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Momenti di lombarda, biscottosa ed estrogena bellezza.

Oggi, in preda ad un evidente e totalmente inspiegabile svalvolamento ormonale che ormai da giorni m’affligge (per dire: ho appena finito di vedere Dumbo e di piangere per la mamma elefantessa) mi sono messa a ricordare, tra me e me, i bei tempi di Milano e in particolare i fantastici momenti con le mie draghesse-sputafuoco-e-carboidrati dello Studio Legale. Erano perfette, madonna, erano davvero perfette. Mi hanno regalato delle bellissime ore e darei un braccio per riavere una mezza giornata di lavoro in loro compagnia, come una volta.

Comunque, alcuni momenti hanno superato il sublime e credo sia giusto ricordarli in un degno elenco a punti tipico dei vecchi tempi; parlo  dei tempi ante ritorno a Torino, ante delusioni, ante traumi, ante cose-belle-ma-diverse, bla bla bla.

1) LA SAGA DEL DISPENDIO CALORICO – Come credo di aver già detto a suo tempo, una mezza dozzina di donne chiuse in un ufficio per otto-dieci ore, in preda a stress e sbalzi uterini porta ad un dispendio calorico collettivo che sta sul milione di calorie al giorno. Mangiavamo continuamente, continuamente cazzate. Quando EffeErre si sposò porto su dalla patria dei malloreddus un quintale di confetti avanzati ai gusti vari che buttavamo giù a ogni ora, come psicolabili con gli antidepressivi. Simoncelli ad una certa cominciò a viaggiare per l’ufficio con un sacchetto di confetti all’amarena appeso alla cintura dei pantaloni, come si vede fare agli sballati di coca nei film di Serie Zeta.

2) THE FIRST DAY – Il mio primo giorno fu terribile. Entrai ed ero terrorizzata, inabile e puzzavo di regionale delle sette e quindici. Oltretutto pioveva. Erano, loro, tutte fighissime, magrissime e ben parruccate. Arrivavano da un’esperienza traumatizzante con la signora che mi aveva preceduto nel ruolo che avrei ricoperto e mi osservavano guardinghe. Io, per tutta risposta, scrissi un atto e per sbaglio lo stampai su dei fogli sui quali avevo disegnato degli smiles per scaricare il nervoso. Peggiore figura credo non si possa fare. Per pranzo mangiarono tutte finocchi in insalata e io sentii l’istintivo bisogno di Lexotan e lassativi mentre formulavo un solo, titanico, lucido pensiero: io e questa squadra di attaccapanni con le Hogan non potremo piacerci mai. Mi sbagliavo, ovviamente.

3) LE REGINETTE DEL BALLO – una deliziosa e adorabile scoperta fu quanto queste donne ballassero. Per scaricare la tensione, o non so cos’altro, comunque ogni tot attaccavano a fare delle strane danze (devo dire, ahimé, che non posso definirle delle gran ballerine) che le facevano assomigliare a cloni di Adriano Celentano. Mentre cucinavano, mentre telefonavano, mentre scoppiava la più travolgente grana lavorativa del secolo.

4) IL GIORNO IN CUI EFFE-O PASSO’ L’ESAME DA AVVOCATO – Cominciò con lei che irruppe in ufficio sentenziando che le avevano rubato la bici, sacramentando al telefono con la madre e distribuendo male parole in giro a chiunque osasse dire “calmati”. Il sito di Altalex veniva monitorato ogni 23,5 secondi, a turno, da tutte noi: se si fosse scoperto che era stata bocciata, si sarebbe corso ai ripari con dosi destabilizzanti di glucosio. Ad un certo punto si levò un urlo agghicciante e indefinibile dalla stanza accanto alla mia: temendo il peggio Simoncelli si nascose sotto la scrivania, io mi lanciai in corridoio e tutti accorsero per osservare, molto semplicemente un essere umano di un metro e settanta che si esibiva in salti degni di un Masai mostrando le mutande al mondo (complice un vestitino altezza appendice) e facendo una specie di ululato che, dopo una decina di minuti, identificammo nelle parole “l’ho” e “passato”. Fu proprio un bel giorno ma mi procurò il mio primo capello bianco, un po’ come a Maria Antonietta.

5) CAFFE’ – avevamo una cucina e avevamo una macchinetta per fare l’espresso. Avevamo le cialde. Molte cialde. E, ovviamente, ci si dilatavano le pupille per gli eccitanti. La cosa più divertente del momento caffé era:

interno 1 “Fede, pausa?”

interno 2 “Arrivo”

SBADABAM!

Perché la Fede ha questo problema, mi è autotopoagnosica: vale ha dire, ha delle sballate percezioni del suo corpo in rapporto allo spazio. Vale a dire che centra gli stipiti delle porte, non imbrocca gli scalini, ecc… Dopo ogni adunata caffé io contavo un-due-tre e poi sentivo la sua spalla che sbatteva fragorosamente contro la porta. “Fatta male?” “mpf”. Ci si affeziona, a certi momenti.

LE PRESE PER IL CULO – Da parte loro, nei miei confronti. Perché vivevo con degli alternativi e me la tiravo e perché io me la tiro sempre in generale. Perché non sapevo che DKN fosse Donna Karan e che le Loboutin hanno la suola rossa e cose così. Perché scrivevo articoli di letteratura erotica e tenevo le illustrazioni di Milo Manara sulla scrivania in mezzo ai ricorsi. Perché chiamavo mio padre “Il Tato” e avevano cominciato a farlo pure loro, del tipo che “Silvia, è per te, al telefono, è il Tato”. Perché sono intollerante al lattosio, non sono disciplinata e poi passavo i pomeriggi a fare le staffette in bagno. Perché ero io e io sono un soggetto che va preso in giro, così lo si sdrammatizza. Una gran scuola, in ogni caso.

IL GIORNO IN CUI I CAPI COMPRARONO A UNA CIFRA ESORBITANTE UNA SERIE DI QUADRI RAFFIGURANTI PINGUINI DEFORMI DALLE SEMBIANZE DECISAMENTE FALLICHE E NE MISERO UNO SOPRA LA SCRIVANIA DI OGNUNA DI NOI E LA TITOLARE COMMENTO’ : “ADESSO TUTTE HANNO UN LORO UCCELLO PERSONALE – Niente da aggiungere.

THE LAST DAY – 4 Aprile 2013. Il giorno in cui  diedi, con un giorno di anticipo sullo scadere del mio contratto, le dimissioni. Andai da FDM (Faccia di Merda, il boss maschio, anche detto Lucifero e simili) e gli spiegai che me ne andavo. Io, l’ultima a conoscere il codice della cassaforte, l’ultima a sapere dove stavano le chiavi di tutto, le password di tutto, ecc… Mi munii di ulcera, panico e dolore e andai dall’uomo che avevo imparato a temere come un cancro fulminante per dirgli che lo stavo per fottere alla grande. Riuscii a sopravvivere e poi raggiunsi le mie compagne di sventure – che nel frattempo, nel corso di una carneficina lunga mesi, erano state licenziate/allontanate/sottoposte a mobbing/umiliate dal suddetto FdM) a pranzo e, intorno a un tavolo ridacchiante e divertito, parlammo male e infinitamente a lungo, senza rimorso alcuno, dell’individuo più terrificante del pianeta. L’euforia durò poco, tornammo tristi e ferite il giorno dopo: io, dal canto mio, per parafrasare Allen in Manhattan “per i primi dieci minuti mi sono sentita un’eroina, e dopo mi sono sentita solo una disoccupata”.

Ma ne è valsa la pena.

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Tricorimedi per giovani marmotte boccolose e non (ovvero: come tagliarsi i capelli da sole)

“Ehi, mi piace il tuo taglio di capelli! chi te li ha fatti così?”

“Oh, è uno bravo, in zona Porta Romana, ti dò il numero.”

“Sì grazie!”

“Neanche troppo caro, 150 euro circa”.

“No, grazie.”

 

Questo breve dialogo, nel 2012, aprì e chiuse la mia entusiasta ricerca di un parrucchiere a Milano. Io non amo particolarmente andare a tagliarmi i capelli (devo uscire e andare in un posto in cui una persona passerà un’ora a mettermi le mani in testa e mi chiederà se ho un fidanzato, che lavoro faccio e quasi sicuramente non sarà d’accordo sull’idea di tingermi di rosa confetto) e l’idea di dover anche pagare cifre superiori ai venti euro mi ha convinta a fare da me.

Ora: considerata la scarsità di soldi che gira tra le mie amiche in questo periodo, ho deciso di mettere un elenco di consigli e linee guida su come fare un taglio di capelli in casa. Dovete sapere che dopo il dialogo dei 150 euri con la mia amica mi comprai l’occorrente, diventai tutorial-dipendente e cominciai a tagliarmi i capelli da sola e a tosare periodicamente i miei coinquilini. Funzionava, tutti felici e rapati, ma mi sento di dire una cosa prima di qualunque altra: se siete all’inizio e non siete brave, imparate a tagliare i capelli su qualcun’altro prima di tagliarli su di voi, è dodicimila volte più facile. Tu tagli i capelli a lei, lei lo fà a te. Quindi in sintesi questo post serve a insegnare alle mie amiche a tagliare i capelli a me. Ecco.

Cominciamo.

1) LAVARE I CAPELLI SENZA PECCARE DI BALSAMO: diventano troppo scivolosi e ne perdete il controllo. D’altra parte li alliscia molto  e i capelli lisci si tagliano meglio perché si vedono le scalature e i salti di lunghezza. Ricordate sempre che se una è riccia i suoi capelli da asciutti saranno un centimentro almeno più corti e questo va tenuto presente nel momento in cui tagliate: tenetevi larghe, secondo la filosofia del “che faccio, lascio?” del macellaio. Io fossi in voi non vorrei trovarmi con una ventenne alla quale avete appena regalato il caschetto di Natalie Portman in Closer, se voleva la chioma fluente di Cersei Lannister.

2) ANDATE PER SETTORI: immaginate una linea orizzontale che collega le orecchie: avete presente la molla che Viktor Frankenstein mette al vecchietto in camicione all’inizio di Frankenstein Junior? ecco, immaginate una linea che assomigli a quella molla. I capelli che stanno sopra la molla immaginaria vanno trattenuti da una pinza in cima alla testa, quelli sotto vanno tagliati alla lunghezza che si preferisce, con una forbice ben affilata: nei negozi per parrucchieri ne hanno a meno di dieci euro, in caso vostra madre sappia cucire avrà una forbice affilata e potete usare quella. Non diteglielo però: i capelli rovinano la lama. Quando imprecherà tagliando del filo da rammendo voi scuotete la testa e dite “forse bisogna molarla…”

3) LE SCALATURE: avete definito la lunghezza, ora pian piano fate scendere un livello di ciuffi alla volta (dal basso andando in alto) e portateli ad essere lunghi come quelli precedentemente tagliati. Attenzione: per tagliarli correttamente dovete far scorrere il pettine lungo il ciuffo e vedrete che in fondo rimarranno le punte (con le doppie punte) in versione anarchica. Alcune più lunghe, alcune intonse, alcune depresse. Tagliate a filo del pettine portando la democrazia in patria tricologica. Nel momento in cui avete sistemato la questione lunghezza, andateci di scalature, quel miracolo dell’hair styling che vi salverà il culo. Sì, perché le scalature portano il giusto grado di dibattito sulla vostra testa, legittimano il caos, rendono il tutto disordinato ma inequivocabilmente fico. Servono due attrezzi: la forbice dentellata e lo sfilzino. Lo sfilzino ha un nome più dignitoso di “sfilzino” ma “sfilzino” è più divertente e anche un pelo sadico.

La forbice dentellata serve a togliere massa inutile ai capelli e a far sì che con un ventilatore nei dintorni voi diventate subito affascinanti, perché i capelli, molto più leggeri del normale grazie al dentellamento, cominceranno a vorticare e voi sorriderete audacemente e allo stesso tempo disinvoltamente ed è un attimo che sembrate Jennifer Aniston. No, sto esagerando. In ogni caso rende la capigliatura casual e morbida, togliendo il per nulla adorabile effetto panettone che caratterizza Miranda Bailey di Grey’s Anatomy.

Lo sfilzino fa un rumore strano e un pochino torturante, uno sfilz sfilz, anzi “sssssssfiiiiiiilzzz” che potrebbe far temere il peggio, e invece no: è la versione coiffeuristica della pialla, porta liscitudine superficiale e una sensazione tattile e visiva di pianura in ogni punto. Serve per fare la zona orecchie che è difficile perché le orecchie se ne stanno lì, ingombrano e non fanno niente per aiutarvi e allora voi le circumnavigate con questo mini-tosaerba (attenzione: in caso di taglio CORTO, sennò sembrerete reduce da una casa di cura o dal set di Ragazze Interrotte). Serve per i ciuffi e le obliquità di ogni genere: prendete il ciuffo tra pollice e indice di una mano e con l’altra fate scorrere lo sfilzino creando la diagonale che volete creare, lui farà “sssssfiiiiillllllzzz” e tutto andrà per il meglio. Ripetete a mente la seguente frase: “Edward mani di forbice rovinava i barboncini ed era un genio, io non posso fare peggio” e andrà tutto davvero molto bene. Se la proprietaria della testa si lamenta, dite “senti, guarda che lo sanno tutti che poi asciugandoli cambiano, è la piega il segreto di ogni taglio”.

4) CAPELLI RICCI: sarebbero da evitare, le ricce si lamentano un casino e non sono mai contente, sono una categoria che cambia un parrucchiere all’anno e alla fine non sono mai soddisfatte. Evitatele come la peste, per farvi perdonare di un taglio che farà loro sicuramente schifo dovrete lavare i loro piatti per un mese.

5) CAPELLI CORTI: secondo me il taglio dei capelli super corti, tipo soldato Jane ma non troppo, ecco, è fantastico perché è facile – basta una macchinetta per barba e capelli – e in fondo in fondo tutte stanno bene con i capelli molto corti. Davvero, giuro, basta lavorare prima psicologicamente sul soggetto. Decantate il potere del femminismo tricologico, dite di quanto si risparmia in shampii e del fatto che d’estate non devi mai, mai usare il phon. Parlate di quanto è affascinante un viso completamente scoperto e chiosate con “e comunque gli uomini che non sanno apprezzare le donne coi capelli corti hanno qualcosa che non va”, che è l’affermazione chiave di una mia amica (ah, tra l’altro secondo me è vera).

6) ERRORI: potreste sbagliare. Se fate un lato della testa più lungo dell’altro potreste 1)lasciarlo così e dire che a Parigi l’asimmetria va alla grande 2) decidere, in accordo con la testa in questione, di tagliarli più corti. Attente, è un attimo che fate conquistare al mondo un paggetto di cui nessuno sentiva l’esigenza. Mi raccomando.

A me una volta è capitato di creare una frangia larga…boh, quattro centimetri. Cosa ho fatto? niente. E’ ancora lì. Se mi chiedono come mai ho un ciuffo di capelli anticonformista al centro della testa io dico “è voluto, praticamente in quel punto io ho una rosa e…” e distolgo l’attenzione in qualche modo. Tipo cacciando le dita negli occhi del mio interlocutore.

L’errore non esiste, vi hanno mentito. Le vostre parole d’ordine devono essere “Edward mani di Forbice”. Se lui faceva uscire fuori le donne con delle capigliature a forma di Teatro dell’Opera di Sidney, tutto è permesso.

7) LA GRANDE FREGATURA: una ragazza molto figa è figa anche con un brutto taglio. Un cesso rimane un cesso anche con un taglio da duecento euro. Riusciamo a metabolizzare questa grande verità? Ce la facciamo? Bene. Se teniamo presente questo, tutto è in discesa.

8) FRASI CON CUI RIBATTERE A CHI CI DICE CHE IL NOSTRO TAGLIO DI CAPELLI SEMBRA STRANO:

-“Sì, l’ho chiesto così, era esattamente come lo volevo…lui (dire un nome francese o giapponese a caso) voleva farmi anche gli shatush ma io volevo qualcosa di supernaturale e allora mi ha fatto uno shampoo alla placenta di cavalluccio marino. Senti, senti che morbidi.”

-“No, non sono ciuffi più lunghi degli altri, sono extension”. (Abbinare espressione sgomenta per tanta ignoranza del nostro interlocutore”

-“Sì, no, hai presente la Portman? volevo una frangia come la sua, quella in Star Wars.”

-“Sì, no, hai presente la Portman? volevo una rasatura come la sua, quella in V per Vendetta”.

-“Sì, me li sono tagliata da sola e ho fatto una cazzata. Tanto io sono figa abbastanza da potermi permettere un taglio di merda”.

Sono solo capelli. Davvero, sono-solo-capelli. Darwin credeva  nelle nostre capacità di adattamento, avrebbe tifato per noi povere criste che ci opponiamo, sì, ci opponiamo (opponetevi!!!) all’idea di una seduta da 150 euro psicologicamente e monetariamente distruttiva.