Archivi categoria: Momenti di tragico pessimismo leopardiano

Tutto sommato

Le hanno puntato un’arma alla tempia e le hanno ordinato di inserire il codice di apertura delle porte. Poi l’hanno obbligata a salire con loro e solo quando si sono trovati nella redazione di Charlie Hebdo si è potuta mettere in salvo dietro a una scrivania: l’hanno lasciata andare. Poi hanno aperto il fuoco ed hanno ucciso 12 persone: giornalisti, editorialisti, collaboratori. Uscendo, hanno ucciso poliziotti. Scappando, hanno ucciso ostaggi in un supermercato e altri poliziotti.

Il 7 gennaio, poco dopo che Corinne Rey ebbe digitato il codice d’apertura, le schiene di tutto il mondo – ma soprattutto quelle europee – sarebbero state percorse dal brivido del grave presentimento: non era un anno che cominciava bene, questo 2015, con la morte cruenta di fumettisti che indossavano le camicie sotto pullover colorati come spesso fanno i genitori di quelli che sono nati con me. I 30enni di oggi hanno padri con gli occhiali e i capelli sale pepe, uomini di mezza età che sono cresciuti con Schulz e la satira fumettistica, proprio come Charbonnier e Cabut. Insomma, quella gente lì che non ha fatto le guerre mondiali e si è vissuta il Maggio Francese, gente che tutto pensava meno che di morire trivellata da un kalashnikov.

Loro un po’ sì, veramente. Gli avevano incendiato la sede qualche anno prima e non collezionavano ammiratori tra gli estremisti e i fanatici religiosi, e lo sapevano. Ma se lo aspettavano? Non credo. Non se lo aspettavano loro e non se lo aspettava Parigi, che era talmente poco pronta che ha reagito con una dimostrazione di incompetenza e di falle nella sicurezza che gli sarebbero costate care sul piano “opinione pubblica” e non solo: tutti devono aver pensato, “guarda quanto è facile far casino in quella città”.

E io? io ero a casa, ho sentito la notizia e non ne ho scritto. Io che ho scritto sempre. Già ne scrivevano tutti e non c’erano che matite disegnate sulle bacheche facebook di chiunque e una decina di disegni di Bansky che in realtà aveva fatto un’illustrazione sola, però Bansky tira. E io sono qui e io sono Charlie, e se lo meritavano, e se la sono cercata, e sono dei martiri. Tutti con una propria granitica risposta e una pallottola da mandare in qualche direzione. Lì abbiamo scoperto tutti quanti che la sapevamo lunga sugli attentati, e gli attentatori, e come sarebbe stato giusto reagire, e le frontiere, e bla bla bla. Tutti bravissimi, sarebbe stato un anno di bravissimi e intelliggentissimi strateghi solo che in quel momento non lo sapevamo ancora. Più del solito, intendo. Io in tutto questo mi ambientavo in un lavoro strano e che mi calzava scomodo nel quale però conoscevo persone molto belle e mi adagiavo in una quotidianità buffa e fatta di troppe cose a cui pensare. Charlie Hebdo era un motivo per organizzare il 21 Marzo antirazzista a Torino e parlare del tema razzismo e discriminazione in modo diverso; però passavano i giorni e il fatto in sé diventava meno pauroso, passavano i mesi ed era sempre più innocuo.

Poi è arrivato Marzo e c’è stato l’attentato al Museo del Bardo a Tunisi. Altri morti. Io a Tunisi c’ero stata durante uno scambio culturale ai tempi del Liceo. Paolo aveva visitato la Tunisia appena il Natale prima, imparando ad amare qualcosa che non sapeva sarebbe stato brutalmente stuprato e mutilato così poco tempo dopo.  Più volte. Il giorno in cui le salme dei dipendenti del Comune di Torino sono tornate a casa io ero in Piazza Palazzo di Città, proprio dove sarebbero state portate, a coordinare il 21 Marzo. Faceva freddo e ci hanno mandato via prima che le bare arrivassero, avevamo organizzato un evento festoso per la Giornata Mondiale Contro il Razzismo e stavano arrivando i corpi di cittadini morti per mano degli estremisti islamici. Strideva assai. Non era ancora molto chiaro quanto e se ci stessimo spaventando, anche se organizzare un viaggio non era più una cosa che progettavamo con tranquillità assoluta: però eravamo ancora incolumi. Eravamo ancora salvi. Per me, solo per me, dalla sera dopo sarebbe cominciato un mese strano, traumatico, rivoluzionario, decisivo ed importante e non mi sarei preoccupata dei terroristi né di morire per mano loro per un bel po’.

Tre mesi dopo cadde la prima sicurezza che tutti abbiamo dal 2001, ovvero: “Se hanno colpito lì, è il posto migliore in cui andare perché sicuro non vanno a colpire di nuovo nello stesso posto”. Questa volta arrivano dal mare: con una mossa da kolossal scendono nell’acqua bassa e, ancora coi piedi a bagno, cominciano a sparare alla gente che prende il sole sulla spiaggia di Sousse. Dove? in Tunisia. E la regola del “se hanno colpito qui allora…” eccetera? Non esiste più. Tedeschi ciccioni coi corpi aperti e l’immagine di un uomo in nero che ciondola come annoiato sul lungomare del posto più turistico e detestabile della nazione: incede mirando prima qua, poi là. Gente che si nasconde dietro i muretti.

TUNISIA-UNREST-TOURISM

Poi l’uomo in nero viene colpito e la sua testa aperta in due finisce in mondovisione: a quel punto, forse, cominciamo ad avere paura. Questa gente che mette in conto la propria morte al servizio della genesi del terrore in modo così sfacciatamente noncurante ci fa pensare di essere invincibile. Non li puoi minacciare, morire è parte integrante del loro progetto. Ricomincia la tiritera mediatica: parliamo parliamo e parliamo, sui social, con gli amici, e io continuo a stare zitta, non so niente, non voglio dire niente, ho molta paura a dire qualcosa.  Ho avuto un nonno fascista, ho avuto un fidanzato di estrema destra, so che la testa delle persone può essere come un tubero incandescente: dentro può avere un filone di oscurità che forse non è del tutto marcio, però è di sicuro una carie che non estirpi. E non sai chi ce l’ha e chi no. Il mio pensiero va spesso a Corinne Rey, che ha digitato il codice e ci avrà ben riflettuto, per quanto sia possibile riflettere con un mitra alla tempia. Se mi rifiuto mi uccidono. Però almeno gli altri sono salvi. E per quanto? un uomo con un’arma trova il modo di aprire una porta. E se lo digito sono salva io. Per quanto? finché non saliamo. E poi? poi magari mi ammazzano lo stesso. Sto decidendo la sorte di tutti i miei amici e colleghi? Forse sì. Forse no. Penso a cosa debba essere vivere pensando che potrebbe capitarti di dover prendere una decisione del genere. Intanto è giugno, la mia vita è molto cambiata, non è stato facile – no, anzi: è stato fottutamente difficile – ma per una volta è successo l’inimmaginabile, si è avverato un desiderio. Adesso lo coltivo, mi ci addormento insieme la sera e mi ci sveglio la mattina. Ci parlo al telefono e lo annaffio di gesti. Ci tengo, è la cosa bella sotto la campana di vetro in un mondo che ci si sta distruggendo attorno.

Comunque non è finita perché, come si dice nei film? Parigi è sempre Parigi. È il 13 novembre e io sono al pub a bere con tutte le mie amiche. Festeggiamo il fatto che a mezzanotte compirò 29 anni ma soprattutto festeggiamo il fatto che siamo riuscite a vederci tutte in una stessa sera, con un sacco di birra e dei motivi per essere contente. Un nuovo lavoro, per me, per qualche altra. Sembriamo in procinto di uscire dalla fase dell’incertezza terrificante e immobilizzante, ci siamo impegnate tanto per uscire dalla crisi: la nostra, non quella economica. Ridiamo, beviamo e ascoltiamo musica. Anche a Parigi ridono, bevono e ascoltano musica: ma all’improvviso lì dal nulla (non è spaventoso questo? Che non esista nella testa di nessuno di noi che una cosa del genere si verifichi davvero? È questo il significato di “dal nulla”?) entrano delle persone e cominciano a sparare con i kalashnikov. E tu, che hai 30 anni e sei ad un concerto, pensi che sia parte dello spettacolo. LO SPET-TA-CO-LO. Ad un tratto capisco, mentre leggiamo poco dopo la mezzanotte le news su Twitter, con le nostre teste ancora intere e i cervelli al loro interno ancora intonsi: capisco che il vero orrore è nel fatto che una cosa così la si concepisca solo come parto di una finzione grottesca. Bello quando sono entrati i tizi armati… poi boh, il concerto un po’ ripetitivo. E invece no, stai proprio stringendo il corpo del tuo ragazzo, che è dilaniato in due dai proiettili. Ma è il mio ragazzo. Noi vogliamo solo comprare casa e avere un contratto a tempo indeterminato. La mia vicina di casa porta il velo e mi prepara i dolci al miele. Gli metti una mano in un punto dove ti sembra sanguini di più, poi sollevi gli occhi e ti stanno puntando un’arma contro. Non sai perché, ma lo stanno facendo. Ragazzi, non siamo in guerra, cosa sta capitando? Ma a un tratto hai una sola certezza, ancora uno o due secondi e sei morto anche tu. Forse userai il corpo tuo fidanzato per parare i colpi. Forse ti parerai insensatamente davanti a lui, per proteggerlo.

http://video.corriere.it/video-embed/e0179b3e-8ef4-11e5-aea5-af74b18a84ea

Ecco, è successo questo, mentre io bevevo la mia media scura e ascoltavo i Nickelback pensando: mi piacciono abbastanza, i Nickelback. Non suona come una bestemmia? Beh, è stato anche l’anno dei pensieri innocentemente orrendi, di cui ci siamo un po’ vergognati.

Da allora no, è stato mostruosamente chiaro che non era un anno buono, anzi, era un anno orrendo. Era l’orrore, era “due volte Parigi”. Era “due volte la Tunisia” e in un attimo è stato “in vacanza avevamo progettato di andare lì ma non possiamo più, non è il caso“. Tre settimane dopo ho preso 4 aerei in 4 giorni per una conferenza a Budapest, passando per Charles de Gaulle. Per tutte le 4 volte mi ha sfiorato il pensiero che potesse succedermi qualcosa e, subito dopo, l’urgenza del dover scacciare il pensiero. Non puoi fermarti. Nessuno può fermarsi. Lo ripetono in continuazione sui giornali, alla televisione, sui social, e allora perché non siamo andati in vacanza in Tunisia a dicembre come avevamo progettato?

In questo 2015 mostruoso, su queste vicende io non ho mai scritto una parola se non le ultim’ore su Parigi che dovevo scrivere per il giornale. Non ho mai espresso la mia opinione fino a questo momento e anche adesso, a ben vedere, non sto esprimendo nessuna opinione. Credo che le mie idee in questo frangente non contino minimamente. Il 2015 è stato l’anno delle foto di corpi e sangue, di piedi nudi ritorti sulla sabbia di una spiaggia, di persone che si sono finte morte accogliendo in bocca il sangue caldo che colava dal corpo di qualcuno che gli era caduto addosso e che ora, a terra, sulla pista di un locale, era diventato lo scudo morto che garantiva la salvezza di qualcun’altro. Le brutture sono arrivate, eccole qui. Il piccolo corpo di un bambino in maglia rossa a testa in giù su un bagnasciuga è affar nostro in un modo che non avevamo mai considerato prima.

E per contro, per me è stato l’anno del calore, dei profumi, delle gite, delle canzoni in macchina, della novità delle novità che primeggia su qualunque altra novità, insomma, io avevo qualcosa di nuovo da proteggere. Qualcosa di molto importante solo e unicamente per me, a cui il resto del mondo – giustamente immagino – non importava. Avevo qualcosa da proteggere su un pianeta ostile e che oramai sputa fuoco a destra e a manca, soprattutto sulle cose belle e serene.

Immagino che l’unica alternativa sia continuare a proteggere i paradisi che abbiamo, finché sarà possibile, e continuare a stare in silenzio per il resto del tempo (perché ogni parola detta su ogni bruttura, mi spiace, ma è stata totalmente e pateticamente inutile per chiunque).

Buon 2016.

 

 

Annunci

Perdere e trovare

Cosa c’era, di più importante, ogni giorno ad ogni ora da subito dopo esserti infilata quel biglietto in tasca, fino a poco fa?

Un anno fa trascinavi gambe accaldate in piazza e, per caso, ascoltavi la presentazione di un suo libro. Lui ne stava leggendo dei passi con voce sentita. Parlava dell’ambiguità della bontà, della vera anima degli spiriti umanitari, della realtà che cambia mentre viaggia tra i monti dei nostri palmi, mentre la teniamo tra le mani.

In quell’occasione gli hai fatto un devasto di domande, tanto che un paio di signori nelle file avanti si sono girati per capire chi era l’importunatrice del caso. Non hai smesso, volevi fare domande scomode ma non ne esistevano, avevi davanti qualcuno che non aveva paura di vergognarsi. “Lei non pensa che la bontà sia egoismo, che lo spirito umanitario sia gratificazione dell’ego? Lei si sente, a volte, meschino nel fare del bene?” e lui rispondeva sì, certo, sono cattivo ed egoista. E tu non facevi che pensare a quanto ti stava simpatica questa cosa.

Dopo, quando la gente ha cominciato a diradarsi, gli sei andata vicino. Non avevi borse né portafogli. Ti piace così, uscire di casa senza pesi, quando puoi, però quella volta per questo motivo non hai potuto comprare il suo libro. Lo hai comprato tempo dopo. Gli hai detto sentiamoci, mi piacerebbe intervistarla, io lavoro su questi temi, se le fa piacere. Lui ha detto sì, le scrivo la mia mail, si metta in contatto con me. Ti ha dato un pezzo di carta con la mail, ha ripetuto “mi chiami, davvero” e poi sei tornata a casa. Eri allegra perché eri uscita per una granita ed eri tornata a casa con un accordo per un pezzo di attualità.

Poi non si sa bene, altri lavori, altre cose. Sei partita per le vacanze. Hai litigato con la persona sbagliata nel momento sbagliato. Hai avuto troppe grane in troppo poco tempo, e i giorni, le settimane, ti hanno investita e fatta loro come fieno in una rotoballa.

Poi, come spiega Antoine de Saint-Exupery – anche detto Il Melenso – anche una volpe non addomesticata come te può imparare a creare legami e può trovare il Piccolo Principe su qualche piccolo pianeta. “Conoscerò un rumore di passi che sarà diverso da tutti gli altri. Gli altri passi mi fanno nascondere sotto terra. Il tuo, mi farà uscire dalla tana, come una musica”. Così ecco, eri lì, portata a uscire dalla tua tana di diffidenze, in un paradiso di fiori e farfalle che si posano sulla punta del tuo naso e accettano il rischio di morire per il movimento maldestro di una tua mano, tra brezze di vento gentili e pelle morbida e conosciuta, eri lì con il piccolo principe a sfidare le vertigini in alta montagna quando hai saputo che Luca Rastello era morto e tu no, non avresti potuto più chiedergli un’intervista.

Cosa c’era, di più importante, ogni giorno ad ogni ora da subito dopo esserti infilata quel biglietto in tasca, fino a poco fa?

Se hai imparato una lezione, ultimamente, è questa: a volte dai per persa una cosa, ti mentalizzi sul doverci rinunciare, e proprio in quel momento diventa tua. O il contrario: scopri ogni giorno quanto tutto può andar perso con facilità inimmaginabile. Come i biglietti.

Avevi paura? e adesso fottiti.

***questo post è stato scritto sotto l’effetto di una notevole quantità di birra. Nondimeno, trattasi di post autentico e assolutamente attendibile ***

Ci sono volte in cui semplicemente scopri che non avevi capito niente e che anche se ora l’hai capito, è fottutamente tardi, pare.

Ci sono volte in cui l’unica cosa che ti rimane da fare è tirare fortissime craniate contro al muro perché qualunque altra cosa sembra proprio non avere senso d’essere fatta.

Che poi lo sapevi, che sarebbe finita così, ma intanto che ci sei, sbatti la testa contro al muro, và.

testa

Attenzione, questo è un post odiosamente femminista (non fiori, ma opere di buon senso)

Sono in ritardo, come al solito. Volevo farlo uscire l’8 Marzo e invece eccomi qui con quelle 24 ore di ritardo se non di più.

Comunque. Ho scoperto che in quanto lavoratrici non abbiamo palesi e scintillanti motivi per festeggiare, e fra poco capirete perché.

Questo è un post che vuole essere un presente per tutte le giovani ragazze che sul lavoro incontrano delle mostruose teste di minchia che le discriminano sessualmente. Questo post è il collage delle testimonianze delle mie amiche, che mi hanno aiutato rispondendo alla mia improvvisa domanda: “Sei mai stata oggetto di discriminazione sessuale sul lavoro?” e grazie a Dio non sanno stare zitte.

La brutta notizia è che quasi tutte avevano una storia da raccontare.

La bella notizia è che tutte le storie emerse parlano di donne che vengono umiliate ma che, fieramente, reagiscono. E si raccontano. E mi raccontano. Pure troppo. Siete prolisse, ragazze, fatevelo dire, ho fatto un paio di tagli 🙂

Non ho toccato le loro mail, i loro messaggi e le loro chat, se non per mettere la sintassi in forma per il post; ho cambiato i loro nomi, ma sono tutte qui, brave e coraggiose, e mi hanno raccontato cose che mi hanno intristito, ma mi hanno fatto anche capire che siamo brave a collaborare tra di noi, e questa è la seconda buona notizia.

 E ora, la parola alle signore.

Ho lavorato nella redazione di un giornale sportivo e lì ad essere pesante per me era il linguaggio. Se si faceva un pezzo favorevole a qualcuno gli “si faceva un pompino”, se qualcuno era arrabbiato “era mestruato”, se qualcuno era stressato “era una checca isterica” … le poche donne a cui ci si riferiva era spessimo etichettate come “grandissime troie” o in caso contrario “fighe di legno”… ovviamente l’editore quando mi vedeva si permetteva di fare commenti sul mio fidanzato e dare suggerimenti sentimentali, mentre con i colleghi uomini parlava di lavoro…

(Daniela, giornalista, per esperienza personale posso dichiarare che è cocciuta e totalmente indifferente ai suggerimenti sentimentali quindi non so perché glieli volessero dare, in effetti))

...il ” collega” maschio dopo avermi conosciuto professionalmente se ne uscì con un frase: “Ah ed io che ti ho scelta perché eri figa, ma sei pure intelligente”….per quanto amichevole potesse essere la conversazione il suo sarcasmo era comunque fuori luogo e spiacevole.

(Sara, psicologa, però di primo lavoro fa la figa intelligente)

…facevo uno stage lì a Torino e intanto provavo a lavorare per un giornale online che avrebbe dovuto farmi un contratto che mi permettesse di ottenere il tesserino. Non mi pagarono mai, a differenza del mio unico collega torinese, meno qualificato di me, e non vidi mai neanche il contratto. Quando decisi di andarmene perché mi ero accorta che venivo presa in giro mi dissero che non potevo prendere troppo dato che ero cosi giovane. Quando condivisi questa cosa con la redazione in cui ero in stage, composta da persone che si erano sempre poste bei miei confronti al meglio sia personalmente sia professionalmente, ammisero che era sbagliato, ma anche che in effetti essendo cosi giovane.. Bene. Io avevo 24 anni. Il mio collega maschio torinese ne aveva 21. Io presa in giro per sei mesi, lui assunto subito.

(Bianca, si è laureata oggi, vuole diventare giornalista)

durante un colloquio il candidato (un ragazzo sulla trentina) mi disse, visibilmente infastidito e dandomi del tu senza che la cosa fosse stata concordata insieme: “Non ti nascondo che provo un certo disagio a dover fare un colloquio con te. Sinceramente mi aspettavo che l’esaminatore fosse un uomo, ALMENO laureato”…

(Laura, insegnante; laureata con specializzazione, con buona pace della sua inopportuna vagina)

525909_3721996783152_884258644_n

Condivido la tua riflessione nelle ultime righe e aspetto di leggere l’articolo. Posso solo, come spunto, ricordarti che la discriminazione di genere può essere messa in atto anche da donne (es: prof donne rinomate per mettere voti più alti agli studenti maschi).

(Marina, laureata in lingue; non aveva esperienze traumatiche da raccontarmi, ma ne ha approfittato per ricordare a tutte che ci sono tante verità per tante vite vissute)

Purtroppo mi é capitato in molti colloqui di lavoro ma ce n’è stato uno in cui davvero ho rischiato di perdere la calma e la fiducia nel genere umano: Uno studio di import export legato a Fiat cercava una persona in area export con ottimo inglese (…) Colloquio durato un’ora precisa, vi dico che ho parlato per dieci minuti del mio curriculum. I restanti 50 sono stati spesi rivolgendomi domande imbarazzanti su come mai non avessi ancora avuto figli, che non sono repellente quindi come mai una della mia età si accaniva tanto sul lavoro. Inutile dire che ho ritirato la candidatura.”

(Giorgia, traduttrice e insegnante di lingue, al momento ancora sprovvista di figli, forse perché di notte traduce).

Ho lavorato in una casa d’aste il cui proprietario era un individuo di un sessismo quasi macchiettistico. Tralasciando la bieca natura di molti episodi che non vado a riportare ora, mi ricordo che dava il meglio di sé quando doveva darmi lo stipendio: mi pagava in nero, e mi allungava le banconote dicendo, ogni volta: “tieni, vai, così ti compri le mutandine di pizzo”.

(La Sottoscritta, che ha sviluppato una certa repellenza nei confronti dell’intimo ricamato)

Festeggiamo?

Se volete favorire, vi metto qui di seguito un po’ di legislatura, che parte dalla Costituzione e va ai Decreti Legislativi, e dà qualche spunto. Informarsi e sapere rimane sempre e comunque una cosa intelligente da fare, ordunque facciamola.

Costituzione Italiana, Articolo 37, comma 1

La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore. Le condizioni di lavoro devono consentire l’adempimento della sua essenziale funzione familiare e assicurare alla madre e al bambino una speciale e adeguata protezione.

DECRETO LEGISLATIVO 11 aprile 2006, n.198

Codice delle pari opportunita’ tra uomo e donna, a norma dell’articolo 6 della legge 28 novembre 2005, n. 246.

Art. 25. Discriminazione diretta e indiretta (legge 10 aprile 1991, n. 125, articolo 4, commi 1 e 2) 1. Costituisce discriminazione diretta, ai sensi del presente titolo, qualsiasi atto, patto o comportamento che produca un effetto pregiudizievole discriminando le lavoratrici o i lavoratori in ragione del loro sesso e, comunque, il trattamento meno favorevole rispetto a quello di un’altra lavoratrice o di un altro lavoratore in situazione analoga. 2. Si ha discriminazione indiretta, ai sensi del presente titolo, quando una disposizione, un criterio, una prassi, un atto, un patto o un comportamento apparentemente neutri mettono o possono mettere i lavoratori di un determinato sesso in una posizione di particolare svantaggio rispetto a lavoratori dell’altro sesso, salvo che riguardino requisiti essenziali allo svolgimento dell’ attivita’ lavorativa, purché l’obiettivo sia legittimo e i mezzi impiegati per il suo conseguimento siano appropriati e necessari.

Art. 27. Divieti di discriminazione nell’accesso al lavoro (legge 9 dicembre 1977, n. 903, articolo 1, commi 1, 2, 3 e 4; legge 10 aprile 1991, n. 125, articolo 4, comma 3)

1. E’ vietata qualsiasi discriminazione fondata sul sesso per quanto riguarda l’accesso al lavoro, in forma subordinata, autonoma o in qualsiasi altra forma, indipendentemente dalle modalità di assunzione e qualunque sia il settore o il ramo di attività, a tutti i livelli della gerarchia professionale. 2. La discriminazione di cui al comma 1 e’ vietata anche se attuata: a) attraverso il riferimento allo stato matrimoniale o di famiglia o di gravidanza; b) in modo indiretto, attraverso meccanismi di preselezione ovvero a mezzo stampa o con qualsiasi altra forma pubblicitaria che indichi come requisito professionale l’appartenenza all’uno o all’altro sesso. 3. Il divieto di cui ai commi 1 e 2 si applica anche alle iniziative in materia di orientamento, formazione, perfezionamento e aggiornamento professionale, per quanto concerne sia l’accesso sia i contenuti, nonche’ all’affiliazione e all’attività in un’organizzazione di lavoratori o datori di lavoro, o in qualunque organizzazione i cui membri esercitino una particolare professione, e alle prestazioni erogate da tali organizzazioni. 4. Eventuali deroghe alle disposizioni dei commi 1, 2 e 3 sono ammesse soltanto per mansioni di lavoro particolarmente pesanti individuate attraverso la contrattazione collettiva. 5. Nei concorsi pubblici e nelle forme di selezione attuate, anche a mezzo di terzi, da datori di lavoro privati e pubbliche amministrazioni la prestazione richiesta dev’essere accompagnata dalle parole «dell’uno o dell’altro sesso», fatta eccezione per i casi in cui il riferimento al sesso costituisca requisito essenziale per la natura del lavoro o della prestazione. 6. Non costituisce discriminazione condizionare all’appartenenza ad un determinato sesso l’assunzione in attivita’ della moda, dell’arte e dello spettacolo, quando cio’ sia essenziale alla natura del lavoro o della prestazione.

Il resto del decreto lo potete trovare qui.

Ecco, l’avevo detto che sarebbe stato un post femminista.

Il medico della mutua.

“Lei si trova in un forte stato di stress, che provoca ripercussioni a livello fisico. La soluzione è eliminare le cause dello stress. Pensa di poterlo fare?”

“No.”

“Eeeeh, peccato.”

Il mio medico della mutua è un uomo molto simpatico e io, fondamentalmente, lo adoro anche se andarci è una tortura perché la fila è sempre eterna e nella sala d’attesa ci puoi trovare solo tisici, numeri di Novella 2000 tutti rovinati e Focus talmente vecchi che di solito l’articolo di copertina parla della scoperta dell’America e del fatto che le terra poggi su una torre di tartarughe; e poi, ci fosse una volta che mi ricordo di portare un libro da casa.

Comunque.

Il mio dottore ora ha sessant’anni se non di più ed è un uomo bello e gentile che, secondo me, quando aveva la mia età aveva un successo inimmaginabile con le donne. Così belloccio, medico e chirurgo, affabile. Una volta mentre ero lì lo ha chiamato la moglie: lui ha risposto dicendo “Ciao Signora“, che è una cosa simpatica, dopo ottomila anni di matrimonio, rispondere ancora con un filo di ironia alle chiamate di Tua moglie. Poi lei deve avergli chiesto se era a casa per cena, e lui ha risposto dicendo che ci sarebbe stato e le ha domandato “cosa cuciniamo?“, che è un’altra cosa che mi è piaciuta perché non ha dato per scontato che cucinasse lei solo perché era già a casa. Poi la moglie deve aver detto qualcosa di divertente perché lui ha riso di gusto e anche questa cosa mi è piaciuta; ma quello che mi è piaciuto di più di questa telefonata di cui -senza motivo alcuno- sto parlando qui è il fatto che dopo aver messo giù il telefono lui non ha detto mezza parola su sua moglie o su chi è, o non si è giustificato spiegandomi l’urgenza vera o apparente della telefonata. Ha lasciato che l’intimo rimanesse intimo. Che meraviglia di un sabauda vecchio stampo.

Ma ciò che più mi rende gradevole il mio medico della mutua è sicuramente l’approccio per nulla ansioso o farmaceutico bensì piuttosto cazzaro nei confronti delle patologie; se sei stressato, lui ti dice “La soluzione è eliminare le cause dello stress. Pensa di poterlo fare?”. No, Cristo, sennò l’avrei già fatto. Eppure mi rendo conto persino io che, nella sua idiozia, questa risposta sa essere l’unica veramente sanificatrice, perché se c’è un male, ne trovi la causa e la asporti, ed è finita lì. Mi rendo conto che è verissimo, anche se sul momento è un pelo irritante e comunque a un mese e mezzo di distanza continuo a dire “No, Santissima Madre di Dio, non sono stata nella posizione di risolvere un bel niente! Se fosse così facile la casa produttrice del Lexotan sarebbe in passivo cronico, ormai!”.

Il fatto è che lo stress non è mai una cosa sola: è, almeno nel mio caso, rabbia più impotenza più disarmo più tristezza calibrati con la precisione degli ingredienti di una torta cucinata da me, ovvero con un grado di precisione bassissimo. La lancetta vira pericolosamente verso “a caso“. Tra l’altro ognunodi loro  ha i suoi difetti, vé; perché la rabbia stanca ma la tristezza inaridisce e tu ti dici “ok, sei un’atleta, quando mai la stanchezza è stato un problema?” e allora cerchi – consciamente? subconsciamente? – di far pendere la bilancia verso il piatto della rabbia, così la tristezza immobilizzante non ti assale. Con il disarmo e l’impotenza invece me la cavo alla grande: non è stato immediato ma ho imparato ad accettare di dovermi arrendere, ogni tanto, ed approvare la mia stessa resa, che, sorpresa, non è sempre un concetto negativo. E poi ho due piumoni sotto i quali nascondermi, nel caso.

La tristezza la domini parzialmente; sai che ci sono gli amici – che puoi sempre maltrattare tantissimo – e i puzzle. No, davvero, i puzzle sono iper terapeutici. Quando niente si incastra, il puzzle ti viene sempre in aiuto. Però è subdola, se fosse un suono, sarebbe un respiro flebile e continuo, che continui a sentire la notte nel silenzio della tua camera da letto così come nel traffico del centro all’ora di punta. Colpisce le tue attività e il quotidiano, ti rende svogliato e senza entusiasmi, lavora sul lungo termine e, per quanto riguarda me, produce sempre effetti disastrosi sulla mia scrittura, che diventa pessima e rara. Ci sono stati solo due periodi nella mia vita finora in cui non sono stata in grado di scrivere per settimane; uno è stato un anno e mezzo fa, e l’altro negli ultimi mesi. Ora ho ricominciato, piano, sconclusionatamente, ma ho ricominciato.

La rabbia è un tizio che ti prende a schiaffi e tu vuoi solo rispondere, ma non vedendo il tizio ad occhi nudi colpisci un po’ a casaccio. Se non puoi colpire la causa – o LE cause – della rabbia, picchi un po’ le cose che ti circondano, un po’ te stesso, un po’ chi si ritrova malauguratamente lungo il tuo cammino. La rabbia è l’ultima che rimane dopo che il disarmo, l’impotenza e la tristezza se ne sono andati, perché fa da carburante. Ti ricorda per quali motivi non puoi più sbagliare. Se non ti ha reso un mostro ti trasforma in una persona migliore, anche se potrebbe portarti a fare cose sterilmente inutili e dannose. Nel mio caso ci ho guadagnato rispetto e preservazione di me stessa, quindi non è andata neanche così male come poteva andare. E poi ho letto questo e adesso sono impanicatissima del fatto che il malumore mi faccia sviluppare un osteosarcoma quindi mi procurerò al più presto una piscina di palline di plastica in cui sfogarmi e dare pugni all’uomo invisibile.

Comunque, nulla, andrò dal mio dottore a dirgli che i suoi consigli da Osho non avrei mai potuto seguirli ma è andata abbastanza bene lo stesso, grazie. E per quanto riguarda il 2015 non solo non ho particolari buoni propositi o speranze, ma non oso neanche farne – e comunque non ci credo affatto, nei buoni propositi: piuttosto, io la sera del primo Gennaio mi sono lanciata in un’impresa folle. Ho pulito la porta del forno. Sai che roba, direte voi. Come si pulisce la porta del forno, mi chiedete? Si deve sbullonare il vetro, riporre lo stesso nel lavandino, sgrassarlo, sbrillantarlo con un prodotto apposito, eliminare mesi e mesi di arrosti dalle giunture e dagli angoli; insomma, è un lavoraccio. Ho dovuto usare un cacciavite, arma che nessun uomo adulto armato di buon senso metterebbe in mano a una come me. Però ce l’ho fatta, anche se il risultato non è stato esteticamente impeccabile, insomma, il vetro è al suo posto in questo momento e scusate, ma l’ultima volta in cui ho avuto un rapporto così intimo e profondo con la porta del forno è stato quando l’ho fatta esplodere, e avevo tredici anni circa. Dal farla esplodere a pulirla, a me sembra un miglioramento non da poco; non ditemi che non faccio progressi.

Fuori e dentro,

Lui chiese “Cosa sono io per te?”

Lei rispose: “Tu sei il pugno di sangue che stringo tra le mani: pulsi e ti agiti mentre coli lungo le mie braccia, scaldandomi. Sei sporco e mi sporchi, ma mi dai calore.”

Chiedimi a cosa penso quando NON dormo, impavido lettore, e farò detonare una risposta.

Sui pattini, sulle punte, basculando, come ti pare.

Camminare.

Camminare lentamente.

Camminare velocemente.

Mettersi carponi ed avanzare sbucciandosi i palmi delle mani. E le ginocchia.

Avanzare sui gomiti.

Fare l’autostop, salire sulla prima auto che si ferma, chiedere dove è diretta (“ah, ma io dovevo andare da un’altra parte. Però almeno mi sposto, va bene, dài!”) e continuare il viaggio.

Saltellare in avanti dicendo “è tardi è tardi” come il Bianconiglio di Alice.

Cercare i palmipedoni e quando li si è trovati, seguirli.

Rotolare tipo kebab che scivola giù da un piano inclinato.

Andare sui pattini, anche se in effetti è possibile che non si sia affatto capaci a farlo. In talcaso, attaccarsi ai muretti più vicini.

Farsi spingere in avanti da una serie continua ed equilibrata di calci in culo.

Chiedere a qualcuno di portarti in braccio. Se necessario, supplicare. Se ulteriormente necessario, promettere un compenso in denaro.

Andare in monopattino.

Noleggiare un calesse.

Sono tutti modi di andare avanti. Metaforicamente parlando, li sto provando tutti, con risultati direi alterni.

Buon non qualunque cosa a tutti voi, impavidi viandanti.