Amore, salute, lavoro (un anno di menate varie)

L’ultima volta che ho scritto sul mio blog me la ricordo molto bene. Avevo litigato con Paolo e lui per farsi perdonare, da business man quale ormai è, mi ha portata in un ristorantone di super lusso, di cui poi io avevo fatto recensione qui, riscuotendo un modesto successo di pubblico e di critica. Mi ricordo quella serata: ero di un incazzato praticamente impossibile da quietare ed ero vestita come una soldatessa del PKK. Avevo anche più o meno le intenzioni, di una soldatessa del PKK, ovvero: non dare tregua al mio nemico e vederlo sanguinare. Tempo due ore di richieste di perdono e cibo buono ed ero tornata di ottimo umore. Che venduta che sono.

Dopo quel post, c’è stato un anno di silenzio. Non che non sia successo niente, anzi: tutto il contrario. Io e il business man ci siamo infilati in una convivenza rocambolesca, siamo andati in vacanza alle Fiji prenotando un viaggio dall’altra parte del pianeta su booking (fuck yeah), ci siamo ammazzati di lavoro, siamo diventati magri di stress, abbiamo passato ore, ore e ore, e ore, e ancora ore sul peggiore divano di sempre, il nostro, amandolo senza mezzi termini, sporcandolo, rompendolo, devastandolo, dormendolo. Abbiamo fatto l’albero di Natale, e litigato. Io ho tagliato i capelli di Miriam in bagno seminando il panico e rotto diversi oggetti in tutta casa. Ho scritto lettere d’amore, che ho seminato in tutta casa, e articoli di giornale, tantissimi. Centinaia. Ho scritto liste della spesa, ho scritto messaggi della buona notte in serate di trasferta, ho scritto un sacco di cose.

Ma non ho scritto qui. Anche se me lo chiedevano, ogni tanto, i miei amici: e il post sulle vacanze? e il post sul Natale? troppa vita, gente, non ci riuscivo. Ma adesso, per qualche strano motivo, mi si sono rotte le acque e mi sento pronta a fare un resumé della situazione. A tale scopo, utilizzerò l’amata modalità a elenco, in versione oroscopara.

LAVORO

Allora, la cosa più peculiare che vorrei dire sul tema “portare a casa la pagnotta” è che io faccio esattamente il lavoro che molti mi sconsigliavano di scegliere perché poco remunerativo, e non ho mai guadagnato tanto in vita mia, né avuto un contratto più stabile. Intendiamoci, il mio stipendio non è alto: sono ancora la piccola fiammiferaia di casa. Però, viste le premesse, direi che le cose non sono andate come di solito “vanno le cose”.

Lavoro con una squadra di ragazze giovani, volenterose e determinate. Ci è voluto un po’ a trovarle tutte ma ora sono qui e lavorano fino a sbavare dalla fatica, come i cavalli da corsa. Ho avuto l’occasione di tenere più di una lezione all’università, al corso del mio capo. Mi sono sentita un’intrusa i primi cinque minuti, una cabarettista i successivi 45, una mamma chioccia gli ultimi 10. Ho conosciuto una generazione di universitari che vuole solo farsi un culo così, è sveglia e sembra pronta a farsi masticare viva dal mondo pur di fare esperienza: forse è stato un caso, però i ventenni volenterosi e di talento esistono e vanno protetti. Ho un amico lontano che detesta questo mio idealismo eroico da “sì, vai, crediamo in un futuro migliore e nel fatto di poter cambiare le cose”: lui è un pragmatico, scettico cinico disilluso e temo proprio abbia ragione a dirmi che sono una sognatrice in bilico su un baratro, ma temo di non poter cambiare questa cosa. O comunque, se la cambiassi, poi mi sentirei triste.

Ho un cattivo rapporto con il badge e con gli orari: non ha molto senso avere un orario d’inizio e uno di fine, nel mio lavoro: tanto io faccio rassegna stampa per la prima volta la mattina appena sveglia e l’ultima prima di spegnere la luce la sera. O timbro il cartellino dal comodino, o non vedo come disciplinare la cosa. Per il resto, la vita da dipendente d’azienda con mutua e permessi me la godo tutta.

AMORE

Ecco, io non scrivo praticamente niente del mio intimo privato sui social. Ciò significa che, eccezion fatta per i miei amici intimi, nessuno sa di cosa sono composte le mie giornate. Nessuno ha saputo che andavo a convivere (a dirla tutta, neanche i miei amici: a un certo punto, semplicemente, non ero più metà di qua e metà a casa coi miei ma ero loading 100% a casa di Paolo), né che io e Paolo abbiamo ottenuto un gatto in leasing, ovvero che accudiamo insieme alla sua padrona (leggi: 1 % padrona, 99% noi, che lo viziamo in maniera spa-ven-to-sa). Nessuno sa dove siamo stati in vacanza o che regali ci siamo scambiati per Natale. E nessuno sa che c’è una valletta, in una borgata vicino a Sestriere, in cui c’è una casa piccola e stranissima, con un prato gigante e selvaggio, in cui ci siamo rifugiati tutte le volte che abbiamo potuto, a godere di un qualcosa di paradisiaco che non so bene come spiegare. E nessuno sa la sofferenza che ci provoca non poterci andare, adesso, per il troppo lavoro (anche nel weekend, maledizione, sì).

Sul vivere in due in una casa non so dire molto, non mi ritengo una grande esperta: io e Paolo siamo due figli unici con la tendenza all’autonomia sentimentale che, a un certo punto, decidono di vivere insieme in una casa non propriamente enorme. Non dico che sia stato come far atterrare Philae con Rosetta sulla cometa, ma più o meno… Comunque, sento di poter, dopo un anno di convivenza, elargire le seguenti, mirabili, perle di saggezza:

-Se potete, bagno doppio;

-Se litighi, la cosa di sbattere teatralmente la porta di casa non funziona più tanto bene (dove cazzo te ne vai? passi tre ore in un bar? stalkeri un amico/ un’amica a caso? mica c’è un’altra casa dove andare e sfondarsi di nutella, ora!);

-Anche se hai avuto la peggiore delle giornate di merda, super sorrisone quando torni a casa e lo/la saluti;

-A volte, nonostante quanto detto in partenza, ci rifletti e dici “non è difficile, ehi, aspetta, è davvero facile in fondo in fondo”;

-I capelli nella doccia, motivo di contrasti atomici con violenza verbale da ambo le parti;

-Non importa quanto provi a mantenere un livello di dignità. Prima o poi darai il peggio;

-C’è questa cosa pazzesca per cui hai giornate banali in cui non succede niente di speciale e lui/lei non fa niente di pazzesco e tu men che meno, però fatto sta che tu sarai lì che lo/la guardi mentre spippola il cellulare in mutande sul divano e ti dirà all’improvviso, distrattamente “Ehi, che facciamo, ceniamo a casa?” e tu penserai “OMMIODDIO, io sto con la persona più fica del mondo!”. Il che non ha davvero senso, ma sarai comunque super felice.

SALUTE

Ho letto su facebook una frase che diceva più o meno: l’età adulta comincia quando tua madre smette di prenotare le visite mediche di controllo al posto tuo e tu cominci a procrastinarle sperando di non morire nel frattempo. Beh, sì, più o meno funziona così, ma è anche vero che nel mio caso l’arrivo del terzo decennio si è coordinato con l’avvento di una maturità sanitaria. Vado dal dentista, vado dal dermatologo, cerco di mangiare più o meno sano. Cerco di far virare verso la sopravvivenza spicciola anche Paolo, che mestamente mi segue alle visite specialistiche di base alle quali, senza giri di parole, lo costringo a venire. Cerco persino di usare prodotti per il corpo migliori e, numi del cielo! mi copro quando ho freddo. Giro con la sciarpina in redazione. Sto diventando, signore e signori, mia madre.

Per il resto, anche se come detto cerco di mantenermi sana, la mia vita ha ben poco di salutistico. Mangiamo a ore nefaste, non riesco a fare abbastanza sport, vado a letto tardissimo. La mia attività preferita dalle 11 di sera in poi sono le faccende domestiche. Prediligo la stenditura di panni all’una di notte. Mi sveglio e a malapena mi lavo. Nel mio ufficio, che è grosso, non tutti lavorano in redazione ma coloro che lavorano in redazione sono facili da riconoscere: non si pettinano, non si truccano, sono di sesso femminile. Il giornalismo ti fa cessa, forse. Chissà.

I 30 anni hanno portato un metabolismo sempre uguale ma molto più sonno. C’è anche l’atteso orologio biologico, che francamente al momento è pienamente soddisfatto dal gatto e da Paolo, entrambi accuditi e coccolati in maniera quasi neonatale. Che dire: magari  l’età adulta porterà anche il senno, un giorno, e ricomincerò a scrivere più spesso.

 

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