Archivi categoria: Cuori battenti e racconti ermetici a stampo romantico

Alfred Blaschko, che ha visto l’origami

La pelle che si stende liscia e tesa come la crema che si forma sul latte, il sottile lenzuolo che racchiude il tuo corpo e che io liscio i giorni e le notti con i palmi delle mie mani, solcando ogni buca e segnando ogni curva, quella pelle è un origami steso.

C’è stato un tempo in cui tu non eri quello che sei ma eri solo l’embrione di te stesso. Eri un’idea, tutto perfetto nello stato platonico del tuo prima. Il big bang prima del big bang, senza tempo e senza luce, un punto di singolarità tutto da scoprire. Quando eri embrione eri piccolo e inconsapevolmente felice e infelice, non-ancora-vivo-ma un-po’-sì.

Poi sei passato da embrione a feto: ti sono venute le mani, i piedi, gli occhi, i capelli, ecco, e poi l’apoptosi ti ha dato le dita, le piccole cellule che tenevano insieme il tuo corpo si sono in parte suicidate e sono nate delle fessure: la bocca, le orecchie, anche le palpebre. Come ti sembra normale spalancare gli occhi, ora. Sai che puoi farlo perché un tempo quell’embrione ha programmato che una parte di te si lasciasse morire? Non è una cosa strana da dire e da pensare?

Allora ecco a te un’altra cosa strana da pensare: l’embrione che eri, era un origami. Tu sei un origami: una superficie stesa che un tempo era piegata su se stessa, contratta, una stellina di neutroni piena zeppa di vita da svolgere e srotolare. Lo ha scoperto una sacco di tempo fa un tizio che si chiamava Alfred Blaschko ed era un dermatologo. Ad inizio Novecento spiegò alla comunità medica che tutti gli esseri umani erano completamente ricoperti di linee invisibili che altro non erano che lo schema con il quale le cellule epidermiche dell’embrione si distribuiscono con la crescita. Le pieghe dell’origami. Sei tu, prima di tutte le cose. Quando eri una tabula rasa di sogni tutti da inventare, tutti da perdere e incendiare in un falò di aspettative perdute; quando eri tutti gli orgasmi della tua vita racchiusi in una capocchia di spillo. Non ti ricordi? Certo, come potresti? non avevi un passato né un futuro, non eri neppure memoria corporea.

images

Linee di Blaschko, rappresentazione tipica

Non puoi vederle ma le hai pure tu, le linee di Blashko. Qualcuno nel mondo può vedere le proprie: succede se si è colpiti da alcune patologie particolari, come il Lupus, per dirne una (il Lupus è quella malattia che in ogni puntata del Dott. House ad un certo punto qualcuno dice “potrebbe essere Lupus“, e invece poi non è mai Lupus). Tu non ce l’hai e infatti la tua pelle è perfetta da vedere, ma il nocciolo duro di quello che eri e sei rimane. E le linee che segnano l’embrione che eri, se non si possono vedere, si possono immaginare. Io le posso intuire, tra le tue spalle, che si muovono lente su di te ad ogni movimento.

Allora senti cos’ho pensato: è tutta una linea di Blashko. Ogni cosa che accade è il parto di una linea diversa. È tutto un immergersi e fondersi del “noi stessi sviluppato” con il “noi-stessi degli esordi”. Ci sono stati i primi sette secondi del tuo big bang che hanno definito quello che eri, sei e sarai e tu te li porti dietro volente o nolente, questi sette secondi. Essi contengono ogni cosa che ti distingue da qualsiasi altra persona: contengono i tuoi desideri più intensi, le tue vere e uniche abilità, la tua forza più autentica.La tua sopravvivenza e la tua auto distruzione. Il vero te è lì. Nessuno di noi dovrebbe avere paura che il male porti alla vista la mappa geografica del nostro Io, qualora capitasse. Ogni violenza che ci si abbatte addosso la fa venire allo scoperto, ne fa scoprire le curve, le ampiezze, le convessità. Gli angoli che ci rappresentano. Che ti rappresentano. Non devi aver paura di perderti, anche se la vita e la fisiologia delle cose hanno fatto sì che la tua essenza si stiracchiasse e stendesse come pasta frolla divenendo sottile, poi sottilissima e poi invisibile. Sei ancora lì, anche se pensi di aver accantonato pezzi di te. Siamo ancora tutti lì, a diventare le coperte gentili dei nostri sistemi nervosi.

Da embrione sei diventato feto, poi bambino, poi ragazzo, poi uomo. E adesso che sei il lenzuolo steso e liscio che la sera tardi si agita sul divano, cosa è rimasto dell’embrione che eri?

Non temere: tutto.

Annunci

ANF, PUFF, PANT.

Come dire, che qui non ci si riesce a fermare.

Volontariamente, consapevolmente, insensatamente ma senza alcun pensiero al rimpianto mi sono costruita una vita che necessiterebbe l’uso di cocaina in grandi quantità ma la cocaina costa e quindi picchissime. Ormai totalmente piegata al nomadismo-pendolarismo, viaggio con gli averi sparsi ai quattro venti (by the way: ma la mia gonna nera con la fibbia dove sta?) tra tre città le quali presentano le seguenti caratteristiche;

-la prima è grande, è bella ma ci vado a fare un lavoro che detesto;

-la seconda è media, umanamente gradevole anche se urbanisticamente detestabile ma ci vado a fare il lavoro che adoro;

-la terza beh, è piccola e lontana ma ci sta qualcuno che amo quindi ha anche lei il suo.

Manco a dirlo non distano una dall’altra cinque minuti ma tre quarti d’ora, all’anima, e la borsa del computer pesa. E giro con le maglie con le macchie di cibo, ma va bene anche quello.

Ma parliamo di cose serie, ovvero il numero di lavori contemporanei che un essere umano può fare. Per ora siamo a due e mezzo, laddove il mezzo è quello che ti elargisce soldi più sporadici e fai la sera prima di darti al letto-barra-diletto. Uno dei due principali serve a darti il pane, l’altro pure e magari un giorno ti nutrirai solo di quello ma devi diventare ancora un po’ più brava. È quello per cui hai studiato, ci è voluto un po’ ma eccoti qui, a fare quello che, sostanzialmente, stai facendo anche in questo momento. E adesso? adesso ti tocca farlo. E ti tocca farlo bene. E farlo una volta per tutte. Tanto, dì la verità, non ti costa molto farlo bene, che per come ti piace ti dimentichi pure di fare pranzo. Hai i vestiti sudati, perché per farlo corri da una parte all’altra della provincia, ma alla fine i vestiti sono fatti per essere sporcati dalla vita, no?

Accumuli cose buone, momenti caldi e morbidi, una mano ti rimbocca le coperte mentre ti stai addormentando. Accumuli cose buone e fai una scoperta: un tempo avevi paura ad accumularne, di robe felici, perché pensavi che il mondo avrebbe reagito con una sorta di meccanismo di contrappasso e per ogni dolce fetta di bene e coccole di vita ti avrebbe inflitto un sciabolata di malignità. Invece forse no, e per una semplice ragione: ogni dolce fetta di bene e coccole di vita ti costa il doverti fare un culo così per guadagnartela.

Ah, ecco dove stava il trucco.

10483829_768629369856585_7443237417565829259_o

copyright Chiara Bautista, as usual

Panama, ma non in senso geografico.

La prima domanda che mi ha fatto il venditore di cappelli di una delle innumerevoli bancarelle poste davanti agli scavi di Pompei è stata: “Italiana?”. Sì, sono italiana, signore dei cappelli. Ho caldo e mi sta andando la testa in fiamme, cosa che non succede mai perché ho una chioma nidiforme in testa e se li raccolgo bene i capelli mi proteggono ottimamente dal sole. Ma siamo a Pompei in un giorno del mese più caldo dell’estate più rovente degli ultimi anni, ho addosso la protezione 30, ho due bottiglie d’acqua nella borsa e sì, sono italiana, quindi capisco quando parli e non mi fare un prezzo indecente per quel cappello bianco, ok?

“Per bella signorina italiana 20 euro”.

Grazie, signore dei cappelli. Per la giapponese dopo di me hai fatto 35 euro, guarda che ti ho sentito.

Con in testa il mio nuovo Panama raggiungo il prode cavaliere mollato a far la fila sotto il caldo – e senza un goccio d’acqua – e ci accingiamo, copricapo-dotati, a darci dentro con la prima esperienza ai limiti della sopravvivenza umana di quelle vacanze.

Io dico solo, che senza il benedetto cappello non sarei sopravvissuta. Dalle undici alle quattro di quel primo martedì abbiamo trottato per le terrose e aride vie di una Pompei più salvaguardata di quanto uno si aspetti con il solo ausilio di un vestiario evanescente, una roboante determinazione alla visita approfondita e le periodiche allucinazioni a stampo divinatorio di santi e di Madonne che ci sussurravano che ce l’avremmo fatta. Ogni venti metri una fontana, squisita novità pompeiana, e turisti giapponesi che ci si tuffavano sotto. Bambini che venivano refrigerati ripetutamente. Io, un paio di lavaggi integrali della chioma.

Poi, dunque, quali altre prodezze. Si è ritrovato catapultato a Napoli, sballottato tra le valigie e gli zaini, stropicciato insieme al giornale sotto il mio braccio. È rimasto sette ore infilato tra un sedile e il sudicio finestrino dell’aliscafo, rimanendo comunque intonso e bianco. Tra le mie sudatissime mani è sceso a Lipari, pronto per salire su una macchina verde metallizzata e giungere, dopo venti minuti di stradine stradette straducole salite discese asfalto sassi sterrato cemento poi ancora sali poi scendi poi traballa sul terreno impervio, dicevo per giungere a una casa fatta a rettangolo basso in mezzo al nulla: solo fichi d’India, sabbia, sassi e piante poggiate sul letto di un cratere vulcanico spento. Una ciotola di verde nel nulla e, sul bordo della ciotola, questo agriturismo pieno di gatti e di inaspettato colore. Un paradiso di uccellini e piatti di pasta infiniti, una cucina povera, stupefacente, pesce che alla fine ti esce dalle orecchie e comunque, a mezz’ora di passeggiata da lì, gli arancini più caldi e croccanti del mondo e le mie dita unte di olio che stringono il Panama, poverino.

Lì, sottoposto ad ulteriori angherie: divenuto seggiola per i gatti che ci si sedevano sopra, dimenticato su ogni sdraio e ogni amaca e poi recuperato ogni volta. Portato in testa da me, occasionalmente da qualcun’altro. Bagnato di pioggia temporalesca e imprevista, una pioggia rara per isole aspre come i limoni che partorisce la terra. Una pioggia che rimbalza su terra dura come la sua ostinazione a non cambiare, come i suoi abitanti dai visi bruni e mangiati dal vento, che sfioravo la lava e non la temono.

Poi vere torture, una dopo l’altra: oltre al sudore che colava dalla mia testa durante e dopo ogni maledettissima camminata in salita per tornare a piedi all’agriturismo, o durante le violente e rocambolesche discese in paese a ritmo di slavina, gli capitano la terra, la sabbia e la salsedine. In spiaggia, a raccogliere mare e crema solare, a essicare al sole e con un sasso dentro per evitare che volasse via. Poi portato sullo Stromboli, tre ore di camminata sulla schiena di questo sfogo cutaneo del mare, un bubbone sempre arrabbiato ma non troppo che ti manda a fuoco le caviglie appena ci poggi piede sopra, a ricordarti che è vivo e comanda lui – se per caso avessi dubbi sulla questione. Volato via più volte e rotolato sulla distesa di sabbia nera come inchiostro – sabbia mai toccata da mani umane o zampe animali, lieve e vergine come neve all’alba; comunque sia il cappello è sempre stato recuperato, anche in cima al vulcano, dove folate di zolfo e pietruzze ne hanno minacciato continuamente la sopravvivenza. Sempre più sporco, sempre più giallo, sempre più intoccabile, è stato infilato – sì, un Panama – arrotolato nel mio zaino per consentirmi la discesa nel buio con le mani libere: giù a fare surf sui sabbioni pieni di sassi, a tagliarmi i piedi.

Il giorno dopo liberato dallo zaino, tutto ancora stropicciato, a riposare come noi, esausti, shackerati come pomice eruttata dritta nel mare, a godere del silenzio della cima vulcanica coltivata, tra i miagolii dei gatti e il rumore di un getto d’acqua della vasca in giardino.  Poi una gita in barca, anzi due, facciamo tre, il vento è forte e lo tengo in basso perché non cada in acqua: mi serve ancora la sua protezione da un sole che non accenna a smettere se non un giorno in cui prendiamo tanta di quella pioggia che non distinguiamo l’acqua che ci bagna nel mare da quella che ci bagna dal cielo. Proviamo a rimanere a mollo, ma ci sono i fulmini e dobbiamo uscire. Piove ma non uso il cappello per coprirmi, è un cappello da sole, ho paura che il clima piovoso lo traumatizzi.

Poi è il penultimo giorno, lo faccio dondolare tra le mani tra le sale silenziose di un museo. Ci aspettavamo di nuovo brutto tempo e invece no, fa caldo, ci confortano solo i ventilatori in ogni sala. Poso il Panama, lo dimentico, torno indietro a prenderlo. Cambiamo edificio, lo lascio nel guardaroba, penso che non lo ritroverò e invece lo ritrovo. Come quando entro in un’edicola e per sfogliare i giornali lo poso su una pila di riviste, poi me ne vado: al ritorno mi accorgo che ho la fronte calda e mi rendo conto che non ho il cappello. “L’ho perso” “L’avrai posato da qualche parte” “Mi pare in edicola”… giro la testa e guarda un po’, senza accorgermene siamo proprio davanti ad essa. Entro ed è ancora sulla pila di riviste, dove l’avevo abbandonato come una disgraziata. “Ti ha chiamata”. Mi sa di sì. Ha dei poteri magici: quando lo lascio da qualche parte diventa invisibile e nessuno se lo prende, poi arrivo io e ridiventa visibile, così lo posso portare via.

Ultimo viaggio, ultima barca, ultima gita: salire su Vulcano, nell’Isola di Vulcano. Di nuovo portato su controvoglia, ma il sole è letale e le fumarole fanno salire un calore infernale: sono gialle e verdi, dei pazzi disperati ci camminano in mezzo nonostante sia pericoloso. Il cratere è a portata di piedi, ti ci potresti calare dentro ma non lo fai perché se ci provi svieni. La puzza di uovo marcio è incredibile, ti sfonda i capillari del naso: impregna noi, i nostri vestiti e il cappello che ormai vuole solo essere lasciato in pace, ne ha viste troppe, fatemi morire in pace, vi prego.

Torniamo puzzolenti e stanchissimi, ci godiamo il penultimo tramonto. Questo Panama è un cappello fortunato, ha visto il cielo diventare viola, rosso, azzurro e grigio nell’arco di un’ora, una sera, grazie ai favori di un temporale lontano. Ha visto nuvole scorrere veloci come macchine da corsa ed è stato posato ai piedi di rocce mutlicolori, striate come pasta sfoglia, friabili come biscotti ma alte e inesorabili come giganti. C’è Polifemo, lì da qualche parte, e lancia sassi a Ulisse, come mi ricorda Paolo. “Dove sta il cappello?” “lo hai lasciato sul divano”. O in bagno. O sull’amaca, o sul letto, la poltrona, la sala da pranzo, nello zaino, sullo scoglio, al bar, per strada, su quella panchina, è la cartina tornasole della mia sbadataggine. Il cane da guardia del mio intelletto. Lasciato ovunque, recuperato sempre,come ogni dialogo e ogni silenzio riposato tra noi due. Addormentato come noi, rilassato come le nostre gambe, caldo come i nostri colli sotto la brace delle due di pomeriggio, bagnato sempre, come le nostre schiene dopo ogni sgroppata giù per qualche sentiero o su per qualche mulattiera.

Poi si va.

Sono le sei di mattina e non ci credo che riusciamo a svegliarci davvero. Noi non ci svegliamo mai seriamente quando suona la sveglia, nei weekend come durante la settimana: la sveglia è un consiglio, la prendiamo come una suggestione filosofica, se vuoi, ecco, sono le sette, le sette e mezza, sarebbe opportuno cominciare a prepararsi, dovresti, potresti…vorresti? Però, guarda, fai tu che sai.

Invece ci alziamo e andiamo all’aliscafo delle sette.Il cappello è stremato e vuole dormire, come noi, e fa freddissimo per colpa di un’aria condizionata letale. Siamo al sud: siamo morti di caldo fino a quel momento ma a bordo di quel maledetto coso se avessimo una copertina di pile la useremmo. Il cappello rimane lì, appeso allo schienale, non serve a niente con quel gelo.

Dormiamo, anzi sonnecchiamo. Ascoltiamo i dialoghi superficiali, cretini e insopportabili di una famigliola romana antipaticamente borghese che è stata a Panarea. Moglie altissima, marito altissimo, due figli maschi, una bambina. Tutti bruni di sole, un po’ incartapecorita lei, stile olio solare stimolatore dell’abbronzatura. I maschi tutti in camicia bianca, pare si usi così, piace alla gente che piace e cazzate annesse. Discutono di vestiti da settecento euro e locali alla moda. La madre bacia e coccola il primogenito, il suo palese preferito: bocca da Cupido e viso da wasp all’italiana, snobismo da re dei fighi della compagnia fighetta di adolescenti, un guidatore di Mercedes allo stato larvale. Ce n’è abbastanza per invocare l’arrivo di una delle piaghe d’Egitto a mangiarseli tutti vivi, compresa la bambina bionda che saltella coi piedi sulla sua poltrona noncurante del fatto che sta ripetutamente pestando l’Ipad della madre.

Arriviamo con un’imprevedibile ora di anticipo e ci schiantiamo verso l’uscita dal mezzo, che recuperare i bagagli già sappiamo che sarà un casino: e poi non ne possiamo più di star seduti e ci girano le palle perché è finita la vacanza. La allungheremo passando la notte successiva a Lucca – bellissima di sera, calda ma non troppo, le nostre mani sulle colonne a baciare con le dita i marmi freddi; io insopportabilmente ubriaca come spesso accade, lo costringo a sbagliare strada e per punizione mi becco i racconti nerd sui cosplay e i personaggi di Warhammer. Ma a turbarmi un po’ mi torna talvolta in mente che no, il cappello non è più con me perché è rimasto appeso allo schienale dell’aliscafo. Me n’ero accorta mentre andavamo a recuperare la macchina. “No, il cappello! l’ho lasciato sull’aliscafo!” “No, sull’aliscafo no! Proprio all’ultimo!” “Dovrò procurarmene un altro!” “Noooooo!”

Insomma, non mi sopportava più, non ci sopportava più. Ha usato la sua magia e si è fatto invisibile di nuovo, stavolta per me. Non ha voluto scendere a Napoli: sentire il suo caldo davvero incredibile, superiore a qualsiasi altro caldo fino a quel momento sopportato. Non ha voluto sedersi ai tavoli di una pizzeria, essere lanciato sulla sedia di plastica, ammirare il parcheggiatore del locale che adescava clienti da tutti gli angoli della piazza. Quello porgeva un menù, gli dava un tavolo e loro manco capivano che stesse succedendo. Il cappello ha dichiarato: basta, per me va bene così. Ho ascoltato le vostre chiacchere ovunque, ho fatto la guardia mentre dormivate sotto le rocce, vi ho visti cambiare girovagare e tirare fuori acqua su acqua dagli zaini, mi avete costretto a fendere l’aria rotolando a velocità inaudita giù per una montagna. Ho guardato con voi ogni tramonto e ogni temporale. Ho sopportato i gatti e i momenti in cui tu, screanzata, mi usavi come portaoggetti, appallottolando il costume bagnato e ficcandomelo dentro. 

Ora basta, tornate a casa, io resto qui.

E noi siamo tornati a casa, all’eco delle telefonate di lavoro e dell’essere ripartoriti alla nostra stessa vita, risputati in una quotidianità senza infradito ai piedi. Una vita di pelle liscia e capelli setosi, e telefono, e computer. Con la testa al fresco.

(nell’immagine: una testimonianza fotografica del cappello, che è esistito)

cappello

Perdere e trovare

Cosa c’era, di più importante, ogni giorno ad ogni ora da subito dopo esserti infilata quel biglietto in tasca, fino a poco fa?

Un anno fa trascinavi gambe accaldate in piazza e, per caso, ascoltavi la presentazione di un suo libro. Lui ne stava leggendo dei passi con voce sentita. Parlava dell’ambiguità della bontà, della vera anima degli spiriti umanitari, della realtà che cambia mentre viaggia tra i monti dei nostri palmi, mentre la teniamo tra le mani.

In quell’occasione gli hai fatto un devasto di domande, tanto che un paio di signori nelle file avanti si sono girati per capire chi era l’importunatrice del caso. Non hai smesso, volevi fare domande scomode ma non ne esistevano, avevi davanti qualcuno che non aveva paura di vergognarsi. “Lei non pensa che la bontà sia egoismo, che lo spirito umanitario sia gratificazione dell’ego? Lei si sente, a volte, meschino nel fare del bene?” e lui rispondeva sì, certo, sono cattivo ed egoista. E tu non facevi che pensare a quanto ti stava simpatica questa cosa.

Dopo, quando la gente ha cominciato a diradarsi, gli sei andata vicino. Non avevi borse né portafogli. Ti piace così, uscire di casa senza pesi, quando puoi, però quella volta per questo motivo non hai potuto comprare il suo libro. Lo hai comprato tempo dopo. Gli hai detto sentiamoci, mi piacerebbe intervistarla, io lavoro su questi temi, se le fa piacere. Lui ha detto sì, le scrivo la mia mail, si metta in contatto con me. Ti ha dato un pezzo di carta con la mail, ha ripetuto “mi chiami, davvero” e poi sei tornata a casa. Eri allegra perché eri uscita per una granita ed eri tornata a casa con un accordo per un pezzo di attualità.

Poi non si sa bene, altri lavori, altre cose. Sei partita per le vacanze. Hai litigato con la persona sbagliata nel momento sbagliato. Hai avuto troppe grane in troppo poco tempo, e i giorni, le settimane, ti hanno investita e fatta loro come fieno in una rotoballa.

Poi, come spiega Antoine de Saint-Exupery – anche detto Il Melenso – anche una volpe non addomesticata come te può imparare a creare legami e può trovare il Piccolo Principe su qualche piccolo pianeta. “Conoscerò un rumore di passi che sarà diverso da tutti gli altri. Gli altri passi mi fanno nascondere sotto terra. Il tuo, mi farà uscire dalla tana, come una musica”. Così ecco, eri lì, portata a uscire dalla tua tana di diffidenze, in un paradiso di fiori e farfalle che si posano sulla punta del tuo naso e accettano il rischio di morire per il movimento maldestro di una tua mano, tra brezze di vento gentili e pelle morbida e conosciuta, eri lì con il piccolo principe a sfidare le vertigini in alta montagna quando hai saputo che Luca Rastello era morto e tu no, non avresti potuto più chiedergli un’intervista.

Cosa c’era, di più importante, ogni giorno ad ogni ora da subito dopo esserti infilata quel biglietto in tasca, fino a poco fa?

Se hai imparato una lezione, ultimamente, è questa: a volte dai per persa una cosa, ti mentalizzi sul doverci rinunciare, e proprio in quel momento diventa tua. O il contrario: scopri ogni giorno quanto tutto può andar perso con facilità inimmaginabile. Come i biglietti.

Molto nuda

Accadono cose di cui non si può scrivere e di cui anche parlare, pare, causa esplosioni e smottamenti cardiaci. Ma il mese è stato pieno di novità ed alcune vanno assolutamente rimarcate in uno di quegli elenchi a punti che tanto ci sono mancati – #nonèpernientevero:

1) Ogni certezza riguardo ai propri limiti esiste al mero scopo di essere smentita;

2) 48 ore possono rivelarsi un tempo lunghissimo;

3) In situazioni di sbalzo emotivo il mio olfatto si affina a livelli tali che potrei competere per il premio Cane da Tartufo Edizione 2015;

4) Se è vero che una madre in situazioni di forte tensione sarebbe capace di sollevare di sole braccia la macchina sotto la quale è bloccata la gamba del figlio, è pur vero che, se merita, a sollevare montagne siamo bravi tutti;

5) nel dubbio, mangia il tortino di alici;

6) puntare la sveglia un quarto d’ora prima vuol dire un risveglio meno violento e molto più gradevole, e tra l’altro non è che ti devi svegliare per forza alle otto anche di domenica;

7) la mia vita professionale non va avanti senza una ragionevole, quotidiana e compulsiva sequenza di to-do list un pelo naziste e rognosette;

8) nel dubbio, visto che non ti sai orientare e ti potresti ritrovare per sbaglio ad un casello, portati un paio di stramaledetti euro nel portafogli;

9) i cognomi sono più importanti dei nomi, soprattutto se sono cognomi qualsiasi, tipo il tuo;

10) sembra non esistere limite a quanto può essere incommensurabile la paura di perdere certe cose;

11) la bellezza chiama sempre il prezzo di un po’ di sangue: anche qui, il tuo. Ti consolerà il fatto che porterà calore al tuo collo fragile e dissestato nel momento in cui colerà dagli angoli della tua bocca, fuori dai tagli che ti sei fatta battendo i canini contro le guance.

Cose Preziose

Il piccolo delinquente indossa occhiali da sole a forma di cuore, come quelli di Lolita. Ha una maglietta a maniche corte e scarpe da runner. A ben pensarci non è affatto piccolo, ma è decisamente un delinquente. Il suo passe partout è un sorriso luminosissimo; sotto le lenti nasconde occhi molto grandi, che spalanca spesso.

Il piccolo delinquente cammina svelto per la sua strada e fa finta di essere solo: in realtà sa benissimo che alle sue spalle c’è lei, che scivola dietro la sua ombra. Lei ha capelli spettinati, una gonna corta e una tigre al guinzaglio che la protegge; non porta occhiali da sole e i due dardi neri in cima al suo viso bucano la schiena di lui. Lui sa che lei è lì; sa di essere osservato e ascolta i suoi passi, ma non si gira; perché poi magari lei scompare, come Euridice quando Orfeo volta la testa prima di uscire dall’Ade. Oppure non scompare, ma lo inghiotte nell’abisso della sua vita. Perché lei, piano piano, socchiudendo appena le labbra, sta dicendo “guardami“.

Ogni tanto il piccolo delinquente si gira. Ogni tanto si vanno incontro reciprocamente ed è sempre un regalo di compleanno: sai che ci sarà ma sei comunque trepidante nell’accoglierlo a te. Lei ogni tanto distoglie lo sguardo, s’infila in una traversa qualsiasi, vive altre cose, e poi se lo ritrova dietro, o di lato, che sbuca da una casa: a volte è un’illusione, a volte è proprio lui, che si affianca a lei. O che cammina lentamente dietro la sua schiena. Sente il suo fiato sulla nuca, e la sua marcia riprende ad avere un senso.

Il piccolo delinquente ogni tanto corre via veloce e scattante o si mette a scherzare con le ombre di entrambi: si diverte a dire piccole bugie, le copre gli occhi con le mani, la prende in giro, nasconde nelle tasche conigli morti di morti strane e cela scorpioni tra le dita. Lei è forte, è indipendente, nel tempo ha imparato che anche se sceglie le traverse laterali starà bene; non è obbligata a seguirlo, o ad accettare il suo fiato sulla nuca, e spesso ha pensato di averlo perso di vista per sempre, troppo lontano, o chissà in quale sentiero laterale. Senza saperlo sono cambiati. Hanno sincronizzato i loro passi e adesso ogni tanto lui si ferma, riflette, ha imparato che non dev’essere per forza in movimento. Lei ha imparato a fermarsi a distanza, perché lui ha bisogno di spazio. Ha capito che ha un’anima nera, ma anche una parte bianca, che a lei è permesso vedere. Lei è diffidente con tutti e non perdona nessuno. Tranne lui.

Lei ha smesso di avere paura, di lui e di se stessa: quando il piccolo delinquente è abbastanza vicino, cerca di fare in modo che lui si curi di se stesso; lo prende per mano, lo convince a camminare ancora, perché il posto in cui deve arrivare è lontano e lei non ha nessuna intenzione di fermarlo. Cammineranno insieme, stando un po’ più vicini giorno dopo giorno.

passi

Inno del perdersi

“S’instaurerà sopra di noi,

cosa vuoi di peggio?

niente panico mi vedrò riflesso,

di sera sai che c’è? viene giù l’immenso…”

Grazie a tutti i Santi è andato via il vento.

A me piace, il vento, ma una settimana di burrasca molesta cominciava a provocarmi l’emicrania spinta e la mattina sotto la Poonto trovavo annidata ogni cosa possibile: gatti, sacchetti della spazzatura, i sette horcrux di Lord Voldemort. Non si poteva continuare così.

Il vento se n’è andato ed ha lasciato nuvole stupefacenti che somigliavano a visi rosa-arancioni di neonati appena venuti al mondo; ti guardavano dall’alto con ghigni deformi, e per quanto fossero spaventosi, facevano pensare a demoni bellissimi. Il lato meraviglioso della malvagità, il terrore amabile. Dondolarsi su una sedia vicino al caminetto acceso stringendo tra le braccia un piccolo cane rabbioso che sai che ti morderà appena di sveglierà.

Il vento è andato via dalla valle e anche dentro di me i venticelli si sono messi a riposare. Non c’è più confusione ma sono stanca, essere sballottati è necessario ma affatica moltissimo il corpo e lo spirito. Al posto della confusione una quieta, tristanzuola e nitida percezione di quanto sia impossibile decidere di volere qualcosa di serenamente accessibile, quando ciò che vuoi è – fino a prova contraria- negli spazi della calda e meravigliosa complicatezza.

È arrivato il caldo e con lui le braccia scoperte, e guidare meno ingoffati in mille strati. Respira anche il cervello, con meno vestiti addosso.

Torna la calma e con lei la forza, anche quella di arrabbiarsi un po’ con tutti. Arriva anche la voglia di stare da soli, e per quello in verità già eravamo a cavallo; perché se la sera tra rimanere a casa a lavorare e avere un appuntamento, preferisci lavorare, due domande fattele.

Il vento ha portato chiarezza ed un tempo dell’attesa consapevole; un tempo in cui mi sa che lavorerò parecchio e passerò amabili serate e fare lunghissime docce rigeneranti. E con delle nuvole-bambini cattive e urlanti – ma al contempo dolci e protettive – che mi fissano da sopra il tetto di casa.