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Pausa

Innanzitutto annuncio il manifestarsi di un fenomeno sorprendente: al 20 del mese, nonostante io abbia dovuto pagare le vacanze, nonostante abbia speso soldi in cene e vino più del normale, nonostante gli abbandoni spericolati in sessioni di food porn in pausa pranzo, ecco, ho ancora dei liquidi sul conto corrente.

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Il che significa che sì, ce l’ho fatta, dopo anni sono riuscita nella mia missione più ambiziosa: insegnare ai soldi a riprodursi da soldi. Figata, non dovrò mai più procurarmi uno stipendio, di questo passo! vai con la partenogenesi inconsapevole della Lira!

In secondo luogo domani mare, molto bene, mare, in giornata ma si può fare. Ho la protezione trenta ed un costume verde comprato a caso in una bancarella di Tirrenia ( “mi dia due costumi, uno da uomo e uno da donna” “come li vuole?” “uno dev’essere da uomo, uno invece da donna”) e ci vado -anche- con La Gente del TFA. Per chi non lo sapesse per TFA si intendono quelle forche caudine per cui pare si debba passare per diventare insegnante. Per diventare insegnante, in soldoni, ve lo spiego, bisogna:

-fare tre esami, due scritti e un orale, ad altissima selettività;

-considerare il fattore CAOS dato dalla disorganizzazione burocratica della macchina del TFA che perde date, perde inscrizioni, perde persone (murate vive in segreteria studenti, suppongo), perde battiti cardiaci altrui;

-sganciare duemila e rotti euro per fare un corso in cui lavori gratis come un servo della gleba cocainomane;

-dare degli altri esami, ventimila (i famosi Ventimila Esami sotto Stress) tutti rigorosamente nello stesso momento, perché uno dei requisiti prìncipi richiesti agli insegnanti è il dono dell’obiquità (un giorno ti troverai a dover spiegare filosofia e, al contempo, a controllare che le coppiette di liceali non si mettano a ciulare nei gabinetti, forse?);

– morire d’infarto e poi se resusciti puoi insegnare. Precario.

Ecco, alcuni miei amici fanno questa cosa qui e per riprendersi (farli riprendere) da un anno di traumi, domani si va al mare. Poi domani sera si torna dal mare e ci si fa mangiare dal weekend, come sempre.

La vita continua a essere come una giornata sugli sci, la sera crollo a letto esausta ma dopotutto contenta.

Fatemi gli auguri per una buona e proficua ustione da (secondo) sole.

Melfie e Telfie e tutti gli altri dentro e fuori, a patto che siano fotogenici.

“Stiamo solo io e te stasera? Sono un po’ così.”

“Vieni da me?”

“Certo. Mi fai quelle tre foto di cui ti dicevo che ho bisogno?”

“Certo.”

Alla fine abbiamo trovato la macchina fotografica buona del suo fidanzato, ed avevamo la casa vuota. Ne sono venute fuori 140, di foto.

Io ho quasi sempre avuto un rapporto tremendo con le fotografie; cioé, non mi ricordo di quando ero piccola, però dai quindici anni in poi le ho odiate. Il fatto che devi stare fermo, con un’espressione gelata in faccia, non lo so, mi fa sentire terribilmente a disagio e chiariamo, questo disagio, si vede tutto, visto che assumo sempre delle espressioni pietrificate. La gente aveva cominciato a usarla come minaccia: “Oh, guarda che ti faccio una foto”. Ecco, poi c’è anche il fatto che io e il mio corpo andiamo d’accordo difficilmente, è una di quelle convivenze sul filo del rasoio, diciamo. Io non sono l’inquilina migliore che gli poteva capitare, immagino, sono più di quelle che fanno ingigantire le macchie d’umidità sul muro del bagno e non danno mai la tinta in salotto.

Comunque, mi sono fatta fotografare. Placidamente. Vai sulle scale, fai così, fai cosà. Sdraiati. No, dài, ma che espressione è? Ehi, ci pensi che c’è qualcuno al mondo che lo fa per mestiere? Non so cambiare l’obiettivo. Mi ammazza se rompo questa cosa o se faccio casino con l’obiettivo.

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E non mi è spiaciuto, non mi dava più tanto fastidio. Non che abbia imparato a stare ferma, eh. E neanche riguardarle, mi ha dato fastidio. O farle vedere ad altri. Ultimamente la gente mi dice che in foto – qualunque foto, si badi – sono irriconoscibile. “Non sembri neanche tu”. Eppure sono io, senza trucco e senza inganno, sono proprio io. Mia madre ha visto una mia foto ed ha detto “sei irriconoscibile”. Ehi, madre, mi vedi tutti i giorni, lo sai che sono io, non sono abbastanza cool da potermi permettere una controfigura.

Allora ecco, il cambiamento  è uscito fuori, dentro non ci voleva più stare: si mostra nelle fotografie – che adesso mi faccio fare – e chissà dove ancora. Però, beh, dovevo fermarlo in un’immagine perché si vedesse. E dovevo cambiare, per permettermi di riconoscere un mutamento, un circolo virtuoso dell’autocoscienza, meraviglioso, no?. Non è vero che le persone non cambiano, cambia tutto, maledizione, non perde mai il suo senso ma cambia.

Abbiamo finito la sessione fotografica due ore dopo averla iniziata. Non c’è stato bisogno di dire una parola sul perché non era stata una bella giornata, tanto era stata una serata meritevole.

DSC_0216(Qui probabilmente mi era stato detto “Assumi un’espressione che faccia pensare che tu stia riflettendo su qualcosa di molto profondo ed importante, per esempio la fine del mondo o l’abuso degli stereotipi maschilisti”).

MATRIMONIO

12336-478x326Ci sarà un matrimonio.

Non sarà, ovviamente, il mio matrimonio.

Sarà il matrimonio di una persona che merita davvero tantissimo di essere felice e so che vuole davvero molto vestirsi da cono allo yogurt e godersi la sua giornata festante.

Sarà il matrimonio di una persona per la quale io ho scritto una volta un racconto che  ho provveduto a regalarle ad un compleanno: non era un racconto, anzi, era una favola. La favola di una ragazza che trova l’amore. In quel periodo lei l’amore non ce l’aveva e lo voleva tantissimo e mi era parso di buon auspicio (e poi sì, come al solito non avevo una lira per farle un regalo vero e allora beccati ‘sta sbrodolata di parole, amica bella).

Ci stiamo impegnando tutte – tutte noi, le amiche – perché lei abbia la cerimonia che sta organizzando da un anno e ci stiamo mettendo di buona lena per far sì che non ci si trasformi, noi povere idiote, in motivo d’imbarazzo per lei: perché il punto è che noi non siamo ancora abituate ai matrimoni, che nella nostra compagnia a quanto pare non ci riesce di sposarci e dunque, beh, chi cavolo lo sa cosa si deve fare e cosa non si deve fare a un matrimonio.

Serena, che è una avanti, mi ha per esempio spiegato che, per decidere come vestirmi, è importante che

1) io non metta abiti bianchi;

2) io non metta abiti neri;

3) no spalle nude in chiesa;

4) no scarpe verdi Silvia non ti azzardare;

5) dev’essere un vestito che è nuovo, quantomeno che la sposa non ha mai visto.

Quindi mi sono impegnata e ovviamente mi sono rivolta all’unica personal shopper che conosco e rispetto, ovvero la Vampira, che si è presa carico del mio outfit matrimoniale; siamo giunte insieme ad un’eccentrica combinazione di roba che potrebbe accettare di indossare, oltre me, solo Dita Von Teese. Forse. Beh, per dire, c’è di mezzo una gonna anni ’50 rosa confetto e lo so che detto così suona male ma, ehi, se la Vampira ha dato l’imprimatur io mi fido.

Ah, io dal canto mio mi sono offerta per tagliare ed acconciare i capelli di tutte le sciure della festa a prezzi ribassati; mi rendo conto che sia strano che la tizia che non è capace di scegliersi i vestiti da sola sia anche la parrucchiera ufficiale, ma tant’è.

Il vestito bianco l’ho visto, ovviamente. Io ho una perversa passione per gli abiti da sposa, mi piacciono molto. Mi piace il rumore che fanno quando si muovono e poi nella mia mente immagino sempre cagnolini allegri che giocano a rotolarsi nelle onde di tulle della gonna. Non so perché.

Comunque io non mi sposerei con un abito bianco, cioé, lo sporcherei subito credo. Nel caso mai mi sposassi, mi sposerei in jeans.

Ma lei no, lei lo vuole e lo avrà e avrà anche il mio silenzio in chiesa e poi starò composta a tavola e Serena non dirà cose a sproposito e nessuna di noi si metterà a cantare “I’m a bitch I’m a lover” al terzo bicchiere di vino e non ci toglieremo le scarpe coi tacchi sotto il tavolo e non parleremo di politica litigando con parenti sconosciuti dello sposo e no, sicuramente nessuna di noi cercherà di farsi lo sposo nel gabinetto degli uomini.

Siamo molto determinate. Io sarò vestita come Betty Boop, è ovvio che abbia preso la questione sul serio.

E poi si sa, le favole altrui vanno preservate; anche più delle nostre.

(Se qualcuno volesse soddisfare la MIA favola prediletta io sono disposta a fare una minuta descrizione, si sappia solo che ci sono di mezzo una vasca piena di palline di plastica, dei pony pezzati e la pizza più grande di tutti i continenti, non è facile ma è possibile. Astenersi perditempo).

ANDATA RITORNO POI ME NE VADO DI NUOVO POI TORNO DI NUOVO E POI BASTA.

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Dunque, ci sono andata, a Piombino, ospite dei miei degni zii che mi hanno accolto alla stazione reduce da un viaggio che ha riabilitato i vecchi sentimenti di odio-sublime romantico-sadismo celato tra me e Trenitalia. Sbalzo di temperatura Piemonte-Toscana: 6.000 gradi.

 

Sono stata dotata di autonoma camera e autonomi asciugamani, sono stata portata ovunque io esprimessi il desiderio di andare, ho mangiato ogni cosa desiderassi mangiare, insomma sono stata una zarina per cinque giorni. Anche il vicino di casa mi ha viziato visto che gli ho ciucciato la connessione per tutto il tempo. Però lui non lo sa.

Come nelle migliori tradizioni sono partita con tre paia di scarpe (no, quattro) e un numero non meglio definito di mutande, quantità che in una scala che va da 1 a Victoria Secret’s si colloca preoccupantemente vicino al fantastiliardo.

Che poi, non fosse che al mare giri tutto il tempo in costume. 

Piombino è cambiata un po’: più sdraio a pagamento, più ombrelloni, più rotonde. Più manutenzione, meno motorini. Non c’è più il negozietto delle pizze fritte e questo ha minato il mio buon’umore per dieci minuti circa ma c’erano i calamari alla griglia, i tortelli, la pizza, le ciabatte, il mare, c’era il dormire sulla sabbia abbracciata ad un cocomero semi sepolto (tratto da una storia vera) e c’era il fatto assolutamente non trascurabile che io, a dieci anni di distanza, sono ancora “la bimba” e in tutto e per tutto vengo trattata come se avessi un’età indefinita tra i sei e i tredici anni: quindi sono scevra da responsabilità e il mio delirio di onnipotenza per giorni è rimasto sopito sotto tonnellate di cure infantiloidi, grazie al Cielo, per una volta.

 

Ah, poi c’è il fattore Pulitzer: siccome sono andata nella terra della siderurgia ho detto con innocenza “mi piacerebbe scrivere un pezzo sull’Italsider”: così, vaga, impotente, abbozzatrice e in un attimo gli inferi si sono scatenati: le emergenti personalità piombinesi hanno dipanato le spire e, sotto il comando imperioso dei miei zelanti zii, mi si sono palesate diecimila fonti con piedi mani e voce e, Numi, le fonti toscane non sono come le fonti piemontesi, là la gente parla, ti attacca un bottone della miseria, si lancia in digressioni leopardiane, ti offre pure la mamma in prestito casomai ti dovesse servire: belin, io sono abituata al torinese tipico che ti guarda come Bambi guarda Tippete mentre mangia il trifoglio di nascosto e spesso devi ingannare, insinuarti per avere una fetida informazione, ti vien voglia di mettere una pasticca nel bicchiere di chi sta bevendo con te al bar purché si sciolga un minimo. Qui è una tragedia, insomma, là sono tutti tuoi, proprio ti si danno.

 

D’altra parte i toscani, non nascondiamolo, sanno essere delle testine di sanato: vivono bene nello scontro aperto, sono polemici, si incazzano sempre. Nelle questioni alimentari non puoi stare a discuterci: ci sono stati gravi momenti di tensione allorché il pescivendolo fornitore della Real Casa ha saputo che mia zia no, onta e vergogna, non avrebbe cucinato lo stoccafisso alla livornese bensì in bianco. Avere quel Cristo di stoccafisso benedetto ha richiesto accordi, diplomazia e patti di Ginevra e comunque ha minato i rapporti Toscana-Piemonte irreversibilmente, credo.

 

Quindi nulla, ho fatto cose, ho visto gente, scritto parole e infine sono stata minacciata di morte e torture qualora mi fossi osata far passare di nuovo così tanto tempo prima di una prossima visita. Totalmente calata nella dimensione vacanziera, ho fatto il viaggio di ritorno in prendisole; ormai i vestiti veri non fanno più per me.

 

Ad accogliermi, ovviamente, il Nazza e la Vampira alla stazione, belli come il sole. A casa c’era il killer, che è riuscito in cinque giorni a crescere di ulteriori centimetri incedendo senza tentennamenti nella sua ormai palese missione finalizzata a divenire un Puma. Doddely prima del mio arrivo ieri lo ha pure vaccinato, così ora può pure fare viaggi intercontinentali e darsi al sesso promiscuo con gatte di strada – prendendo le dovute precauzioni s’intende.

 

A stemperare il ritorno a casa e a rassicurarmi sul fatto che nulla sia cambiato oggi la Vampira, evidentemente posseduta dallo spirito di Maurizio Cattelan, ha preso un Pinocchio di legno di venti centimentri che ha trovato in cantina – “ho fatto pulizie e l’ho trovato lì…ma non lo possiamo mettere su un mobile perché la bestia lo farebbe fuori” – e lo ha impiccato. IM-PIC-CA-TO. Intendo dire che gli ha legato un pezzo di spago intorno al collo di legno e lo ha appeso nell’arco che divide il tinello dalla sala. Ho Pinocchio impiccato in cucina e vi devo dire che, anche se fa un po’ famiglia Addams e un po’ bambini di Cattelan, per l’appunto – quelli appesi all’albero in zona Cinque Giornate a Milano- fà la sua porca figura. E poi in casa nostra si possono ammirare murales di donne con le tette di fuori, girasoli della grandezza di un cucciolo di elefante, poesie scritte a biro dalla sottoscritta seguendo le regole dei radicali, insomma un’impiccagione ci sta tutta.

 

“Mamma, hai impiccato un burattino di legno.”

“Sì, sta bene vero?”

“eh, sì, eh, mh. Un po’ inquietante.”

“A me piace.”

 

“…”

 

“Sì, anche a me, mà.”

 

Da che ho memoria, nessuno ha mai contraddetto mia madre né i suoi picchi gotici. Figurarsi se lo faccio io.

Ritorno

“Zia, se qualcuno mi viene a prendere giovedì arrivo in stazione a Campiglia e passo qualche giorno da voi”.

“Tisivvieneapprendere”.

 

Così accade che domani torno a Piombino dopo dieci-dico-dieci anni. Pare che sia cambiata (e un po’ l’ho pure letto sui giornali) e pare che in Piazza Bovio abbiano messo un impianto balneare. Sono un po’ in pensiero per i granchi.

L’anno scorso sono partita per il mare e per una settimana ho chiuso i ponti con il mondo, subito dopo aver sparato nel web una bomba d’articolo che ha poi avuto tutta una serie di conseguenze ed ha, in qualche modo, cambiato tutto. E non ha cambiato niente. Insomma, un po’ come per tutte le cose importanti della vita.

Questa volta non mi lascio dietro un articolo ma un po’ di pensieri. O forse li porterò con me e li abbandonerò in spiaggia, o mentre corro la mattina. Quel che è certo è che dalla Toscana passerò direttamente alla Francia, verso un mare nuovo e molto meno familiare ma sommamente apprezzato (nonostante e proprio per i motivi appena citati).

Come al solito prevedo che succeda qualcosa di megagalattico, come ogni santa volta in cui vado in vacanza. La mia ultima visita a Piombino era coincisa con il compimento di un vero e proprio miracolo e una salvazione assoluta e allucinante, quindi da questa visita non mi aspetto davvero niente di meno.

Fenomenologia del corso di maglia (aka “la centrifuga degli estrogeni”)

Dialoghi uditi – e riportati il più letteralmente possibile – nel corso degli ultimi quattro anni durante le ore del corso di maglia che tanto i maschi prendono in giro (sì, la famosa “sera della calzetta”).

Adesso sapete che cosa – e chi – vi alleggerisce la vita dal 2010 ad oggi.

 

“Insiste per andare a fare questa passeggiata in montagna. Insiste un sacco. Secondo te si è preso bene per la tipa del bivacco?”

“La tipa del bivacco ha sessant’anni. Ti pare una cosa possibile?”

“Allora vuole farmi fare sport perché pensa che sono grassa?”

“Hai finito di rompere le palle?”

 

 

“Penso che lo lascerò”.

“nooooooooooooooo!”

“perché mi sento un po’ delusa, francamente, da una serie di accaduti, tipo che sabato scorso…”

“non è così, tu ti senti delusa da x, e y, e z, e lui non c’entra niente. E’ la solita storia del passato che ritorna. Mi passi il metro che devo misurare la lunghezza di questa roba?”

“Tieni. Quindi mi consigli di non mollarlo”

“Io ti consiglio di murarti viva in casa e non prendere decisioni di alcun genere fino alla fine di questa sindrome premestruale”.

“Non dovrebbe essere complicato…”

“Non lo è. Mentre ci siamo, guarda, dammi il cellulare, te lo requisisco fino a fine serata, così andiamo sul sicuro almeno sul breve termine”.

 

 

“Ehi, che gambette tozze che hai.”

“Che stronza. D’altra parte tu hai la schiena di un giocatore di rugby…”

“Lo so”.

“E’ un bene che tu lo sappia.”.

“Hai comunque delle gambette tozze”.

 

 

“Questa storia del lavoro mi devasta, francamente, accumulo e accumulo e accumulo nevrosi e…”

“Ne hai parlato con lui?”

“Certo che no, io accumulo sette giorni poi scarico tutto su di voi, così non stresso lui”.

“Ah, grazie.”

“Prego”.

 

 

“Allora io ho detto così…e lui non ha ribattuto e io mi sono incazzata perché non ha ribattuto, però poi lui non ha capito che mi ero incazzata e io mi sono incazzata ancora di più. Allora ho deciso che io non mi faccio sentire, se si fa sentire lui lo tratto malissimo…”

“E se si fa sentire e ti fa mille scuse e ti chiede di uscire di nuovo?”

“Allora è uno zerbino, dài, a maggior ragione non lo voglio più sentire”.

“Ti accorgi di essere la peggiore pazzoide del mondo? Hai presente quelle che ad un certo punto uccidono il marito nel sonno, poi vanno in carcere e alla muoiono sole? Vuoi finire così?

“è una domanda a bruciapelo, a istinto ti direi che no, magari non vorrei proprio finire così, però…”

“allora smettila di rompere i coglioni e comportati come una persona normale”.

“Uhm. Ok, farò del mio meglio. Che non è molto, però”.

 

NOTA: col cavolo che riuscite a capire chi ha detto cosa. Credetemi, è impossibile. Ringraziate il Cielo e procedete oltre.

 

Dialogo immaginario in carenza di un ricordo reale

Cammino tra i ciottoli del sentiero ma non sento i miei passi tra le foglie secche, perché l’acqua del torrente è troppo forte; fa caldo, c’è un sole molto forte.

Arrivo in pochi minuti al vecchio laghetto nel quale, da piccola, mi portavano sempre a fare il bagno, forse è qui che ho imparato a nuotare. Non so, non mi ricordo, ad ogni modo oggi sono qui per incontrare una persona, non ho tempo per fare il bagno, anche se sono in costume e a piedi nudi, perché come ho già detto, fa molto caldo. Ah, eccolo, lo vedo, sta arrivando.

Mi sembra un po’ stanco, oggi, ha la pelliccia opaca e le orecchie basse; forse patisce il caldo, forse non ha mangiato, fatto sta che la sua andatura da lupo oggi sembra più quella di un cucciolo claudicante. Attraversa il ruscelletto, si inerpica sui sassi, si ferma un secondo per scrollarsi l’acqua di dosso e poi viene a sedersi vicino a me, con la testona pesante appoggiata sulle mie gambe.

“Nonno, ciao.”

“Ciao piccì. Caldo, eh?”

“Sì. Tanto. Scommetto che avresti voluto reincarnarti in un luccio in momenti come questo, vero?”

“No, no, va bene, ogni animale ha un suo scompenso. Poteva andar peggio, lupo vabbene, dài, piccì.”

“Certo. Bell’animale, il lupo. Senti, ti ho portato una lepre, ce l’ho qui…’spetta…” tiro fuori dallo zaino un involto che cola sangue e lo appoggio sull’erba. Lui con il naso tira fuori la lepre dalla carta e comincia a strappare dei pezzi di carne.

“Lontano il tempo in cui ero io che ti preparavo la focaccia per la merenda, veh?”

“Già. E’ normale, nonno, è il ciclo della vita, il tempo che passa, stronzate così.”

“Eh, sì, sì. Però un po’ mi sarebbe piaciuto esser lupo anche allora, sai i morsi ch’avrei dato a certuni”.

“Te la cavavi, nonno, da quel che mi si racconta, non avevi i denti ma avevi il fucile, e la pistola, e poi papà mi ha detto che una volta hai quasi diviso in due un uomo con un accetta, è vero o no ?”

“Sì, è vero, ma mi hanno fermato. Tu pensi che un uomo lo sapresti uccidere, piccina?”

“Non lo so…come faccio a…no, non credo.”

“Sbagli, piccì, sbagli a pensare di non esserne capace; il fatto è che ti piace più questo mondo qui, quello in cui io sono un lupo e tu una fatina dei boschi, è più rassicurante, ma chissà che animale diventi tu, da morta”.

“Che ne pensi di un cervo? mi piacerebbe essere cervo”.

“Chi lo sa. Magari.”.

Il nonno si alza,si butta nell’acqua del laghetto, beve un po’. Nuota per qualche metro e poi torna a riva. Capisco che è meno stanco di prima perché la sua falcata è diventata più vigorosa.

“Piccina, che ti serve? dillo al nonno, come mai sei qui?”

“Sono un po’ così, di malumore…volevo fare due chiacchere. Sai, pensavo, ho trent’anni…oddio, quasi trent’anni. Mi sembra di camminare nelle sabbie mobili, più vado avanti più vado giù, mi bloccano e se cerco di accelerare peggioro le cose…però tu alla mia età avevi già fatto tante cose, vero?”

“Certo che sì: avevo già fatto la guerra, mi ero sposato, era nato lo zio, mi ero nascosto da… e tante altre cose bimbina. Anche tu hai fatto tante cose di già. Sei l’unica che ha studiato, quei broccioni dei nostri parenti non vogliono, io non volevo…sei quella dei libri, delle poesie, dei bei voti a scuola”.

“Sì, ma chissene, io leggo, sai che, tu facevi. Cose. Fatti. Esperienze enormi.”

“Le esperienze enormi, sai…non devi dare tutta ‘sta importanza…ci sono persone che il mondo le attraversa come una fiocina nella pancia e loro manco se ne accorgono. Gente che vive la storia e si perde perchè gli bastano i due soldini per la macchinetta, per il regalino alla moglie…non vedono neanche i loro errori, pensano di non farne”.

“Tu hai fatto tanti errori, vero?”

“Tanti, tanti, tanti. Tanti. Non sono stato un uomo cattivo, però.”

“Hai fatto delle cose cattive”

“Ho fatto delle cose sbagliate”

“No, hai fatto delle cose cattive, nonno.”

“Sbagliate. Testona che sei, se sapessi l’enorme differenza e la minuscola differenza che c’è tra sbagliato e cattivo…io non ero un uomo cattivo ma ero un uomo sbagliato, sì. Perché amavo forte e odiavo forte e facevo cose forti.”

“Non conosci il pentimento”.

“Il pentimento non esiste, esiste la paura che il male che hai fatto ti si ritorca contro, è quello che gli uomini pensano, pensano che le loro cattive azioni prima o poi vengano a rapirli nel sonno, a dire ‘ecco, adesso sentirai la stessa cosa che hai fatto sentire ad altri’ ma no, bimba, l’essere umano non si pente, al massimo si vergogna”.

“Tu ti vergogni?”

“Io ho accettato il modo in cui sono, già da umano, io pensavo da vecchio – quando mi hai conosciuto tu, che ero solo un vecchio che ti raccontava le favole – che si può essere tante cose, positive e negative e nessuna di queste è merito o colpa tua”.

“Questo è un discorso vile, da vigliacchi proprio, dire che niente è una tua responsabilità…”

“Piccì, qui tra noi due le zanne le posseggo io, veh. E adesso salta in groppa, che andiamo a fare passi”

Così, come tutte le altre volte, per qualche incantesimo che non controllo io mi rimpicciolisco fino ad avere le dimensioni di un neonato del peso di due chili. Mi aggrappo con le sorprendentemente piccole mani che mi ritrovo sul fianco del nonno e gli salgo sulla schiena. Lui parte lentamente, preoccupato di non farmi cadere giù.

“Ancora non ho capito come faccio a fare questa cosa del rimpicciolirmi”

“Eh, vediamo, tu come fai a deglutire?”

“Cosa ne so, lo faccio e basta.”

“E allora fai e basta anche questo”.

Il fatto di cavalcare mio nonno, lo so, è una vecchia romanticheria, la riproduzione di un ricordo, di quando mi metteva a cavalcioni del suo enorme pastore tedesco e tornavamo a casa così, io seduta e lui al mio fianco. La mia prima cavalcatura ufficiale. E adesso, un ritorno alle origini, ecco cos’era quella nostra consuetudine della passeggiata in groppa al lupo.

“Dove andiamo?”

“Poco lontano, fa caldo. Andiamo al praticello delle margherite e ci sdraiamo ad annusare i fiori”

“Per essere un lupo sembri più Tippete, il coniglio amico di Bambi..”

“Devi essere entrambi, Piccì, lupo e coniglio, però al momento giusto. Non puoi essere sempre lupo, devi anche rotolarti tra le margherite a pancia in sù, però al momento giusto, capito? Se sei così preoccupata di non stare al passo con la vita, ricordati di essere coniglio quando serve e tira fuori i denti quando ce n’è bisogno”.

“Tu facevi così?”

“Certo: quando mi hanno cercato per via delle cose che tu definisci cattive, o sbagliate, allora ho cercato aiuto, ho fatto il coniglio, ho avuto paura e mi sono fatto proteggere”

“Allora non sei un eroe, nonné”.

“Gli eroi muoiono, piccina, è il loro difetto maggiore. Io ero un uomo ed ero pure basso. Bello, eh, ma basso. Io volevo sopravvivere.”

“Beh, ce l’hai fatta. Sei morto vecchio e tranquillo. Io però mica voglio essere un’eroina, non mi sento adatta. Quindi, cosa devo fare? Che mi consigli?”

(Ormai siamo arrivati al praticello: scendo dalla groppa del nonno e in pochi secondi sono di nuovo di dimensioni normali; ci sdraiamo tra le margherite e il nonno comincia subito a rotorarsi su se stesso).

“Bimbina, non stare ferma, e non muoverti neanche. Spalanca gli occhi, noi di famiglia ci s’ha l’occhi grandi. Quando sarà il momento di fare la cosa più importante di tutte sentirai di volerla fare e la farai e non te ne pentirai mai, neanche nei momenti più difficili, ne sono sicuro”.

“Se lo dici te, che sei così saggio”.

“Voi avete quest’idea secondo la quale i vecchi sono saggi. Ma perché? e allora tutte quelle ochette che ti circondavano a scuola, anche quelle un giorno saranno vecchie, vuoi pensare che saranno sagge? oppure ti serve pensare che con certezza almeno in un momento della tua vita, sarai intelligente?”

“Quest’ultima, direi”.

“E allora cuore in pace, piccì, perché le persone sono bestie, prima di diventare lupi, intendo, o conigli, o lucertole, o lucci. Sono mediocri, tutte, hanno un lato pietoso, abbraccia quest’idea. Pure io, soprattutto io, ero pietoso e mediocre. Pure tu, pure tuo padre e tua madre, o ogni uomo che hai avuto vicino. Facevano tutti schifo, fanno tutti schifo e tutti sono meritevoli di essere amati per questo, che poi è il motivo per cui tu ami me. E adesso girami una sigaretta e poi vattene, che sono stanco”.

(Tiro fuori cartine e tabacco e giro una sigaretta al nonno: la fuma piano, mentre io la avvicino e la allontano dalla sua bocca; è così rilassato che chiude gli occhi, come un bambino durante una poppata).

“Allora io vado, ti lascio in pace qui a giocare a fare il coniglio tra i fiori. Poi magari un giorno che torno, me la racconti la verità su di te e su chi eri?”

“Piccì, tu non vuoi la verità su di me, tu non vuoi sapere chi sono; tu vuoi sapere chi sei tu. Ma questo non lo potrai sapere mai.”

Mi alzo, gli dò una grattata alle orecchie e poi mi incammino. L’acqua è lontana e posso sentire, oltre ai miei passi di piedi nudi sull’erba, il fruscio dei fiori schiacciati dal peso del corpo del lupo che è ancora lì, sdraiato a pancia in sù, a giocare nell’ombra.