è bloccata la gamba del figlio, è pur vero che, se merita, a sollevare montagne siamo bravi tutti;

5) nel dubbio, mangia il tortino di alici;

6) puntare la sveglia un quarto d’ora prima vuol dire un risveglio meno violento e molto più gradevole, e tra l’altro non è che ti devi svegliare per forza alle otto anche di domenica;

7) la mia vita professionale non va avanti senza una ragionevole, quotidiana e compulsiva sequenza di to-do list un pelo naziste e rognosette;

8) nel dubbio, visto che non ti sai orientare e ti potresti ritrovare per sbaglio ad un casello, portati un paio di stramaledetti euro nel portafogli;

9) i cognomi sono più importanti dei nomi, soprattutto se sono cognomi qualsiasi, tipo il tuo;

10) sembra non esistere limite a quanto può essere incommensurabile la paura di perdere certe cose;

11) la bellezza chiama sempre il prezzo di un po’ di sangue: anche qui, il tuo. Ti consolerà il fatto che porterà calore al tuo collo fragile e dissestato nel momento in cui colerà dagli angoli della tua bocca, fuori dai tagli che ti sei fatta battendo i canini contro le guance.

Avevi paura? e adesso fottiti.

***questo post è stato scritto sotto l’effetto di una notevole quantità di birra. Nondimeno, trattasi di post autentico e assolutamente attendibile ***

Ci sono volte in cui semplicemente scopri che non avevi capito niente e che anche se ora l’hai capito, è fottutamente tardi, pare.

Ci sono volte in cui l’unica cosa che ti rimane da fare è tirare fortissime craniate contro al muro perché qualunque altra cosa sembra proprio non avere senso d’essere fatta.

Che poi lo sapevi, che sarebbe finita così, ma intanto che ci sei, sbatti la testa contro al muro, và.

testa

Cose Preziose

Il piccolo delinquente indossa occhiali da sole a forma di cuore, come quelli di Lolita. Ha una maglietta a maniche corte e scarpe da runner. A ben pensarci non è affatto piccolo, ma è decisamente un delinquente. Il suo passe partout è un sorriso luminosissimo; sotto le lenti nasconde occhi molto grandi, che spalanca spesso.

Il piccolo delinquente cammina svelto per la sua strada e fa finta di essere solo: in realtà sa benissimo che alle sue spalle c’è lei, che scivola dietro la sua ombra. Lei ha capelli spettinati, una gonna corta e una tigre al guinzaglio che la protegge; non porta occhiali da sole e i due dardi neri in cima al suo viso bucano la schiena di lui. Lui sa che lei è lì; sa di essere osservato e ascolta i suoi passi, ma non si gira; perché poi magari lei scompare, come Euridice quando Orfeo volta la testa prima di uscire dall’Ade. Oppure non scompare, ma lo inghiotte nell’abisso della sua vita. Perché lei, piano piano, socchiudendo appena le labbra, sta dicendo “guardami“.

Ogni tanto il piccolo delinquente si gira. Ogni tanto si vanno incontro reciprocamente ed è sempre un regalo di compleanno: sai che ci sarà ma sei comunque trepidante nell’accoglierlo a te. Lei ogni tanto distoglie lo sguardo, s’infila in una traversa qualsiasi, vive altre cose, e poi se lo ritrova dietro, o di lato, che sbuca da una casa: a volte è un’illusione, a volte è proprio lui, che si affianca a lei. O che cammina lentamente dietro la sua schiena. Sente il suo fiato sulla nuca, e la sua marcia riprende ad avere un senso.

Il piccolo delinquente ogni tanto corre via veloce e scattante o si mette a scherzare con le ombre di entrambi: si diverte a dire piccole bugie, le copre gli occhi con le mani, la prende in giro, nasconde nelle tasche conigli morti di morti strane e cela scorpioni tra le dita. Lei è forte, è indipendente, nel tempo ha imparato che anche se sceglie le traverse laterali starà bene; non è obbligata a seguirlo, o ad accettare il suo fiato sulla nuca, e spesso ha pensato di averlo perso di vista per sempre, troppo lontano, o chissà in quale sentiero laterale. Senza saperlo sono cambiati. Hanno sincronizzato i loro passi e adesso ogni tanto lui si ferma, riflette, ha imparato che non dev’essere per forza in movimento. Lei ha imparato a fermarsi a distanza, perché lui ha bisogno di spazio. Ha capito che ha un’anima nera, ma anche una parte bianca, che a lei è permesso vedere. Lei è diffidente con tutti e non perdona nessuno. Tranne lui.

Lei ha smesso di avere paura, di lui e di se stessa: quando il piccolo delinquente è abbastanza vicino, cerca di fare in modo che lui si curi di se stesso; lo prende per mano, lo convince a camminare ancora, perché il posto in cui deve arrivare è lontano e lei non ha nessuna intenzione di fermarlo. Cammineranno insieme, stando un po’ più vicini giorno dopo giorno.

passi

Inno del perdersi

“S’instaurerà sopra di noi,

cosa vuoi di peggio?

niente panico mi vedrò riflesso,

di sera sai che c’è? viene giù l’immenso…”

Grazie a tutti i Santi è andato via il vento.

A me piace, il vento, ma una settimana di burrasca molesta cominciava a provocarmi l’emicrania spinta e la mattina sotto la Poonto trovavo annidata ogni cosa possibile: gatti, sacchetti della spazzatura, i sette horcrux di Lord Voldemort. Non si poteva continuare così.

Il vento se n’è andato ed ha lasciato nuvole stupefacenti che somigliavano a visi rosa-arancioni di neonati appena venuti al mondo; ti guardavano dall’alto con ghigni deformi, e per quanto fossero spaventosi, facevano pensare a demoni bellissimi. Il lato meraviglioso della malvagità, il terrore amabile. Dondolarsi su una sedia vicino al caminetto acceso stringendo tra le braccia un piccolo cane rabbioso che sai che ti morderà appena di sveglierà.

Il vento è andato via dalla valle e anche dentro di me i venticelli si sono messi a riposare. Non c’è più confusione ma sono stanca, essere sballottati è necessario ma affatica moltissimo il corpo e lo spirito. Al posto della confusione una quieta, tristanzuola e nitida percezione di quanto sia impossibile decidere di volere qualcosa di serenamente accessibile, quando ciò che vuoi è – fino a prova contraria- negli spazi della calda e meravigliosa complicatezza.

È arrivato il caldo e con lui le braccia scoperte, e guidare meno ingoffati in mille strati. Respira anche il cervello, con meno vestiti addosso.

Torna la calma e con lei la forza, anche quella di arrabbiarsi un po’ con tutti. Arriva anche la voglia di stare da soli, e per quello in verità già eravamo a cavallo; perché se la sera tra rimanere a casa a lavorare e avere un appuntamento, preferisci lavorare, due domande fattele.

Il vento ha portato chiarezza ed un tempo dell’attesa consapevole; un tempo in cui mi sa che lavorerò parecchio e passerò amabili serate e fare lunghissime docce rigeneranti. E con delle nuvole-bambini cattive e urlanti – ma al contempo dolci e protettive – che mi fissano da sopra il tetto di casa.