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A me piacciono gli elenchi. In modo compulsivo. Io elenco la qualunque, fatevene una ragione.

Giappone a cazzo di cane – Come se non ci Mochi un domani

Sono giorni che mi arrovello su come dovrei parlare delle vacanze in Giappone, argomento di cui voglio ASSOLUTAMENTE parlare.

E sono giunta alla conclusione che raccontare il viaggio tappa per tappa sia assolutamente impossibile perché stiamo parlando di un itinerario da pellegrinaggio fondamentalista, però fatto da due elementi umani gasati come cavalli da gara sotto doping.

Quindi parlerò del viaggio in Giappone a cazzo di cane (vedi titolo) cercando di raccontarlo usando alcune delle parole che ci hanno accompagnato per tutto il viaggio  o che sono state, in un modo o nell’altro, fondamentali in quei 15, mirabolanti, nipponici giorni.

A come ARIGATOU GOZAIMASU

Si pronuncia “arigato cosaimas” vuol dire “grazie tante” e lo abbiamo detto, in due, circa 547 volte. Circa. Lo si dice combinato con un inchino accennato e per la personalità tipica giapponese, è fondamentale. La cortesia, la pura cortesia, è l’ossigeno di cui l’indole giapponese si nutre. Il giapponese ti tratta bene e con gentilezza e non lo fa perché DEVE. Lo fa perché per lui è un onore farlo.

Bellissimo, eh.

Uscire da un locale vuol dire: “arigato cosaimas” al cameriere che ti risponde “arigato cosaimas” (anzi: “arigato cosaimaaaaaaaas”) poi “arigato cosaimas” al cuoco che risponde “arigato cosaimaaaaas”, poi “arigato cosaimas” alla tipa alla cassa che E BASTA CHE MI SONO GIÀ ROTTA LE PALLE.

S come STRATIFICAZIONE

Giappone vuol dire, tra le altre cose, TOKYO. E Tokyo, signori, io l’ho amata fin da subito. Piena di gente, piena di cose, piena di persone, priva di orologi. Le giornate non finiscono: non c’è un momento in cui la città, effettivamente, si spenga.

Siamo arrivati all’una di notte del lunedì, siamo saliti all’undicesimo piano dell’albergo e quando mi sono affacciata alla camera d’albergo io sono andata in iperventilazione e ho cominciato a dire, priva di contegno, cose come DOBBIAMO USCIRE IMMEDIATAMENTE METTITI LE SCARPE DOBBIAMO ANDARE SUBITO A FARE UN GIRO.

E i 6 giorni di Tokyo sono stati tutti così: veloci, incasinati, rumorosi, ridanciani. E una cosa che ho amato è stato il fatto che una città enorme e piena di esseri umani come Tokyo abbia trovato un modo meraviglioso di svilupparsi: dove non è potuta crescere in orizzontale, espandendosi a macchia d’olio, è cresciuta verticalmente. A Tokyo trovi: sotto terra due/tre strati di metropolitana, a livello terra taxi/bus/metropolitana, sopra la tua testa i treni. Tokyo è una torta multistrato, eppure riesce a non essere mai, veramente caotica: tutti i suoi ingranaggi si incastrano alla perfezione, come se lavorassero diligentemente per affinare questo sistema da 10 secoli.

E quando, all’ora di punta, un migliaio di giapponesi attraversano la stazione di Shinjuku per prendere il treno e nessuno di loro usa la persona alla sua destra come ariete umano per sfondare la massa e arrivare ai binari in tempo, non puoi che amarli in maniera incondizionata.

La stazione dei treni di Kyoto, esempio perfetto di stratificazione e gigantismo architettonico

M come MAN VERSUS FOOD

La questione bacchette la gestisci con disinvoltura nel giro di due giorni, giusto il tempo per capire che non avere una forchetta è il minore dei tuoi problemi. Davvero. Procederò con un breve elenco di cose che ti possono succedere (e che a noi sono successe) in Giappone:

-Soffocarsi con un enorme nighiri con le uova (enorme = della dimensione dell’orecchia di un cocker);

-Mangiare una ciotola di ramen assassino con il quoziente di piccantezza della zuppa ai peperoncini di Quetzaltenango del commissario Winchester (leggi: puntata dei Simpson in cui Homer mangia troppo piccante ed ha episodi allucinatori) e perdere il dono dell’equilibrio per giorni;

-Grigliare pezzi di carne grassissima direttamente sul tavolo, e poi usare il grasso rimasto per soffriggere altra carne grassissima;

-far esplodere varie pallette di riso, per via della poca capacità di controllare la difficilissima equazione RISO-SALSA DI SOIA-BACCHETTE-OCCIDENTALITÀ SPINTA.

Quello che un po’ ci ha consolato, nella nostra esperienza di deficienza manuale-alimentare, è capire che anche i giapponesi fanno cazzate a tavola. Al primo sushi abbiamo guardato come stalker per tutto il pranzo i nostri due vicini di tavolo copiando ossessivamente i loro gesti. Poi uno dei due ha fatto volare un gambero in aria con le bacchette ed ha tranciato un pezzo di tonno in modo accidentale.

E lì è stato un tana libera tutti.

P come PORNO

Allora, se parliamo di Tokyo, tocca menzionare i miliardi di ragazze vestite come 15enni in divisa scolastica alla Gogo Yubari (oddio, in effetti molte sono vestite così perché sono ESATTAMENTE 15enni e tornano da scuola) che stanno fuori dai locali. Non saprei dire se risultano veramente sexy, visto che ce ne sono davvero troppe per risultare esotiche. E va menzionato anche il fatto che fuori da ALCUNI locali ci sono dei tipi con dei cataloghi di tipe discinte, con prezzi a fianco. Il che è assolutamente normale.

Un posto dove i cataloghi di donne vengono considerati solo…cataloghi di donne! non lo so, mi piace! è talmente innocentemente privo di seghe mentali sulla parità dei sessi, che è la vera manifestazione della parità dei sessi! Mi spiego? non credo.

Altra roba fantastica: il palazzo di sei piani ad Akihabara in cui vendevano solo fumetti porno. Ma c’è effettivamente bisogno, nel mondo di Tokyo, di 3 piani che vendono solo hentai omosex? compresa una collana che raffigura SOLO ragazzi che portano la mascherina?

Boh, se li vendono, immagino che 3 PIANI sia il numero giusto.

Comunque, il mio ragazzo va matto per le tipe in divisa scolastica.

Beh, anche io.

T come TATUAGGI

Pare che il mio tatuaggio impulsivamente fatto in età minorile sia stato un problema in terra giapponese. Pare, infatti, che la sua presenza arrogante sulla mia spalla non fosse gradita nel soave e rilassante contesto degli Onsen, i bagni termali giapponesi.

Se hai un tatuaggio, in Giappone, sei automaticamente bollato come un membro della Yakuza, la mafia giapponese: per questo motivo, le persone tatuate non sono benvolute in un posto come le terme, in cui gli uomini e le donne vanno ANCHE per scambiarsi confidenze, parlare di lavoro e di affari. Se un tatuato si spiaggia sul bordo di una vasca non è inusuale che uno dei presenti si rechi alla direzione dell’onsen per dire: “C’È UNO DI QUEI FIGLI DI PUTTANA MAFIOSI CHE CREDO VOGLIA ORIGLIARE I MIEI DISCORSI. FATE VOLARE IL SUO CULO DA DELINQUENTE FUORI DA QUI”.

E ovviamente uno potrebbe dire: io sono occidentale, ovvio che io non possa essere una mafiosa giapponese. Certo, è giusto: ma una regola è una regola, e in giappone le regole vanno rispettate. Se i giapponesi tatuati devono essere estromessi dagli Onsen, gli occidentali devono rispettare la stessa regola. Loro sono così: non fanno eccezioni, non fanno sconti.

R come RUMORI

Beh, il mondo giapponese comprende la scoperta di una serie di rumori nuovi di cui dobbiamo assolutamente parlare. Procederei a un elenco:

-la musichetta da water. Quando ti siedi su uno degli accessoriati cessi giapponesi, c’è la possibilità di azionare il tasto “musichetta” per coprire eventuali rumori intestinali che possono creare imbarazzo. Il cesso giapponese è un argomento complesso, che potrei comunque sviluppare efficacemente con le parole chiave: BIDET-INCORPORATO-TE-LA-ASCIUGA-ANCHE;

-i diecimila rumori che ti assalgono insieme in alcuni quartieri, in primis Akihabara, il quartiere dei manga, ecco. Alla fine Schermi che sconvolgono i tuoi sensi, gente che urla, gente che “ARIGATO COSAIMAAAAAAAAAAAS”, tipe vestite da Sailor Jupiter che cercano di convincerti schiamazzando a entrare in un locale;

-lo scroscio dell’acqua. I giapponesi amano l’acqua, che ha un ruolo estremamente importante. L’acqua che scivola su qualsiasi superficie, che gorgoglia piano, mi ha accompagnato ovunque, ed è stato bellissimo;

Io e Paolo, felici e con gli occhi a mandorla per mimetizzarci con la fauna locale. Dietro di noi, i carponi.

-Lo sfrigolare del cibo. Io non so quanta roba saltata alla piastra, grigliata e fritta abbiamo mangiato, ma è stato tantissimo cibo grasso, e lo abbiamo amato tutto (tutto il fantastiliardo di calorie che ha rappresentato). Ormai, a me, il rumore dello sfrigolio della carne sulla piastra provoca lo stesso effetto Madeleine delle canzoncine natalizie.

M (e due) come MOCHI

Ora, io vorrei trovare le parole giuste per descrivere la mia venerazione per quel piccolo miracolo della pasticceria che è il Mochi. Però, come dice Jodie Foster in Contact, “Semplicemente non ci sono parole”.

Il mochi è un dolcino grande come il pugno di un neonato di 3 giorni fatto di una pasta creata schiacciando con superba forza e potenza muscolare, con un martello (ripeto: CON UN MAR-TEL-LO) del riso bollito.

Solitamente, un uomo esperto di mochi (L’Uomo Del Mochi) lavora il riso bollito prima con le mani, poi percuotendo il riso con il martello, poi scaraventandosi con tutta la sua forza (e con il martello) contro la massa morbidosa di riso sfatto. Detto così non riesco chiaramente ad esprimere la violenza di tutto ciò, quindi allego video esplicativo:

Ci siamo capiti?

Il risultato finale è una pasta lavorata come uno gnocco, riempita di crema di fagioli dolci (sembra una merda ma NON LO È) e ci si piazza una fragola sopra. E il Mochi, a quel punto, si cosparge di farina di riso. Vorrei che tutti nel mondo potessero toccare la superficie di un mochi una volta nella vita perché è la cosa più morbida e soffice della galassia.

Io e Paolo siamo dei veri cacciatori di mochi e ovviamente in Giappone abbiamo scrutato ogni stramaledetto angolo della città alla ricerca di dolcetti. I mochi migliori li abbiamo comprati un pomeriggio nel quartiere elettrico, subito prima di perdere l’orientamento ed errare freneticamente  per un’ora senza meta e consapevolezza. Non ci fossero stati i mochi a nutrirci, forse avremmo avuto un fatale calo di zucchero, saremmo svenuti e l’implacabile massa di giapponesi ci avrebbe travolto come una mandria di gnu impazzita.

Questo per dire quanto sanno essere meravigliosi i mochi. Ti salvano pure la vita.

O come OMBRELLI

Allora, abbiamo appurato che ci sono alcune invenzioni che dovremmo assolutamente importare. Tra queste, il must è il porta ombrelli con lucchetto nei luoghi pubblici. Con tutti gli ombrelli che mi hanno fottuto nei negozi, potrei farci un maxi ombrellone da riparare dal sole tutta Malibu. Il porta ombrelli ci ha fatto veramente sballare: esempio di dialogo sul portaombrelli.

IO: “Guarda, hanno anche qui il porta ombrelli!”

PAOLO: “Meraviglia, mettiamoli subito e mettiamoci anche un codice!”

IO: “Certo. Guarda il mio ombrello rosa come spicca!”

PAOLO: “È incredibile che un popolo così geniale abbia perso la guerra”.

Questa storia dei giapponesi che è incredibile che non abbiano vinto la guerra nonostante siano dei geni è stata ripetuta in, diciamo…beh molte volte.

Altra genialata che mi sconvolto, oltre al cesso intelligente, i portaombrelli pubblici, i tatami morbidissimi, le bacchette a forma di spada laser di Star Wars e Totoro, è lo specchio che non si appanna sopra il lavandino, così non devi spugnettarlo dopo la doccia. Allego fotoesplicativa. Chiedo scusa per il nudo, ero troppo eccitata dallo specchio magico per perdere tempo e vestirmi.

C come CONCLUSIONI

Come ormai sarà chiaro a tutti, nel raccontare il Giappone ho fatto un casino.

Non ho raccontato dei bambù fluttuanti ad Arashyama, né della bellezza da panico del museo all’aperto di Hakone.

Non ho menzionato la bellezza luminosa di Shibuya di notte, o del senso di straniamento orgasmico che ti danno i maxischermi con le pubblicità.

Non ho neanche accennato alla meraviglia del palazzo imperiale, paradiso di silenzio e tranquillità acciambellato nell’abbraccio di grattacieli della downtown, o a quanto sia pazzesco che nella stessa città, Kyoto, ci siano le vecchie case da té in fragile ed effimero legno e la più pazzesca stazione ferroviaria che si possa immaginare: 12 piani di ristoranti, negozi, zone da concerto, scale mobili e microuniversi.

Non c’è modo di descrivere il Giappone in poche parole, o in mille parole. O in diecimila.

Andate a visitarlo, cazzo, e levatemi da questo imbarazzo letterario.

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Del preservare il caos

Dopo attente esaminazioni, riflessioni e definitivi momenti di consapevole epifania interiore, posso ufficialmente dichiarare che il caos governa dittatorialmente la mia vita attuale.

Non riesco a definire i confini del mio lavoro che di giorno mi guarda negli occhi, la sera mi ammica dallo schermo del computer e di notte mi fa BUH! da dietro i cassonetti delle vie percorse in sogno. Sono indietro su tutto e son sempre in moto e per di più non ho capito come sia successo ma i lavori che mi stanno sulle balle hanno il sopravvento su quelli che mi piacciono (perché la prospettiva di riavere un dialogo sano e costruttivo con la mia adorata direttrice di banca, lo ammetto, è allettante, diamine).

I weekend sono buchi neri, ci entro e il Signore solo sa se ne uscirò. Vengo inghiottita da piumoni che tengono sempre più caldo man mano che le settimane passano, bevute mastodontiche, orologi che camminano avanti e indietro – ho sempre pensato che gli orari fossero convenzioni inutili e infatti non hanno più significato, oramai, tra venerdì e Domenica – respiri saputi a memoria e comunque sempre nuovi.

Perdo gli oggetti, ora più che mai. Ho perso memoria di un paio di magliette, di bottigliette d’acqua, di pettini, di lenti a contatto che lancio nell’aria a mezzanotte e finiscono sul legno di un parquet innocente. Le mie scarpe colonizzano macchine mie e non, se giocassimo a Risiko e fossero carri armati avrei già conquistato l’ Eurasia tutta.

Dormo a casa mia ma spesso anche no e quando torno a casa il gatto, incazzato, fa la coda a procione e mi mutila le dita, che in felino vuol dire “puttana traditrice senza istinto materno vattene da dove sei arrivata però visto che sei qui ora giochiamo ho giusto nascosto parte dei tuoi indumenti intimi sotto i mobili di casa facciamo a chi li trova prima”. 

La mia psiche è gradevolmente instabile come sempre e pure un po’ di più: mi han detto che son stata cattiva, che gioco sporco e mi prendo cose non mie e io ho incassato tutto con la classe di un boxeur all’angolo. Io non ho ancora individuato il mio vero grado di colpevolezza ma nutro il forte sospetto che la mia macchina interiore di sensi di colpa – produttiva e inarrestabile come una catena di montaggio Ford – questa volta abbia esagerato e sia anche onestamente il caso di spegnerla e smetterla di flagellarsi solo perché si decide di vivere la vita che ti chiama.

Le mie colleghe mi vengono in soccorso sull’immediato e superficiale vivere quotidiano: mi portano il pranzo che io dimentico di prepararmi ogni fottutissimo giorno – grazie per l’insalata di riso, amica volenterosa – e mi tirano schiaffetti sulla nuca quando vedono che mi sto torturando la schiena con le unghie, come faccio quando sono concentrata e sotto stress. La riccia mi tiene a bacchetta e mi porta in giro per centri commerciali a comprare regali di compleanno, cinque – centri commerciali, intendo – in un giorno.

La macchina fa dei rumori di peste peggio del solito, credo sia l’invocazione definitiva al suicidio assistito, io replico “tira avanti fino ad Agosto che sennò non ce la faccio coi soldi” e lei risponde “iiiiiiieeeeeeech” in retromarcia, che credo significhi “fanculo i soldi voglio solo morire” o simili.

Rischio ogni giorno di perdermi in un fluido malefico di sirene abbraccianti e calde e di momenti che dicono “annùllati” e io so che devo ricordarmi chi sono, cosa faccio, cosa mi rende individuale; so che devo preservare me stessa perché se perdo l’una dimensione – l’individualità – perdo sicuramente anche l’altra – l’abbandono al nulla e alle sirene, con annessi abbracci caldi – e quindi capiamo bene che è fondamentale, la faccenda del preservarsi.

Insomma, il caos.

Comunque, è bellissimo.

Slow motion.

Liste, nuovamente liste di cose da fare (possibile che io non sappia organizzarmi se non così?)

Agenda con gli impegni scritti dentro.

Calma e raziocinio.

Prove tecniche di autocontrollo.

Pomodoro’s technique.

Beh, il Jackson Pollock che è la mia psiche è un po’ confuso, al momento, per via di tutto questo fare le cose per bene. Tenere i treni al guinzaglio, arrivare a lavoro in orario, ascoltare le risposte, fare le domande. Dire le cose, tagliarsi le dita mentre si affettano i pomodori e poi medicarsi, asciugarsi le ferite. Anche quelle da cui il sangue non esce più da un pezzo.

Ma dove corri? Dove vai? Scendi dalla macchina e corri. Esci dall’ufficio e corri. Corri per tenerti in forma. Agiti le gambe pure mentre dormi. Durante le riunioni ti alzi, seduta non ci stai mai. Con gli amici salti di quà e di là, rimani dieci minuti in un posto e poi raggiungi qualcun’altro altrove. Arrivi dopo, te ne vai prima. Parli e incastri le braccia nei braccioli delle sedie, giochi con le pinze per i capelli, ti strappi i capelli per sbaglio. Scrivi al buio, mandi mail in ritardo e alle persone sbagliate.

Ma dove corri? corri nel posto in cui devi andare, corri perché così arrivi prima. Prima di chi? Prima di cosa? Ma non lo sai che tutte le volte le cose belle le hai trovate per caso? Mentre ti guardavi distrattamente in giro? Mentre non guardavi davanti a te? Ti sei fissata sul fatto di non girarti più, di lasciare il passato alle spalle, ma che mi dici della tua destra e della tua sinistra?

Aspetta. Inginocchiati. Sali su un gradino. Cambia prospettiva. Mettiti al livello dei cani, a quello dei bambini, annusa le rotaie del tram subito dopo il passaggio del 13, e magari chi ti tira via per un braccio ed impedisce che un altro tram ti mozzi il naso, magari ti salva in più modi.

Magari non sai nulla, non sai nulla come sempre; magari questa volta non fai i conti senza l’oste. Magari stavolta aspetti che la gente impari a tenere i treni al guinzaglio, come piace a te, o magari qualcuno ti insegnerà a guidarli.

E allora avrai vinto.

Sarà un mese di intenso lavoro: voglio solo che il 21 Marzo arrivi, e che arrivi Aprile, che è sempre un mese cruciale, in tutti gli ambiti possibili. Non so perché, poi, però è un dato di fatto che tra Marzo e Aprile l’universo mi regala qualcosa ogni anno.

Home sweet home (where are you?)

101dal003

La casa ideale per me non è affatto grande, ma ha soffitti alti. Ci sono finestre ampie, ma niente tende. Se la gente mi vede girare in mutande in salotto, pazienza.

Le pareti sono bianche, almeno alcune di esse: mi serve perchè io sulle pareti scrivo e disegno e di norma lo faccio su colori chiari. Il bianco è, indubbiamente, il colore chiaro che preferisco.

Il bagno ha una vasca da bagno. E delle paperelle sparse, se possibile.

La camera da letto ha un armadio bastevolmente grande da contenere un guardaroba costituito da due generazioni di vestiti ed un numero che oscilla tra il 20 ed il 50 di gomitoli di lana. E conseguenti ferri per lavorare a maglia.

Nella mia casa ideale i pavimenti non si sporcano mai. Mi rendo conto che si tratta di una richiesta oltre i livelli della decenza, ma l’iperuranio è l’iperuranio.

La mia casa ideale è provvista di terrazzo e piante che non attirano le zanzare d’estate. E non muoiono mai, anche se sono io ad annaffiarle.

La mia casa ideale resiste alle intemperie, al disordine compulsivo, ad animali molto vivaci e a me. Senza però per questo dover essere il bunker di Adolf Hitler.

Nella mia casa ideale gli oggetti tecnologici non esplodono e non si spengono al mio passaggio. Neanche il phon. O il forno. (digressione: oggi l’elettricista di famiglia ha provato ad intervenire e risolvere quel vergognoso problema della luce di camera mia che si spegne di sua spontanea volontà ogni 15 minuti: manco a dirlo, non ha trovato un’origine terrena al problema).

La mia casa ideale ha un forno autopulente ed un frigo rosa. Un sacco di oggetti dovrebbero essere rosa, nella mia casa ideale.

Ci vorrei del parquet random, un po’ ovunque: il parquet è fantastico perché è caldo e a me non piacciono le calze.

Pretenderei anche un paio almeno di quegli incredibili tappeti fatti di palline di ciniglia colorata che vendono all’Ikea; anzi, penso che me ne comprerò uno or ora e lo userò per camminarci sopra nei momenti di stress. Mi piacerebbe bianco. Bianche palline-di-neve-calde-e-soffici. Mmmh. Al pensiero sono già più rilassata.

Inevitabile la presenza, nella mia casa ideale, di bow-window, al secolo “bovindo”.  Il bow-window in questione prevede un divano rosso, come quello della casa ne La Carica dei 101. Il dalmata appollaiato sul divano è facoltativo ma preferibile.

Questo per dire che, con enorme sorpresa di tutti e specialmente mia, la progettualità e l’esser positivi son di nuovo cose di questo mondo.

Anche se ascolto molto De André, e non le canzoni divertenti ma quelle da taglio delle vene; ma va tutto bene, è tutto sotto controllo, conosco la rotta, ho fatto il pieno di carburante, ho messo il pane a lievitare, sono connessa che più connessa non si può, Houston mi ricevete?

Comunque vorrei ricordare ai lettori tutti che il 14 Novembre è il mio compleanno e io cerco casa. Chi ha orecchie per intendere…

Avete più di due settimane: ho fiducia in voi, fatecela.

Desideri perversi

Paperondepaperroni

Sono giorni che mi metto a letto, attendo il sonno e nel frattempo mi lascio andare a perverse fantasie che hanno sempre lo stesso soggetto: il mio conto corrente bancario.

Mentre il mio saldo oscilla con fare altalenoso tra gli otto e i dieci euri (balla, oggi erano -57 e spiccioli, sciagura a me) io faccio telefonate minatorie ai miei creditori, elemosino assegni e pagamenti in giro e intanto mi cullo in pensieri sconci a sfondo monetario sulle mille e uno varianti della mia immaginaria futura vita da donna ricca, formulando progetti e sogni spudorati che andrò or ora ad elencare.

 

POONTO 

Ovviamente al primo posto c’è Lei, quella puttana su pneumatici che mi porta in giro da anni e che, ultimamente, ha costretto la Nazza-family a sborsare cifre che…no, non riesco neanche a dirlo, quanto ci ha fatto spendere. So che grazie e Lei posso fare tante cose, so che mi porta in giro, so che mi salva spesso e so che a Lei sono legati mille dolci ricordi ma, cristo, è come guidare una mina, come muovi un piede salta tutto in aria. Tra l’altro: è l’unica auto-vettura che si può vantare di aver quasi ucciso, anni orsono, un attuale deputato parlamentare al quale diedi per puro caso (trattasi di amico-di-amici) un passaggio in una temporalesca serata valsegusina. Ricordo il suo sguardo terrorizzato mentre la mia amica spugnettava via la condensa dai vetri (disappannante? Quale disappannante?) e lo sterzo si bloccava in curva, in discesa.

Ecco, quando avrò ottomila fantastiliardi di dobloni metterò Poonto in garage, la coprirò con un plaid della vecchiaia e comprerò una macchina vera; intendo dire, una macchina nella quale il sedile del guidatore non schizza all’indietro durante una salita.

 

HARRY POTTER’S REVENGE

Sapete tutti, no, che nel primo H.P. il nostro indossava degli occhialetti tutti sfigati che il cugino Dudley gli aveva distrutto e che rimanevano in piedi solo grazie allo scotch, giusto? Ecco, i miei non hanno lo scotch ma la colla Artiglio e, se originariamente la montatura era nera, ora presenta misteriose venature bianche: ciò accade perché la plastica, mi dicono, si sta smolecolando. Manco fossimo al Cern. Comunque fosse per me non li cambierei, ci sono tanto affezionata, ma mia madre mi supplica quasi quotidianamente di cambiare le lenti, che presentano la celebre Sindrome di Spiderman; se ci guardi attraverso, vedrai che sono talmente rigati che ti sembrerà di essere sempre in un posto nel quale è appena passato l’Uomo Ragno, perché scambierai le righe per fili della sua tela. Fzz-fzz. Sì.

 

IL COMBIUTER

Io non sono un’esperta di informatica, ma non credo che un portatile dovrebbe produrre rumori come cra-ta-clanc/cra-ta-clanc/TA-TLANC! In continuazione. Lui ha una resistenza di dieci minuti, dopodichè sbotta. Cancella documenti, sbuffa, si muove. Questo file, esattamente questo, si chiama “Nuovo documento delle balle” perché è il terzo, quarto tentativo che faccio di scrivere. Nel mio hard-disk potete trovare anche “copia di ‘sta minchia dell’intervista/segue data” “stramaledetto articolo bla bla bla” e cose così. Datemene un altro. Uno che non richieda l’ipnosi per funzionare. Ok, una volta l’ho fatto cadere dalla cyclette, è vero, ma dalla cyclette ci sono caduta anche io e non mi lamento mica ancora oggi.

 

L’ANNOSA QUESTIONE DEI TELEFONI E DELLE RICARICHE

Ok, questo è un argomento legato al fatto che dopo la vicenda del super furto ho cambiato scheda, contratto, ecc…ho cannato un paio di offerte fuffa, insomma, ho fatto un po’ di casini e niente super abbonamento mensile con chiamate aggratis. Però.

Ecco, da tre giorni ho il telefono a secco e devo 1) scroccare telefonate al lavoro 2)scroccare i minuti gratis a tutti al lavoro 3) usare altri telefoni 4) subire questo: “Ciao, sono io” “Hai di nuovo cambiato numero?” “No, è che…lunga storia” “Puoi per favore non cambiare più numero?” “NON L’HO CAMBIATO, SOLO CHE…” “Ok, che vuoi?” “Mpf. Niente, niente, poi ti spiego, ciao.”

La gente mi odia, e ne ha motivo. Io, dal canto mio, sogno di comprare la Vodafone, o Tronchetti Provera. O Afef, che credo sia un po’ lo stesso.

 

IL RAPPORTO COMPLICATO CON MADAMA BARAONDA.

Madama Baraonda (pseudonimo, ovvio) è la direttrice della mia filiale bancaria. Io e Baraonda ci siamo conosciute quando io lavoravo a Milano perché alcuni clienti dello studio avevano il conto in quella filiale, io mi occupavo di questi conti e di quello che ci girava sopra, io e lei ci parlavamo, ci facevamo il caffè, ci stavamo simpatiche e alla fine io dissi “Baraonda, mi apro un conto da te” lei disse “Ma brava, ok, guarda, ti agevolo, ci sono delle promozioni, ecc…” e tarallucci, vino e abbracci amichevoli. Poi tornai a Torino, il mio conto cominciò a dare segni di squilibrio e Baraonda capì che adottandomi aveva fatto una cazzata, anche perché le chiesi, per dire, di rifarmi il bancomat due volte in due mesi, mi spostai a Rivoli, la costrinsi ad avere a che fare con un direttore di banca sabaudo (mi chiamava per dire “quel signore non capisce, non MI capisce” e io “Baraò, porta pazienza, qui hanno i tempi loro”) e ultimamente io e lei, mi spiace, ma siamo ai ferri corti. Mi fa passare i RID senza che io abbia i soldi e me le perdona tutte ma la sento distante al telefono; si è persa una certa fiducia e io, lo ammetto, evito le sue chiamate. Poi alla fine rispondo e dico “guarda che non ti sto evitando, è che ho avuto un sacco da fare” e mi sento un po’ American Gigolo, un po’ Mister Big di Sex & the City e un po’ una stronza senza soldi qualsiasi.

Il mio perverso desiderio è di andare in via Cimarosa a Milano, prendere Madama Baraonda sotto bracco, allungarle un assegno da diecimila euro e dirle “Abbiamo fatto il botto, amicabbella!” e poi offrirle pranzo, cena, colazione e una vacanza a Rio de Janeiro.

 

Quindi nulla, la sera mi sdraio sotto il piumone, mi abbandono sul cuscino e comincio a fare la soldomane. E questi sono i miei fantomatici progetti, che potrei pure mettere in pratica se mi abbandonassi con cupa rassegnazione all’eventualità di fare la escort, ma non so usare la piastra per capelli e non so indossare un corpetto con stecche e lacci senza forarmi un polmone: dunque continuo ad addormentarmi con le meningi massaggiate dall’evoluzione di tutte le mie tecniche di stalking verso chi mi deve dei soldi e di come si possono trasformare due euro in venti senza il crowfunding, la piaggeria e vendere le mie mutandine usate on line.

 

Ah, se vi avanza una macchina con quattro ruote e tutte le portiere apribili, fate un fischio.

Cose che vi pregherei di ricordarmi quando avrò l’Alzheimer (per favore).

SEGNI PARTICOLARI – Il tatuaggio sulla spalla è un disegno fatto da Christine: è il suo simbolo, o la sua metafora, insomma è lei che ti controlla dal lato sinistro della tua testa. L’hai fatto a diciassette anni circa e tutti ti chiedono quando ti conoscono: “E se litigate”? e tu rispondi sempre “Che cazzo c’entra”. Continua a rispondere così.

Le cicatrici sulla schiena sono dovute al fatto che quando sei nervosa ti artigli la pelle nella zona dei dorsali con le unghie e, siccome hai una soglia del dolore molto alta, non ti accorgi di farti male. Il pezzo del tatuaggio che manca te lo sei tolto così. Non prendertela con le persone che ti prendono a schiaffi le mani quando ti vedono intenta a prendertela con le tue spalle, sei tu che le hai autorizzate a farlo.

Per quanto riguarda le tue intolleranze alimentari (nel caso ne avessi ancora): il motivo per cui le hai è contenuto in qualche cartella clinica, buttata da qualche parte. Cerca ‘ste cartelle e goditi la lettura. E’ roba vecchia, quindi non fare drammi.

I tuoi capelli sono rosa, sì. Sei vecchia e non somigli a Natalie Portman, ma hai sempre desiderato un giorno farti i capelli rosa e da vecchia ti è parsa una buona idea.

SCRIVERE – hai sempre scritto, ma hai conservato pochissimo. Per fortuna c’è chi ha salvato la tua roba, anche quando tu hai cercato di distruggerla. Tutte le scritte sui muri di casa tua sono brani di tuoi racconti. La poesia scritta in modo strano sopra il letto non è scritta in modo strano, ma segue delle leggi matematiche. Ti annoiavi, forse.

Quando eri in terza elementare hai scritto un racconto su un porcellino che scopriva come muoiono i porcellini e si interroga sulla vita e sulla morte mentre osserva il suo padrone pulire gli arnesi che serviranno a scotennarlo. Non ti hanno ricoverato per questo, ma la maestra ti ha guardato male. Parecchio male. Ti sei offesa molto e per questo non hai scritto quello che volevi per molto tempo.

Quando non hai soldi regali racconti. Continua a farlo, anche se non hai idea di quello che stai facendo perché, diciamolo, sei una vecchia rincoglionita.

Se vuoi ricordarti qualcosa della tua giovinezza, attacca a leggere il blog. O i racconti. O le poesie. Ti faranno schifo perché a te fa sempre schifo tutto quello che scrivi, se lo rileggi dopo un po’ di tempo. Porta pazienza con te stessa.

VISITE – la tizia con i boccoli che ti porta fuori a prendere il gelato la conosci e puoi fidarti di lei. Risulta ipercritica nei tuoi confronti ma lo fa per il tuo bene. Porta pazienza.

Non diffidare dei bambini che ti avvicinano: molto probabilmente sono imparentati con te, hai sempre voluto dei figli, potrebbero essere i tuoi nipoti. I bambini ti piacciono, li trovi affascinanti: passa del tempo con loro anche se non sai come si chiamano, a loro non importerà.

Chiunque sia l’uomo che passa le giornate con te, anche se non ricorderai neanche il suo di nome, pensa al fatto che se è lì è perché è una gran brava persona che ha abbastanza forza interiore da aver diviso la sua esistenza con te. Anche se non lo conosci, sei in debito con lui per questo.

FOBIE E FISSE – è umiliante da dire e da provare, ma sei palloncinofobica. Non ti piacciono i palloncini, non ti piace che possano scoppiare e, che iddio li maledica, scoppiano sempre. Sei autorizzata a nasconderti dietro la spalla della tizia coi boccoli se vedi un palloncino per strada, lei ci è abituata e non trova la cosa strana. Sì, la trova strana, ma non te lo dice.

Hai delle modeste compulsioni, come il fatto di ordinare gli ingredienti nei piatti. Evita di farlo, se puoi, perché è una cosa che sfinisce la gente che ti sta accanto, soprattutto se fai durare un piatto di farfalle mezz’ora (le farfalle non devono per forza essere girate tutte nello stesso verso per essere mangiate, dico davvero).

Siccome sei esageratamente maldestra e tendi a perdere le cose, hai pochi oggetti importanti e sono tutti contenuti nella tua borsa. Quando senti necessità di qualsiasi cosa di fondamentale importanza guarda nella borsa. Se ci trovi del cibo surgelato: è normale. Se ci trovi un cacciavite: è normale. Se ci trovi l’occorrente per la doccia: è normale.

Hai la fissa di metterti a cantare, ma non è piacevole. Tu pensi di saperlo fare ma, credimi, non è così, e tutti quelli che ti stanno attorno probabilmente non te lo dicono perché sei una vecchia rincoglionita ecc… ma, se puoi evitare, evita.

Il motivo per cui non porti un reggiseno é: tu odi i reggiseni. Sono fastidiosi e i ferretti tendono a uscire dalle cuciture per conficcartisi nella pelle ed hai deciso che dai 50 in poi, basta push up. Non ne cercare in casa, stai sicura che non ne terrai più, a settant’anni.

 

LOVE & CO – sei stata capace di amare fortissimo. Qui nel blog qualcosa puoi trovare, qualcosa dedicato a quello che provavi per una persona e che, pensavi, non sarebbe mai andato via. Indovina un po’? Invece è andato proprio via e tu ti sei fatta tutta nuova, pur rimanendo la stessa di sempre. E sei stata bene. Nel caso, per maggiori info, chiedere al tizio che ti tiene testa in casa, chiunque egli sia.

Probabilmente hai un gatto..o un cane…o un’iguana. In ogni caso amalo a dismisura e non avere la fissa del peso, non tutti i tuoi animali devono essere per forza obesi. Tu hai l’Alzheimer, quindi non ti ricordi di quando gli dài da mangiare e quando no, quindi nel dubbio non dargli da mangiare mai e lascia fare al tizio che abita con te. Se non c’è nessun tizio – è un’eventualità – regala il cane, il gatto o l’iguana che sia al vicino di casa. Ti prego, prima che finiscano in una speciale clinica per animali ciccioni, ti prego.

 

OGNI ALTRA COSA– Io scrivo, annoto tutto, la genetica la combatto. Voi riordinate i fogli, salvate i file (che io non lo so fare, si sa) e se alla fine l’arterio piglia voi, giuro che vi racconto tutto quello che abbiamo fatto di importantissimo insieme. Ma se piglia me, beh, avrete di che leggermi, mi sa.

Le undici affermazioni che provocano più guai nella vita.

 

1) Questa è la cosa giusta da fare.

2) Devo essere ragionevole.

3) Non perderò la calma.

4) E’ la decisione giusta per tutti quanti.

5) Evitiamo di metterci nei casini.

6) C’è un’alternativa. Sì, ci sarà sicuramente.

7) Sì, sono soddisfatto, sono riuscito a superare questa cosa.

8) “Non ti preoccupare, non me la sono presa affatto.”

9) “Non c’è niente che tu debba spiegare.”

10) “Non c’è niente che io ti debba spiegare.”

11) Va bene così.

 

Cavoli, essì che mentre le pensi o le dici, certe cose, sembrano..giuste.

L’esistenza umana suppura ironia.