Panama, ma non in senso geografico.

La prima domanda che mi ha fatto il venditore di cappelli di una delle innumerevoli bancarelle poste davanti agli scavi di Pompei è stata: “Italiana?”. Sì, sono italiana, signore dei cappelli. Ho caldo e mi sta andando la testa in fiamme, cosa che non succede mai perché ho una chioma nidiforme in testa e se li raccolgo bene i capelli mi proteggono ottimamente dal sole. Ma siamo a Pompei in un giorno del mese più caldo dell’estate più rovente degli ultimi anni, ho addosso la protezione 30, ho due bottiglie d’acqua nella borsa e sì, sono italiana, quindi capisco quando parli e non mi fare un prezzo indecente per quel cappello bianco, ok?

“Per bella signorina italiana 20 euro”.

Grazie, signore dei cappelli. Per la giapponese dopo di me hai fatto 35 euro, guarda che ti ho sentito.

Con in testa il mio nuovo Panama raggiungo il prode cavaliere mollato a far la fila sotto il caldo – e senza un goccio d’acqua – e ci accingiamo, copricapo-dotati, a darci dentro con la prima esperienza ai limiti della sopravvivenza umana di quelle vacanze.

Io dico solo, che senza il benedetto cappello non sarei sopravvissuta. Dalle undici alle quattro di quel primo martedì abbiamo trottato per le terrose e aride vie di una Pompei più salvaguardata di quanto uno si aspetti con il solo ausilio di un vestiario evanescente, una roboante determinazione alla visita approfondita e le periodiche allucinazioni a stampo divinatorio di santi e di Madonne che ci sussurravano che ce l’avremmo fatta. Ogni venti metri una fontana, squisita novità pompeiana, e turisti giapponesi che ci si tuffavano sotto. Bambini che venivano refrigerati ripetutamente. Io, un paio di lavaggi integrali della chioma.

Poi, dunque, quali altre prodezze. Si è ritrovato catapultato a Napoli, sballottato tra le valigie e gli zaini, stropicciato insieme al giornale sotto il mio braccio. È rimasto sette ore infilato tra un sedile e il sudicio finestrino dell’aliscafo, rimanendo comunque intonso e bianco. Tra le mie sudatissime mani è sceso a Lipari, pronto per salire su una macchina verde metallizzata e giungere, dopo venti minuti di stradine stradette straducole salite discese asfalto sassi sterrato cemento poi ancora sali poi scendi poi traballa sul terreno impervio, dicevo per giungere a una casa fatta a rettangolo basso in mezzo al nulla: solo fichi d’India, sabbia, sassi e piante poggiate sul letto di un cratere vulcanico spento. Una ciotola di verde nel nulla e, sul bordo della ciotola, questo agriturismo pieno di gatti e di inaspettato colore. Un paradiso di uccellini e piatti di pasta infiniti, una cucina povera, stupefacente, pesce che alla fine ti esce dalle orecchie e comunque, a mezz’ora di passeggiata da lì, gli arancini più caldi e croccanti del mondo e le mie dita unte di olio che stringono il Panama, poverino.

Lì, sottoposto ad ulteriori angherie: divenuto seggiola per i gatti che ci si sedevano sopra, dimenticato su ogni sdraio e ogni amaca e poi recuperato ogni volta. Portato in testa da me, occasionalmente da qualcun’altro. Bagnato di pioggia temporalesca e imprevista, una pioggia rara per isole aspre come i limoni che partorisce la terra. Una pioggia che rimbalza su terra dura come la sua ostinazione a non cambiare, come i suoi abitanti dai visi bruni e mangiati dal vento, che sfioravo la lava e non la temono.

Poi vere torture, una dopo l’altra: oltre al sudore che colava dalla mia testa durante e dopo ogni maledettissima camminata in salita per tornare a piedi all’agriturismo, o durante le violente e rocambolesche discese in paese a ritmo di slavina, gli capitano la terra, la sabbia e la salsedine. In spiaggia, a raccogliere mare e crema solare, a essicare al sole e con un sasso dentro per evitare che volasse via. Poi portato sullo Stromboli, tre ore di camminata sulla schiena di questo sfogo cutaneo del mare, un bubbone sempre arrabbiato ma non troppo che ti manda a fuoco le caviglie appena ci poggi piede sopra, a ricordarti che è vivo e comanda lui – se per caso avessi dubbi sulla questione. Volato via più volte e rotolato sulla distesa di sabbia nera come inchiostro – sabbia mai toccata da mani umane o zampe animali, lieve e vergine come neve all’alba; comunque sia il cappello è sempre stato recuperato, anche in cima al vulcano, dove folate di zolfo e pietruzze ne hanno minacciato continuamente la sopravvivenza. Sempre più sporco, sempre più giallo, sempre più intoccabile, è stato infilato – sì, un Panama – arrotolato nel mio zaino per consentirmi la discesa nel buio con le mani libere: giù a fare surf sui sabbioni pieni di sassi, a tagliarmi i piedi.

Il giorno dopo liberato dallo zaino, tutto ancora stropicciato, a riposare come noi, esausti, shackerati come pomice eruttata dritta nel mare, a godere del silenzio della cima vulcanica coltivata, tra i miagolii dei gatti e il rumore di un getto d’acqua della vasca in giardino.  Poi una gita in barca, anzi due, facciamo tre, il vento è forte e lo tengo in basso perché non cada in acqua: mi serve ancora la sua protezione da un sole che non accenna a smettere se non un giorno in cui prendiamo tanta di quella pioggia che non distinguiamo l’acqua che ci bagna nel mare da quella che ci bagna dal cielo. Proviamo a rimanere a mollo, ma ci sono i fulmini e dobbiamo uscire. Piove ma non uso il cappello per coprirmi, è un cappello da sole, ho paura che il clima piovoso lo traumatizzi.

Poi è il penultimo giorno, lo faccio dondolare tra le mani tra le sale silenziose di un museo. Ci aspettavamo di nuovo brutto tempo e invece no, fa caldo, ci confortano solo i ventilatori in ogni sala. Poso il Panama, lo dimentico, torno indietro a prenderlo. Cambiamo edificio, lo lascio nel guardaroba, penso che non lo ritroverò e invece lo ritrovo. Come quando entro in un’edicola e per sfogliare i giornali lo poso su una pila di riviste, poi me ne vado: al ritorno mi accorgo che ho la fronte calda e mi rendo conto che non ho il cappello. “L’ho perso” “L’avrai posato da qualche parte” “Mi pare in edicola”… giro la testa e guarda un po’, senza accorgermene siamo proprio davanti ad essa. Entro ed è ancora sulla pila di riviste, dove l’avevo abbandonato come una disgraziata. “Ti ha chiamata”. Mi sa di sì. Ha dei poteri magici: quando lo lascio da qualche parte diventa invisibile e nessuno se lo prende, poi arrivo io e ridiventa visibile, così lo posso portare via.

Ultimo viaggio, ultima barca, ultima gita: salire su Vulcano, nell’Isola di Vulcano. Di nuovo portato su controvoglia, ma il sole è letale e le fumarole fanno salire un calore infernale: sono gialle e verdi, dei pazzi disperati ci camminano in mezzo nonostante sia pericoloso. Il cratere è a portata di piedi, ti ci potresti calare dentro ma non lo fai perché se ci provi svieni. La puzza di uovo marcio è incredibile, ti sfonda i capillari del naso: impregna noi, i nostri vestiti e il cappello che ormai vuole solo essere lasciato in pace, ne ha viste troppe, fatemi morire in pace, vi prego.

Torniamo puzzolenti e stanchissimi, ci godiamo il penultimo tramonto. Questo Panama è un cappello fortunato, ha visto il cielo diventare viola, rosso, azzurro e grigio nell’arco di un’ora, una sera, grazie ai favori di un temporale lontano. Ha visto nuvole scorrere veloci come macchine da corsa ed è stato posato ai piedi di rocce mutlicolori, striate come pasta sfoglia, friabili come biscotti ma alte e inesorabili come giganti. C’è Polifemo, lì da qualche parte, e lancia sassi a Ulisse, come mi ricorda Paolo. “Dove sta il cappello?” “lo hai lasciato sul divano”. O in bagno. O sull’amaca, o sul letto, la poltrona, la sala da pranzo, nello zaino, sullo scoglio, al bar, per strada, su quella panchina, è la cartina tornasole della mia sbadataggine. Il cane da guardia del mio intelletto. Lasciato ovunque, recuperato sempre,come ogni dialogo e ogni silenzio riposato tra noi due. Addormentato come noi, rilassato come le nostre gambe, caldo come i nostri colli sotto la brace delle due di pomeriggio, bagnato sempre, come le nostre schiene dopo ogni sgroppata giù per qualche sentiero o su per qualche mulattiera.

Poi si va.

Sono le sei di mattina e non ci credo che riusciamo a svegliarci davvero. Noi non ci svegliamo mai seriamente quando suona la sveglia, nei weekend come durante la settimana: la sveglia è un consiglio, la prendiamo come una suggestione filosofica, se vuoi, ecco, sono le sette, le sette e mezza, sarebbe opportuno cominciare a prepararsi, dovresti, potresti…vorresti? Però, guarda, fai tu che sai.

Invece ci alziamo e andiamo all’aliscafo delle sette.Il cappello è stremato e vuole dormire, come noi, e fa freddissimo per colpa di un’aria condizionata letale. Siamo al sud: siamo morti di caldo fino a quel momento ma a bordo di quel maledetto coso se avessimo una copertina di pile la useremmo. Il cappello rimane lì, appeso allo schienale, non serve a niente con quel gelo.

Dormiamo, anzi sonnecchiamo. Ascoltiamo i dialoghi superficiali, cretini e insopportabili di una famigliola romana antipaticamente borghese che è stata a Panarea. Moglie altissima, marito altissimo, due figli maschi, una bambina. Tutti bruni di sole, un po’ incartapecorita lei, stile olio solare stimolatore dell’abbronzatura. I maschi tutti in camicia bianca, pare si usi così, piace alla gente che piace e cazzate annesse. Discutono di vestiti da settecento euro e locali alla moda. La madre bacia e coccola il primogenito, il suo palese preferito: bocca da Cupido e viso da wasp all’italiana, snobismo da re dei fighi della compagnia fighetta di adolescenti, un guidatore di Mercedes allo stato larvale. Ce n’è abbastanza per invocare l’arrivo di una delle piaghe d’Egitto a mangiarseli tutti vivi, compresa la bambina bionda che saltella coi piedi sulla sua poltrona noncurante del fatto che sta ripetutamente pestando l’Ipad della madre.

Arriviamo con un’imprevedibile ora di anticipo e ci schiantiamo verso l’uscita dal mezzo, che recuperare i bagagli già sappiamo che sarà un casino: e poi non ne possiamo più di star seduti e ci girano le palle perché è finita la vacanza. La allungheremo passando la notte successiva a Lucca – bellissima di sera, calda ma non troppo, le nostre mani sulle colonne a baciare con le dita i marmi freddi; io insopportabilmente ubriaca come spesso accade, lo costringo a sbagliare strada e per punizione mi becco i racconti nerd sui cosplay e i personaggi di Warhammer. Ma a turbarmi un po’ mi torna talvolta in mente che no, il cappello non è più con me perché è rimasto appeso allo schienale dell’aliscafo. Me n’ero accorta mentre andavamo a recuperare la macchina. “No, il cappello! l’ho lasciato sull’aliscafo!” “No, sull’aliscafo no! Proprio all’ultimo!” “Dovrò procurarmene un altro!” “Noooooo!”

Insomma, non mi sopportava più, non ci sopportava più. Ha usato la sua magia e si è fatto invisibile di nuovo, stavolta per me. Non ha voluto scendere a Napoli: sentire il suo caldo davvero incredibile, superiore a qualsiasi altro caldo fino a quel momento sopportato. Non ha voluto sedersi ai tavoli di una pizzeria, essere lanciato sulla sedia di plastica, ammirare il parcheggiatore del locale che adescava clienti da tutti gli angoli della piazza. Quello porgeva un menù, gli dava un tavolo e loro manco capivano che stesse succedendo. Il cappello ha dichiarato: basta, per me va bene così. Ho ascoltato le vostre chiacchere ovunque, ho fatto la guardia mentre dormivate sotto le rocce, vi ho visti cambiare girovagare e tirare fuori acqua su acqua dagli zaini, mi avete costretto a fendere l’aria rotolando a velocità inaudita giù per una montagna. Ho guardato con voi ogni tramonto e ogni temporale. Ho sopportato i gatti e i momenti in cui tu, screanzata, mi usavi come portaoggetti, appallottolando il costume bagnato e ficcandomelo dentro. 

Ora basta, tornate a casa, io resto qui.

E noi siamo tornati a casa, all’eco delle telefonate di lavoro e dell’essere ripartoriti alla nostra stessa vita, risputati in una quotidianità senza infradito ai piedi. Una vita di pelle liscia e capelli setosi, e telefono, e computer. Con la testa al fresco.

(nell’immagine: una testimonianza fotografica del cappello, che è esistito)

cappello

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Perdere e trovare

Cosa c’era, di più importante, ogni giorno ad ogni ora da subito dopo esserti infilata quel biglietto in tasca, fino a poco fa?

Un anno fa trascinavi gambe accaldate in piazza e, per caso, ascoltavi la presentazione di un suo libro. Lui ne stava leggendo dei passi con voce sentita. Parlava dell’ambiguità della bontà, della vera anima degli spiriti umanitari, della realtà che cambia mentre viaggia tra i monti dei nostri palmi, mentre la teniamo tra le mani.

In quell’occasione gli hai fatto un devasto di domande, tanto che un paio di signori nelle file avanti si sono girati per capire chi era l’importunatrice del caso. Non hai smesso, volevi fare domande scomode ma non ne esistevano, avevi davanti qualcuno che non aveva paura di vergognarsi. “Lei non pensa che la bontà sia egoismo, che lo spirito umanitario sia gratificazione dell’ego? Lei si sente, a volte, meschino nel fare del bene?” e lui rispondeva sì, certo, sono cattivo ed egoista. E tu non facevi che pensare a quanto ti stava simpatica questa cosa.

Dopo, quando la gente ha cominciato a diradarsi, gli sei andata vicino. Non avevi borse né portafogli. Ti piace così, uscire di casa senza pesi, quando puoi, però quella volta per questo motivo non hai potuto comprare il suo libro. Lo hai comprato tempo dopo. Gli hai detto sentiamoci, mi piacerebbe intervistarla, io lavoro su questi temi, se le fa piacere. Lui ha detto sì, le scrivo la mia mail, si metta in contatto con me. Ti ha dato un pezzo di carta con la mail, ha ripetuto “mi chiami, davvero” e poi sei tornata a casa. Eri allegra perché eri uscita per una granita ed eri tornata a casa con un accordo per un pezzo di attualità.

Poi non si sa bene, altri lavori, altre cose. Sei partita per le vacanze. Hai litigato con la persona sbagliata nel momento sbagliato. Hai avuto troppe grane in troppo poco tempo, e i giorni, le settimane, ti hanno investita e fatta loro come fieno in una rotoballa.

Poi, come spiega Antoine de Saint-Exupery – anche detto Il Melenso – anche una volpe non addomesticata come te può imparare a creare legami e può trovare il Piccolo Principe su qualche piccolo pianeta. “Conoscerò un rumore di passi che sarà diverso da tutti gli altri. Gli altri passi mi fanno nascondere sotto terra. Il tuo, mi farà uscire dalla tana, come una musica”. Così ecco, eri lì, portata a uscire dalla tua tana di diffidenze, in un paradiso di fiori e farfalle che si posano sulla punta del tuo naso e accettano il rischio di morire per il movimento maldestro di una tua mano, tra brezze di vento gentili e pelle morbida e conosciuta, eri lì con il piccolo principe a sfidare le vertigini in alta montagna quando hai saputo che Luca Rastello era morto e tu no, non avresti potuto più chiedergli un’intervista.

Cosa c’era, di più importante, ogni giorno ad ogni ora da subito dopo esserti infilata quel biglietto in tasca, fino a poco fa?

Se hai imparato una lezione, ultimamente, è questa: a volte dai per persa una cosa, ti mentalizzi sul doverci rinunciare, e proprio in quel momento diventa tua. O il contrario: scopri ogni giorno quanto tutto può andar perso con facilità inimmaginabile. Come i biglietti.

Pausa

Innanzitutto annuncio il manifestarsi di un fenomeno sorprendente: al 20 del mese, nonostante io abbia dovuto pagare le vacanze, nonostante abbia speso soldi in cene e vino più del normale, nonostante gli abbandoni spericolati in sessioni di food porn in pausa pranzo, ecco, ho ancora dei liquidi sul conto corrente.

paperon-de-paperoni

Il che significa che sì, ce l’ho fatta, dopo anni sono riuscita nella mia missione più ambiziosa: insegnare ai soldi a riprodursi da soldi. Figata, non dovrò mai più procurarmi uno stipendio, di questo passo! vai con la partenogenesi inconsapevole della Lira!

In secondo luogo domani mare, molto bene, mare, in giornata ma si può fare. Ho la protezione trenta ed un costume verde comprato a caso in una bancarella di Tirrenia ( “mi dia due costumi, uno da uomo e uno da donna” “come li vuole?” “uno dev’essere da uomo, uno invece da donna”) e ci vado -anche- con La Gente del TFA. Per chi non lo sapesse per TFA si intendono quelle forche caudine per cui pare si debba passare per diventare insegnante. Per diventare insegnante, in soldoni, ve lo spiego, bisogna:

-fare tre esami, due scritti e un orale, ad altissima selettività;

-considerare il fattore CAOS dato dalla disorganizzazione burocratica della macchina del TFA che perde date, perde inscrizioni, perde persone (murate vive in segreteria studenti, suppongo), perde battiti cardiaci altrui;

-sganciare duemila e rotti euro per fare un corso in cui lavori gratis come un servo della gleba cocainomane;

-dare degli altri esami, ventimila (i famosi Ventimila Esami sotto Stress) tutti rigorosamente nello stesso momento, perché uno dei requisiti prìncipi richiesti agli insegnanti è il dono dell’obiquità (un giorno ti troverai a dover spiegare filosofia e, al contempo, a controllare che le coppiette di liceali non si mettano a ciulare nei gabinetti, forse?);

– morire d’infarto e poi se resusciti puoi insegnare. Precario.

Ecco, alcuni miei amici fanno questa cosa qui e per riprendersi (farli riprendere) da un anno di traumi, domani si va al mare. Poi domani sera si torna dal mare e ci si fa mangiare dal weekend, come sempre.

La vita continua a essere come una giornata sugli sci, la sera crollo a letto esausta ma dopotutto contenta.

Fatemi gli auguri per una buona e proficua ustione da (secondo) sole.

Del preservare il caos

Dopo attente esaminazioni, riflessioni e definitivi momenti di consapevole epifania interiore, posso ufficialmente dichiarare che il caos governa dittatorialmente la mia vita attuale.

Non riesco a definire i confini del mio lavoro che di giorno mi guarda negli occhi, la sera mi ammica dallo schermo del computer e di notte mi fa BUH! da dietro i cassonetti delle vie percorse in sogno. Sono indietro su tutto e son sempre in moto e per di più non ho capito come sia successo ma i lavori che mi stanno sulle balle hanno il sopravvento su quelli che mi piacciono (perché la prospettiva di riavere un dialogo sano e costruttivo con la mia adorata direttrice di banca, lo ammetto, è allettante, diamine).

I weekend sono buchi neri, ci entro e il Signore solo sa se ne uscirò. Vengo inghiottita da piumoni che tengono sempre più caldo man mano che le settimane passano, bevute mastodontiche, orologi che camminano avanti e indietro – ho sempre pensato che gli orari fossero convenzioni inutili e infatti non hanno più significato, oramai, tra venerdì e Domenica – respiri saputi a memoria e comunque sempre nuovi.

Perdo gli oggetti, ora più che mai. Ho perso memoria di un paio di magliette, di bottigliette d’acqua, di pettini, di lenti a contatto che lancio nell’aria a mezzanotte e finiscono sul legno di un parquet innocente. Le mie scarpe colonizzano macchine mie e non, se giocassimo a Risiko e fossero carri armati avrei già conquistato l’ Eurasia tutta.

Dormo a casa mia ma spesso anche no e quando torno a casa il gatto, incazzato, fa la coda a procione e mi mutila le dita, che in felino vuol dire “puttana traditrice senza istinto materno vattene da dove sei arrivata però visto che sei qui ora giochiamo ho giusto nascosto parte dei tuoi indumenti intimi sotto i mobili di casa facciamo a chi li trova prima”. 

La mia psiche è gradevolmente instabile come sempre e pure un po’ di più: mi han detto che son stata cattiva, che gioco sporco e mi prendo cose non mie e io ho incassato tutto con la classe di un boxeur all’angolo. Io non ho ancora individuato il mio vero grado di colpevolezza ma nutro il forte sospetto che la mia macchina interiore di sensi di colpa – produttiva e inarrestabile come una catena di montaggio Ford – questa volta abbia esagerato e sia anche onestamente il caso di spegnerla e smetterla di flagellarsi solo perché si decide di vivere la vita che ti chiama.

Le mie colleghe mi vengono in soccorso sull’immediato e superficiale vivere quotidiano: mi portano il pranzo che io dimentico di prepararmi ogni fottutissimo giorno – grazie per l’insalata di riso, amica volenterosa – e mi tirano schiaffetti sulla nuca quando vedono che mi sto torturando la schiena con le unghie, come faccio quando sono concentrata e sotto stress. La riccia mi tiene a bacchetta e mi porta in giro per centri commerciali a comprare regali di compleanno, cinque – centri commerciali, intendo – in un giorno.

La macchina fa dei rumori di peste peggio del solito, credo sia l’invocazione definitiva al suicidio assistito, io replico “tira avanti fino ad Agosto che sennò non ce la faccio coi soldi” e lei risponde “iiiiiiieeeeeeech” in retromarcia, che credo significhi “fanculo i soldi voglio solo morire” o simili.

Rischio ogni giorno di perdermi in un fluido malefico di sirene abbraccianti e calde e di momenti che dicono “annùllati” e io so che devo ricordarmi chi sono, cosa faccio, cosa mi rende individuale; so che devo preservare me stessa perché se perdo l’una dimensione – l’individualità – perdo sicuramente anche l’altra – l’abbandono al nulla e alle sirene, con annessi abbracci caldi – e quindi capiamo bene che è fondamentale, la faccenda del preservarsi.

Insomma, il caos.

Comunque, è bellissimo.

Molto nuda

Accadono cose di cui non si può scrivere e di cui anche parlare, pare, causa esplosioni e smottamenti cardiaci. Ma il mese è stato pieno di novità ed alcune vanno assolutamente rimarcate in uno di quegli elenchi a punti che tanto ci sono mancati – #nonèpernientevero:

1) Ogni certezza riguardo ai propri limiti esiste al mero scopo di essere smentita;

2) 48 ore possono rivelarsi un tempo lunghissimo;

3) In situazioni di sbalzo emotivo il mio olfatto si affina a livelli tali che potrei competere per il premio Cane da Tartufo Edizione 2015;

4) Se è vero che una madre in situazioni di forte tensione sarebbe capace di sollevare di sole braccia la macchina sotto la quale è bloccata la gamba del figlio, è pur vero che, se merita, a sollevare montagne siamo bravi tutti;

5) nel dubbio, mangia il tortino di alici;

6) puntare la sveglia un quarto d’ora prima vuol dire un risveglio meno violento e molto più gradevole, e tra l’altro non è che ti devi svegliare per forza alle otto anche di domenica;

7) la mia vita professionale non va avanti senza una ragionevole, quotidiana e compulsiva sequenza di to-do list un pelo naziste e rognosette;

8) nel dubbio, visto che non ti sai orientare e ti potresti ritrovare per sbaglio ad un casello, portati un paio di stramaledetti euro nel portafogli;

9) i cognomi sono più importanti dei nomi, soprattutto se sono cognomi qualsiasi, tipo il tuo;

10) sembra non esistere limite a quanto può essere incommensurabile la paura di perdere certe cose;

11) la bellezza chiama sempre il prezzo di un po’ di sangue: anche qui, il tuo. Ti consolerà il fatto che porterà calore al tuo collo fragile e dissestato nel momento in cui colerà dagli angoli della tua bocca, fuori dai tagli che ti sei fatta battendo i canini contro le guance.

Avevi paura? e adesso fottiti.

***questo post è stato scritto sotto l’effetto di una notevole quantità di birra. Nondimeno, trattasi di post autentico e assolutamente attendibile ***

Ci sono volte in cui semplicemente scopri che non avevi capito niente e che anche se ora l’hai capito, è fottutamente tardi, pare.

Ci sono volte in cui l’unica cosa che ti rimane da fare è tirare fortissime craniate contro al muro perché qualunque altra cosa sembra proprio non avere senso d’essere fatta.

Che poi lo sapevi, che sarebbe finita così, ma intanto che ci sei, sbatti la testa contro al muro, và.

testa

Cose Preziose

Il piccolo delinquente indossa occhiali da sole a forma di cuore, come quelli di Lolita. Ha una maglietta a maniche corte e scarpe da runner. A ben pensarci non è affatto piccolo, ma è decisamente un delinquente. Il suo passe partout è un sorriso luminosissimo; sotto le lenti nasconde occhi molto grandi, che spalanca spesso.

Il piccolo delinquente cammina svelto per la sua strada e fa finta di essere solo: in realtà sa benissimo che alle sue spalle c’è lei, che scivola dietro la sua ombra. Lei ha capelli spettinati, una gonna corta e una tigre al guinzaglio che la protegge; non porta occhiali da sole e i due dardi neri in cima al suo viso bucano la schiena di lui. Lui sa che lei è lì; sa di essere osservato e ascolta i suoi passi, ma non si gira; perché poi magari lei scompare, come Euridice quando Orfeo volta la testa prima di uscire dall’Ade. Oppure non scompare, ma lo inghiotte nell’abisso della sua vita. Perché lei, piano piano, socchiudendo appena le labbra, sta dicendo “guardami“.

Ogni tanto il piccolo delinquente si gira. Ogni tanto si vanno incontro reciprocamente ed è sempre un regalo di compleanno: sai che ci sarà ma sei comunque trepidante nell’accoglierlo a te. Lei ogni tanto distoglie lo sguardo, s’infila in una traversa qualsiasi, vive altre cose, e poi se lo ritrova dietro, o di lato, che sbuca da una casa: a volte è un’illusione, a volte è proprio lui, che si affianca a lei. O che cammina lentamente dietro la sua schiena. Sente il suo fiato sulla nuca, e la sua marcia riprende ad avere un senso.

Il piccolo delinquente ogni tanto corre via veloce e scattante o si mette a scherzare con le ombre di entrambi: si diverte a dire piccole bugie, le copre gli occhi con le mani, la prende in giro, nasconde nelle tasche conigli morti di morti strane e cela scorpioni tra le dita. Lei è forte, è indipendente, nel tempo ha imparato che anche se sceglie le traverse laterali starà bene; non è obbligata a seguirlo, o ad accettare il suo fiato sulla nuca, e spesso ha pensato di averlo perso di vista per sempre, troppo lontano, o chissà in quale sentiero laterale. Senza saperlo sono cambiati. Hanno sincronizzato i loro passi e adesso ogni tanto lui si ferma, riflette, ha imparato che non dev’essere per forza in movimento. Lei ha imparato a fermarsi a distanza, perché lui ha bisogno di spazio. Ha capito che ha un’anima nera, ma anche una parte bianca, che a lei è permesso vedere. Lei è diffidente con tutti e non perdona nessuno. Tranne lui.

Lei ha smesso di avere paura, di lui e di se stessa: quando il piccolo delinquente è abbastanza vicino, cerca di fare in modo che lui si curi di se stesso; lo prende per mano, lo convince a camminare ancora, perché il posto in cui deve arrivare è lontano e lei non ha nessuna intenzione di fermarlo. Cammineranno insieme, stando un po’ più vicini giorno dopo giorno.

passi