Nella vita ci vuole culo

“Sii gentile con le tue ginocchia,
quando saranno partite ti mancheranno.”

(da The Big Kahuna, monologo finale)

“Puoi venire qui? Mi sono fatta male”. Il mio ginocchio destro ha dato forfait al termine di una mattinata bellissima, sotto un sole caldo e ossigenante, su una montagna velata dalla prima vera neve di questo inverno. Ho semplicemente preso una curva male sciando, sono volata in aria e le mie gambe sono roteate: lo sci destro si è piantato a terra ed è ricaduto verso la gamba sinistra, costringendo il ginocchio a fare altrettanto e provocando un sonoro (incredibile, quanto sia stato netto e risonante) STAC.

“Puoi venire qui? Mi sono fatta male”. È cominciata così, con un fidanzato che si carica i miei sci e io che ridiscendo una montagna su un piede solo (sì, sono paranoica, avevo paura che l’assicurazione non coprisse davvero il soccorso). È cominciata con un primo medico francese che mi munisce di coperta e mi fa le lastre, mentre il pregevole fidanzato prende a male parole i tizi del noleggio sci (perché lo sci si doveva staccare ma a volte non succede, pare). È cominciata in francese, “pas de fractures mais il y a un problème au ligament croisé anterieur” , l’osso non è rotto ma il crociato ha un problemaio dico ok, rimango sotto la coperta. Con il passare delle ore e dei giorni farà, nell’ordine: un po’ male-male-non dormo-malissimo-meno male-ancora meno male. A quel punto il fidanzato dichiara che il medico francese è quello che in gergo scientifico viene definito “un minchia” e poi non ci ha neanche lasciato le lastre e basta, si torna a casa.

Ora, la faccenda inizia qui: Perché viviamo in un paese di morti per parto, gravidanze tragiche, bambine che muoiono in sala operatoria perché l’anestesita è al bar e il prossimo pezzo della storia è quello che vuole darci speranza in questo mondo.

Su consiglio di voci genitoriali ci rechiamo al pronto soccorso di una città della bassa Val Susa di cui non diciamo il nome ma chiameremo a caso Dodopoli, in onore del mio gatto che ne è un pregiato residente e si chiama Dodo. Dell’ospedale in questione si dice spesso il peggio: a me hanno fatto questo, a me duemila ore di attesa, a me hanno tranciato un orecchio durante una visita urologica. Io ci sono nata in quell’ospedale e credo di essermici trovata bene: beh, per quello che mi dicono i miei, ovvio. Comunque: noi siamo lì perché pare che ortopedia sia diretta da uno super bravo, quindi eccoci al pronto soccorso di Dodopoli.

Il pregevole fidanzato parte così: “rassegnati che qui ci rimaniamo dodici ore minimo”. Io tanto non ho niente da fare, ho il kindle in borsa e sono circondata da una quantità inverosimile di simpatici vecchietti che sorridono quando mi vedono passare accanto a loro saltellando su una gamba sola. “Guardala come salta! Eheheh!”.

Accettazione: 5 minuti netti. Io barcollo ma non mollo fino allo sportello, prendono i miei dati e vado al triage in un secondo. Al triage c’è una tipa bionda che mi consiglia una sedia a rotelle, prende i dati, è gentilissima e fa mille domande: conclude con “Tra un attimo la chiamiamo per la visita”. Usciamo e il fidanzato dice: “Ora tranquilla che ci chiamano fra un’eternità”. Lo capisco e so che l’esperienza gli dà ragione: l’ultima volta che sono stata in quel posto ci ho fatto la muffa, su una di quelle sedie. Dopo poco tempo, però, sento il mio nome. Adesso viene la parte bella: vengo accolta da due medici giovani e baldanzosi che mi visitano. Prima uno, procede con tutte le manipolazioni e le domande da anamnesi possibili e da il suo parere. Il legamento è leso. Non vuole però essere arrogante e chiede al secondo di intervenire: altre manovre, prove di movimento, come sono i tessuti? che rumore ha fatto al momento del trauma? ma “stac” o “spop”? Ok, si rivesta. Sì, al 99% il mio legamento è leso, lo dice anche lui. Mi spiega cosa devo fare per rimetterlo in sesto e perché: mi dice di muoverlo il più possibile e che devo camminarci sopra, che sono giovane e faccio sport e devo rimetterlo in moto. Mi fanno fare nuovamente i raggi, perché il certificato del medico francese a loro non basta. Una grande scrupolosità, chi se lo aspettava dopo le voci che ci sono arrivate. 

Per i raggi aspettiamo pochissimo, poi mi fanno tornare dagli ortopedici. I raggi sono ok, ma il medico numero uno mi ricontrolla la gamba e opta per un bendaggio allo zinco anti infiammatorio. Mille raccomandazioni e poi via. E parlano tanto male dell’ospedale di Dodopoli! E parlano tanto male della sanità! Viva gli ortopedici! Viva i miei ginocchini!

Seguo i consigli dei medici del pronto soccorso: tendo la gamba, piego la gamba, tengo il bendaggio, cammino, faccio ginnastica. In un mese cammino di nuovo, con sorpresa di tutti. Provo meno dolore. Il versamento e gli ematomi passano quasi del tutto. Qui però attenzione, arriva la parte che ti mette di malumore, tipo il finale di Nynphomaniac ma senza tentativo di stupro e pistole, fortunatamente (SPOILER! Lo so, scusate).

Visita ortopedica post risonanza magnetica. Arrivo con 40 e più immagini del mio ginocchio sezionato ed un referto dell’ospedale in cui ho fatto la risonanza di cui sopra che dice che il mio legamento è leso totalmente e che le ossa sono infiammate causa trauma. Mi aspetto che mi dicano cosa si fa a questo punto, come si presenta la lesione, insomma, cosa dovrò fare con questo benedetto ginocchio sminchio.

Diapositiva03_1.png

Questo ginocchio non è il mio. L’ho preso a caso dall’internet. Serve a spiegare cosa succede quando si rompe un crociato anteriore. Una cosa così, ecco.

“Nazzareni, entri”. Entro. Ortopedico sconosciuto, all’ospedale ti assegnano quello che c’è. Entro e nella stanza ci sono 4 persone (due medici e due infermieri) che parlano di cose loro. Attendo. Un minuto. Due. Al terzo minuto si degnano di guardarmi e quello che sarebbe il mio medico prende in mano il referto della risonanza e la ricevuta del ticket pagato (15,90 se vogliamo essere precisi).

Niente ciao, niente buongiorno.

“Si sieda”.

“Buongiorno, sì, ecco.”

“A quando risale il trauma?” (c’è scritto su ben tre referti medici, by the way)

“Sono caduta il 3 gennaio, con gli sci, in Fr…”

“Sì,sì”.

Suona il telefono cellulare del medico.

“Sì? Pronto? Aaah, ciao, ciao! Sì! Sì? Certo, dài, scendo un attimo!”

Si alza, dice “scusate arrivo”, infila la porta e va. Mentre esce un’infermiera gli dice, in un tono che non traduco in intenzione: “Non ce ne sono altri, è l’ultima della mattinata”.

Aspettiamo.

Aspettiamo.

Aspettiamo.

Mentre aspettiamo, però, non ci annoiamo: nello studio di fianco è cominciata una lite. Da quello che capisco un uomo sta facendo una visita post operatoria e ciò che il medico gli sta dicendo contraddice quello che il chirurgo gli ha precedentemente consigliato di fare. L’uomo ha un tono medio basso, il medico no.

“No, io non capisco cosa mi sta dicendo, perché il chirurgo…”

“Ma il chirurgo faccia e dica il cazzo che gli pare! Io le dico che se lei fa così le viene un infezione!”

“Scusi ma non capisco…”

“No, e allora se ne vada! Perché è venuto qui se non mi ascolta?” (decibel illimitati, a questo punto)

“No, ma io…cioè non si arrabbi con me…”

“Ma io mi incazzo invece!”

sbattere di porte.

L’ortopedico freak fa irruzione nella nostra stanza: io e mia madre facciamo le facce di chi non ha AFFATTO ascoltato tutto ciò che è appena stato detto (o meglio, urlato).

“Voi avete finito la visita?” ha una faccia, giuro, da ubriacone molesto.

Mia madre e io, in simultanea: no, eh, è che il dottore è uscito e…ecco…

Abbiamo entrambe l’espressione di chi teme di essere abbattuto con un’ascia.

Beh, rientra il mio ortopedico, brandendo un libretto di quelli della macchina, con su scritto Fiat Panda. Quindi è stato via un tempo infinito per recuperare i cazzi suoi. Ok.

“Si sdrai”.

Mi sdraio. Si avvicina, mi muove in ginocchio con distrazione, poi l’altro. Poi mi fa sollevare una gamba. Poi l’altra.

“I muscoli sono un po’ molli”

“Eh, sì. lo so, non sto facendo sport…” (perché sai, se hai letto il referto, c’è scritto “legamento leso”)

Si risiede. Dà prova di ampia capacità di comprensione scritta sentenziando che il legamento crociato è leso e che le ossa sono infiammate (Gesù, sa leggere! che bravo!). Sorpresa: non si fila minimamente le immagini del mio ginocchio. Non guarda gli altri referti. Non guarda  i raggi. 

“Deve tenere il tutore un mese e muovere la gamba il meno possibile. Se cammina, con le stampelle. Perché i muscoli sono deboli e devono avere il tempo di ritonificarsi.”

Ora, io ho studiato lettere e faccio la giornalista e sì, non sono un medico ma so superare un test di logica. Se un muscolo sta fermo non si tonifica: si atrofizza. Inoltre da un mese la mia deambulazione non fa che migliorare e il dolore diminuisce e non c’è motivo nel creato per cui possa io ritenere sensato immobilizzare una gamba così, tanto per, perché vediamo cosa accade.

“…Poi ritorna fra un mese per un controllo e tra tre mesi vediamo una nuova risonanza. Vediamo se è cambiato qualcosa e se non è cambiato niente, operiamo.”

Mi sfugge qualcosa: chiunque mi abbia visto finora e abbia una laurea in medicina mi ha detto che i legamenti non si ricostruiscono da soli. Ed il mio legamento, l’ho visto in lastra, è bello che defunto.

“Quindi, ehm” chiedo io “c’è la possibilità che la lesione si sistemi da sola?”

“No”.

Ora: se fai il mio mestiere, in occasioni del genere succede che una vocina arrogante dentro di te chiede di essere liberata per poter dire: “io sono una giornalista. Tu mi stai dicendo solo cazzate, mi hai guardato a malapena in faccia e adesso mi chiedi di stare immobile per settimane, poi mi dici di tornare da te e solo dopo fare dei nuovi esami: cosa pensi di scoprire la prossima volta che mi vedrai? Non hai guardato le analisi che ho portato, sei uscito lasciandomi sola per un tempo indefinito e non mi hai fatto nessuna domanda su cosa è successo alla mia gamba. Mi stai fregando, sei un incompetente e io lo racconterò a tutti”. Però non lo fai perché si chiama “minacciare la gente” e perché è arrogante, appunto, tremendamente arrogante. Però pensi al fatto che c’è un sacco di gente che non si fa domande, o che semplicemente è abituata all’idea del medico onnisciente e onnipotente e quella è gente che viene fottuta dall’incompetenza.

Torno a casa avvilita, perché non ho avuto risposte. Non mi sono state fatte domande e io non ne ho fatte perché avevo paura di sentire altre cazzate da una persona che non solo non mi ha trasmesso l’impressione di avere cura di me, ma mi ha dato l’impressione di volersi liberare di me. Mi è venuta in mente l’infermiera che gli sussurrava “questa è l’ultima della mattinata” ed ho pensato che sì, in effeti se io me ne vado presto lui fa pausa pranzo prima. Un pensiero cattivo? Forse.

Questa vicenda, che purtroppo non è ancora finita, mi ha fatto riflettere su un tot di cose:

  • Che criticare a prescindere non è giusto: parlare male dell’ospedale di Dodopoli non è giusto perché per mia fortuna al pronto soccorso sono incappata in due giovani medici competenti e scrupolosi che mi hanno indotto a pensare che il mio ginocchio per loro fosse importante come se fosse stato uno dei loro (in un mondo ideale, questa è l’impressione che dovrebbe dare un buon medico). Dire che una struttura è incompetente peggiora le cose per le persone volenterose che ci lavorano dentro a fianco di alcuni veri cani, loro malgrado.
  • La sanità pubblica finora non mi aveva deluso: posso sicuramente parlarne bene, perché a 16 anni ho sofferto di disturbi alimentari, in anni in cui i medici di famiglia bollavano la cosa ancora come “capricci adolescenziali” e, sostanzialmente, venivi lasciata fottere tra le tue “seghe mentali”. Beh, in quel frangente io ho avuto un dietologo con due palle così, un fisiatra che si ricordava a memoria le cartelle di tutte le sue pazienti e una psichiatra che si è sbattuta per farmi guarire con sedute oltre ogni orario previsto e un fantastiliardo di telefonate per aiutarmi, con consulti ad altri professionisti e via dicendo. Erano medici della mutua. Sono ufficialmente, platealmente o orgogliosamente viva, ora, anche grazie alla sanità pubblica.
  • L’ortopedico di oggi era indubbiamente un cazzone con 30 anni e più di professione sulle spalle, annoiato e incompetente. Era uno di quelli che danneggia la gente. Ho tremato al pensiero che come lui potesse esserci qualcuno in sala operatoria, ad aprirmi in due il ginocchio con la stessa noncuranza con cui ogni mio esame medico e ogni referto oggi è stato platealmente ignorato in cambio di “si muova poco”. Ma io sono uscita da quella stanza e chiederò un altro parere e in tutto questo, chi subirà un danno? lo subiranno i miei due gagliardi e volenterosi ortopedici del pronto soccorso, che hanno passato mezz’ora a girarmi il polpaccio in ascolto di ogni più piccolo rumorino o attrito sospetto. Perché gli sfortunati pazienti dell’incompetente dottoruncolo di oggi andranno in giro a dire che “l’ospedale di Dodopoli fa schifo” (e vogliamo dargli tutto questo torto? voi ci tornereste dopo una brutta esperienza?). La reputazione del posto in cui loro si impegnano ogni giorno verrà danneggiata e, allo stesso modo, verranno danneggiati loro.

 

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